La filosofia della psicoanalisi di Lacan

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Provo a fare un esperimento. Una condensazione filosofica di un testo di Lacan. Si tratta del testo “componibile” per antonomasia, L’istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud. Un testo che è già stato fatto a pezzetti, composto, decomposto, ricostruito e decostruito.
Lo citerò come se sottolineassi, saltando le subordinate, le pause, le parentesi e le esitazioni che rendono la lettura di questo testo la faticosa lettura di un discorso scritto.
Citerò il testo di un autore che non è un filosofo.
Citerò tre pagine de L’istanza, verso la fine, dove Lacan parla del soggetto moderno e dell’importanza della scoperta dell’inconscio. Quelle dove Lacan butta in mezzo Cartesio. Qui sembra in atto lo strapazzamento del soggetto cartesiano ad opera di Freud, ma in realtà non si smette di parlare di psicoanalisi.

Cercherò di citare un Lacan condensato, per dargli un senso “filosofico”. Citerò correttamente il testo, e in un solo caso invertirò le subordinate, verso la fine, nelle due asserzioni in corsivo.

Tutto questo, sostanzialmente, per citare male Lacan. Quindi, per citarlo come si deve.

Proviamo.

Je pense, donc je suis (Cogito ergo sum) non è solo la formula in cui si costituisce, con l’apologeo storico di una riflessione sulle condizioni della scienza, il legame con la trasparenza del soggetto trascendentale della sua affermazione esistenziale.
Forse io non sono che oggetto e meccanismo, e dunque nulla più che un fenomeno, ma sicuramente in quanto io lo penso, io sono, assolutamente. Senza dubbio i filosofi vi hanno apportato importanti correzioni, e in particolare che in ciò che pensa (cogitans), io non faccio mai altro che costituirmi come oggetto (cogitatum). Resta che attraverso questa estrema depurazione del soggetto trascendentale, il mio legame esistenziale col suo progetto sembra irrefutabile, almeno nella forma della sua attualità, e che:

«cogito ergo sum» ubi cogito, ubi sum

Beninteso, ciò mi limita a non esserci, nel mio essere, che nella misura in cui penso che sono nel mio pensiero; in quale misura io lo pensi veramente, non riguarda che me, e, se lo dico, non interessa a nessuno.
Tuttavia, eluderlo col pretesto delle sue sembianze filosofiche, è semplicemente dar prova di inibizione. Perché la nozione di soggetto è indispensabile al maneggiamento di una scienza, i cui calcoli escludono ogni «soggettivismo».
È proibirsi l’accesso a quel che si può chiamare l’universo di Freud. Come si dice: l’universo di Copernico. Infatti è proprio alla rivoluzione cosiddetta copernicana che Freud stesso paragonava la sua scoperta, sottolineando che una volta di più ne andava del posto che l’uomo si assegna al centro di un universo. E il posto che occupo come soggetto del significante è, in rapporto a quello che occupo come soggetto del significato, concentrico o eccentrico? Ecco il problema.
Non si tratta di sapere se parlo di me in modo conforme a ciò che sono, ma se, quando ne parlo, sono lo stesso che colui di cui parla. Il cogito filosofico è nel punto focale di quel miraggio che rende l’uomo moderno così certo di essere sé nelle incertezze su se stesso, o attraverso la diffidenza che da tempo ha potuto imparare a praticare nei confronti delle insidie dell’amor proprio.
Se, rivolgendo contro la nostalgia che essa serve l’arma della metonimia, mi rifiuto di cercare un senso aldilà della tautologia, e se mi decido a non esser altro che ciò che sono, come staccarmi dall’evidenza che sono in questo stesso atto?
Come pure, se mi sposto all’altro polo, metaforico, della ricerca significante, e mi voto a diventare ciò che sono, a venire all’essere, non posso dubitare che anche se mi ci perdo ci sono.
Ora, è proprio su questi punti che si ha la svolta della conversione freudiana. Questo gioco significante della metonimia e della metafora, che incardina il mio desiderio su un rifiuto del significante o su una mancanza dell’essere, si gioca là dove non sono perché non mi ci posso situare.
Sono bastate queste poche parole per lasciar interdetti per un istante i miei uditori: penso dove non sono, dunque sono dove non penso. Parole che all’orecchio teso rendono sensibile con quale ambiguità da furetto sfugga alla nostra presa l’anello del senso sulla funicella verbale.

Ciò che si deve dire è: là dove sono il trastullo del mio pensiero, non sono; là dove non penso di pensare, penso ciò che sono.

La verità non si evoca che nella dimensione di alibi grazie a cui ogni «realismo» nella creazione trae la propria virtù dalla metonimia, e che il senso non offre altro accesso che il duplice gomito della metafora. Il significante e il significato saussuriano non sono sullo stesso piano, e l’uomo s’ingannava a credersi situato nel loro comune asse che non è da nessuna parte.
Questo, almeno, finché Freud non ne ha fatto la scoperta. Giacché se ciò che Freud ha scoperto non è questo, non ha scoperto nulla.

Jacques LacanL’istanza della lettera nell’inconscio o la ragione dopo Freud, in J. Lacan, Scritti, Einaudi, Torino 2002, pp. 511-513.

L’importanza di guardare il dito, piuttosto che la Luna

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«Si può dunque dire che è nella catena del significante che il senso insiste, ma che nessuno degli elementi della catena consiste nella significazione di cui è capace in quello stesso momento».

Jacques Lacan, L’istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud, in Scritti, Einaudi, Torino 2002, p. 497.

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Siamo inchiodati al simbolo che insegue il senso, come Achille la tartaruga. È stato detto tanto tempo fa, nel 1957, ma ancora oggi la sentenza mantiene al sua attualità. Lacan sostiene che il senso esiste, ma sottostà alla parola, le è subordinato. Per trovare il senso dobbiamo sempre usare una parola per indicarlo. È la catena significante.
In altre parole guardiamo sempre il dito, mai la Luna. Come un occhio strabico, arriviamo a fissare la Luna (un senso c’è), ma dobbiamo continuare a mantenere lo sguardo sul dito (non si smette mai di parlarne), proprio per non perdere di vista la Luna. Ma ciò non ci rende stolti, soltanto però se guardiamo il dito consapevoli che non possiamo fare altrimenti.
Slavoj Žižek porta spesso un esempio efficace per raffigurare questo strano mix di incanto e stupidità, il fatto che il θαυμάζειν (thaumàzein), lo stupore, non sta nell’essere meravigliati del sole che sorge, piuttosto che il parlarne non smette di meravigliarci: il sole sorge sempre uguale, da miliardi di anni, che noia! Piuttosto è il raccontarlo che non ci annoia.
La storia è quella sempiterna del rovesciamento: un prototipo del razionalista laico, in questo caso il fisico Niels Bohr, tiene da sempre un ferro di cavallo sopra l’ingresso di casa (o nel laboratorio).

– “Perché? Proprio tu?” gli domandano i colleghi, stupiti.
– “Perché anche se non ci credo, dicono che funzioni” sentenzia il fisico.

Non si tratta di un “non è vero ma ci credo”, quello lo dice lo stolto che non sa di essere stolto. Piuttosto è “non è vero, non ci credo, ma funziona”.
Significa che possiamo crogiolarci quanto vogliamo nella rivoluzionaria scoperta antropologica che il linguaggio (in senso lato: tutto ciò che indica un senso rispetto a ciò che ci urta, un qualunque oggetto) non sia altro che un’invenzione, e con esso tutte le culture, le religioni e le istituzioni che sul simbolo – ciò che mette (βολή, getta) insieme (σύμ) significante e significato – basano se stesse. Possiamo fare gli illuministi quanto vogliamo, possiamo cinicizzare il mondo all’infinito, scetticizzare su ogni cosa, dall’alto della consapevolezza che c’è un sacco di oppio in giro tra i popoli.
Ma, checché se ne dica, il dito resterà sempre lì, possiamo amputarlo, ma sarebbe un orrore.
È vero, il dito ci rende stolti. Ma sarebbe davvero da stupidi ritenere che serva solo a distrarci, dimenticando che è lo stesso dito con cui si manda a quel paese.

La promessa del capitalismo: vivere come gli ateniesi

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«I capitalisti cercano di estendere l’influenza e assicurarsi il miglior ritorno possibile sui loro investimenti; finché niente vi si oppone, essi si infischiano delle convenzioni e dei costumi locali. È solo quando l’ambiente costituisce un ostacolo alle loro mire che viene a galla la necessità di imporre degli aggiustamenti e, all’occorrenza, sconvolgere le abitudini sociali.

[…]

Gli adepti del culturalismo non mancano, del resto, di far valere la diversità delle nostre forme di consumo come una prova del fatto che i nostri bisogni sono culturalmente costruiti. Ma simili truismi non dicono niente della comune aspirazione degli uomini a non morire di fame, di freddo o di disperazione.
Ed è precisamente di questa umana preoccupazione del benessere che il capitalismo si nutre ovunque si insedi. Come osservava Marx, la “sorda pressione dei rapporti economici” (Il Capitale, libro primo, capitolo 28) basta a gettare i lavoratori nelle reti dello sfruttamento. È vero indipendentemente dalle culture e dalle ideologie: appena [i lavoratori] posseggono una forza lavoro (e nient’altro), la vendono. Se il loro ambiente culturale li dissuade dall’arricchire il loro padrone, sono liberi di rifiutare, ovviamente; ma ciò significa, come ha mostrato Engels, che sono liberi di morire di fame».

Vivek ChibberCapitalism, class and universalism: Escaping the cul-de-sac of postcolonial theory, Socialist Register, n. 50, in L’universalismo, un’arma per la sinistra, Le Monde Diplomatique, n. 5, anno XXI, maggio 2014, Il Manifesto, anno XLIV, n. 119, 20 maggio 2014.

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L’anno scorso il professore di sociologia newyorkese è stato uno degli studiosi più discussi nel campo. Nel suo Postcolonial Theory and the Specter of Capital (Verso, Londra 2013) ha criticato fortemente gli studi postcoloniali, colpevoli secondo lui di aver sferrato un attacco mortale al marxismo e alla sua teoria del capitalismo, distruggendo in un sol colpo ciò che di buono c’è nell’analizzare gli attuali rapporti economici con una teoria vecchia di centocinquant’anni, ma soprattutto gettando nel ridicolo l’uso della stessa parola “capitalismo”, l’ordine economico che tende ad essere scelto in ogni angolo del mondo.
I postcolonialisti hanno contribuito a “de-europeizzare” il marxismo, mostrando come le lotte per l’emancipazione possono avere altre forme oltre a quella classica proletaria, tanto cara a un uomo morto trentaquattro anni prima della Rivoluzione d’ottobre. Ma, sostiene Chibber, la furia critica dei postcolonialisti è stata esagerata. Perché non ha soltanto reso ingiustamente inattuale il marxismo, ancora oggi molto fecondo nello spiegare i rapporti di forza in politica e in economia, ma addirittura il capitalismo stesso, guarda caso (e non è una coincidenza) nel momento in cui regna indisturbato nel mondo. Basta vedere capitalismo ovunque! Affermano i postcoloniali. È un’ossessione europea.
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Il capitalismo è sfuggente. È difficile identificarlo, localizzarlo. Nessuno si dice capitalista oggi, piuttosto lobbista, industriale, imprenditore, ma capitalista no. Perché? Perché il capitalismo non è un semplice rapporto tra datore di lavoro e lavoratore, è qualcosa di più profondo, mentre ciò che sale in superficie è solo l’ossessione del profitto. 
Da buon marxista, Chibber sostiene che il capitalismo si nutre di preoccupazione del benessere
La tragedia, o la farsa, del capitalismo è che esso si lega indissolubilmente ai bisogni primari: mangiare, bere, cagare, scopare. Quattro pilastri che vengono prima di qualunque economia, cultura, simbologia, istituzione, istruzione, buon senso, ragione. Sono i pilastri della sopravvivenza, quelli che ci avvicinano all’animale e ci allontanano dal divino. Quelle quattro cose che non richiedono una particolare intelligenza per essere eseguite. Quelle quattro cose che siamo tutti costretti a fare se vogliamo vivere, prima ancora di vivere ricchi, felici, soddisfatti. La caratteristica fondamentale di questi quattro pilastri è che non piovono dal cielo ma richiedono una partecipazione attività di colui che deve goderne. Dobbiamo in pratica dedicare un sacco di tempo alla sopravvivenza.
L’uomo, da quando è nato, ha sempre desiderato di liberarsi di questo fardello. Vorrebbe tanto dare per scontati questi bisogni primari, renderli non più bisogni naturali ma esigenze che si soddisfino da sé, automaticamente, come l’aggiornamento in background di un’applicazione, così da poter dedicare tempo a fare altre cose.
Com’è possibile che si arrivi a sperare che mangiare, bere, cagare e scopare siano cose che possano, diciamo così, capitare, possano piovere dal cielo senza alcuno sforzo? Il cibo non si procaccia da solo, bisogna alzarsi presto tutte le mattine e andare a caccia per ottenerlo. Quindi, da un lato c’è sempre una libera scelta dietro i bisogni primari: puoi sempre scegliere se procacciarti il cibo o morire di fame. Dall’altro siamo obbligati a scegliere di procacciarci il cibo se vogliamo continuare a vivere per scegliere. Ecco in due parole spiegato il principio della libertà: la libertà è una scelta condizionata. Solo dio, un essere che non ha né corpo né vita, può liberamente scegliere, incondizionatamente.
Questo principio di libertà aiuta a capire certe dinamiche di sottomissione dei popoli, la ragione per cui alle volte non c’è altra scelta che sottomettersi. Seguendo un filone che va da La Boétie ad Engels, la scelta tra essere sfruttati o ribellarsi non rappresenta più una scelta quando è in gioco la sopravvivenza. La servitù volontaria non è sempre una questione di debolezza, può anche essere una questione di necessità.
La micidiale forza del capitalismo sta nel creare un corto circuito tra queste due matrici, la necessità dei bisogni e la libertà. Esso lega due cose molto diverse: lavoro e benessere, necessità vitali ed economiche, merce e valore, scambiandole e ripetendole senza soluzione di continuità.
Chi non sogna di sollevarsi dal fardello dei bisogni primari? L’uomo è più di un animale, ma meno di un dio: ha pur sempre un corpo, proprio quello che la scienza moderna ci promette di sostituire con i miracoli della medicina. La potenza del capitalismo sta tutta in questa visione, è figlia del desiderio di immortalità, che non è altro che un profondo desiderio di morte: vivere senza bisogni vitali, vivere senza corpo, vivere come dio. Così, da mastro televenditore, il capitalismo sentenzia: perché ancora con sta storia che si deve perdere un sacco di tempo a bere, mangiare, cagare e scopare? Tu, consumatore, uomo, hai bisogno di ben altro. Hai diritto alla felicità prima della vita. La felicità è più importante delle inezie della sopravvivenza.
Un sacco di volte nella storia abbiamo ottenuto questo particolare stato. Un periodo storico molto famoso, in cui si poteva ammirare indisturbati la bellezza del mondo senza chinarsi a raccogliere bacche. Era la Grecia del V secolo avanti cristo. A quei tempi un terzo della popolazione delle città-stato dell’Attica si dedicava ai piaceri dell’esercizio politico e del libero pensiero, mentre gli altri due terzi si preoccupavano non solo di procacciare il cibo per se stessi, ma anche per l’altro terzo.

Il finto anticapitalismo dell’ultras

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Chi è Marek Hamsik. Chi è quando va a “mediare” con la curva mentre fuori lo stadio si sparano? E’ ancora un giocatore, o qualcos’altro? Con chi parla? Che funzione ha? Che potere ha l’interlocutore anonimo che si confronta con un giocatore di calcio che guadagna 500 volte lo stipendio annuale di una qualunque persona presa a caso sugli spalti?
La Formula 1 è invece roba da aristocratici.
Cosa sono gli ultras, cosa fanno? Come sono organizzati, come interloquiscono con la squadra che supportano? Chi sono i capi carismatici che notoriamente fanno affari con i dirigenti delle società sportive?
Una volta si chiamava violenza negli stadi. Ora c’è tutta una struttura fuori il campo. Esattamente dove finisce la linea del fuori, inizia un mondo fatto di affari, fondamentalmente affari, mascherato da un finto anticapitalismo su cui parecchi amici ci cascano, affascinati dal caos della curva e dal bisogno di aggregazione.
Così va in scena il teatro della finta opposizione poliziotti-fasci contro ultras-emarginati, salvo poi assistere a solidi rapporti tra capi ultras e dirigenze calcistiche fatti di scambi di favori, mediazioni con gli ingaggi, merchandising.

It’s business.

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Dov’è l’anticapitalismo? Dov’è la spinta antisistema del tifo da stadio? Cosa fanno le curve per gli emarginati, gli sfruttati, gli ultimi?
I giornali generalisti, per non parlare di quelli sportivi, seguono a gran voce la retorica del buon devastatore. Il Mattino oggi titola “Perché gli ultras battono lo Stato”. A me sembra piuttosto che mai come in questo periodo il rapporto Stato-Ultras vada a gonfie vele, più o meno come quello tra Stato e Mafia.
La polizia picchia, il DASPO scatta, il ragazzetto muore. Per non parlare dell’estetismo della curva (la curva è oggettivamente bella, sempre). L’opinionista si appella al ritorno delle famiglie negli stadi, al buon imborghesimento del pubblico, “come in Inghilterra”. E sembra di tornare agli anni ‘70, a quando c’erano nemici e salvatori. 

La nostalgia crea fumo negli occhi.

A Napoli si dice fare ammuina quando si devono nascondere gli affari sporchi, si deve far scappare il ladro inseguito dai poliziotti. E’ l’occasione dell’ultimo momento. Facimm ammuina! La gente si distrae e si possono fare con relativa tranquillità i propri affari. A Napoli, per tutto il tempo della partita in casa, il codice della strada è sospeso. 
E’ entusiasmante. Elettrizza. Ma tutto questo non c’entra niente con la lotta, con le dinamiche di emancipazione, che è fondamentalmente il motivo per cui gli amici di buona famiglia come me adorano andare in curva.
L’altro ieri sera un amico mio, che da buon proletario di buona famiglia coltiva la sua terra e porta le uova delle sue galline in giro sulla sua Ypsilon 10, ha ritrovato la sua auto devastata dopo che l’aveva lasciata parcheggiata in una strada che si era trasformata a parata del caos. Non hanno rubato niente, l’hanno solo devastata.
Non è una questione di ordine pubblico. Se si continua a metterlo su questo piano andrà sempre in onda la farsa della lotta. Scenderà in campo la polizia, e di nuovo daccapo a prendere parte, mentre di nascosto la dirigenza delle squadre di calcio e quella delle curve hanno la loro relazione politico-affaristica.

Facimm ammuina!

E’ una questione di istruzione, di interessi, di passioni, di hobby, di appagamento sessuale, di amicizia. Se manca tutto questo, resta solo la voglia di sfasciare tutto, facendosi abbindolare da una finta aggregazione.
Davvero abbiamo ancora voglia di ergere un’anarchia che si nutre di frustrazione, apatia e ossessione per i soldi (I’m a gangsta) a lotta antisistema?

Dani Alves, psicanalista

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In psicanalisi si chiama ripetizione, ovvero la persistenza di un concetto o di una sensazione. E’ il punto di ancoraggio del nevrotico, l’allucinazione dello psicotico, o la semplice ansia, l’angoscia, il chiodo fisso per quelli a cui prima o poi passa. E’ in sostanza l’ossessione, la persistenza dell’identico che ritorna, inesorabilmente, incessantemente. Può rappresentare una fonte di ispirazione, ma anche un incubo. E’ la morte, l’orrore del corpo freddo, l’ineluttabile destino di tutte le cose viventi che, nella loro infinita varietà dinamica e mutevole, vanno inesorabilmente verso la cessazione di ogni movimento. Ripetizione è la nausea sartriana della persistenza dell’esistenza.
Dani Alves, giocatore del Barcellona, ha applicato senza saperlo questo principio all’antirazzismo, rendendolo devastante per efficacia. Il 27 aprile, contro il Villareal, gli hanno lanciato una banana. Senza battere ciglio Alves l’ha presa, gli ha dato un morso, l’ha gettata a terra e ha battuto un calcio d’angolo. Il gesto è diventato virale, con tantissimi narcisi che non aspettavano altro per farsi un selfie finalmente diverso, con una banana in mano per esempio. 
L’efficacia antirazzista del gesto del giocatore del Barça sta tutta nella ripetizione. Alves non ha reagito per opposizione (protestando, offendendosi) ma al contrario per affermazione, ripetendo il gesto che ha subìto. Dagli spalti l’invito era chiaro, con tutto il carico di invenzioni che caratterizza l’offesa razzista: “Tu, negro, che sei un gradino sotto la scala evolutiva dell’essere umano [invenzione], mangiati questa banana come fanno le scimmie [invenzione]”. A questo sobrio, scherzoso e leggero messaggio, Dani ha risposto come risponderebbe ogni persona serena in un contesto come quello del gioco: ha accolto l’invito razzista, smontando di fatto ogni possibile provocazione.

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E’ quello che fanno gli afroamericani del ghetto quando tra di loro si chiamano negri (niggernigga). Pronunciano la stessa parola con lo stesso significato ma in un altro contesto: rispettano la sintassi, la semantica, ma non la pragmatica. Il trucco sta nel ripetere, senza badare a chi proferisce, e a proferirla non è più il carnefice, ma la vittima. Attraverso la ripetizione, la parola viene sradicata e riutilizzata nel suo significato più puro, neutro. Il suo senso viene ribaltato, pur mantenendosi inalterato: negri sono e negri rimangono. Con la differenza che il gesto, la profanazione, la profonda offesa della parola nigger viene presa alla lettera: nigger è un termine neutro di origine spagnola che indica la persona con la pelle scura. “Sono io!” afferma il negro ingenuo che non sa cosa nigger significhi, se non, appunto, con-la-pelle-scura. Così il “negro” detto “fra negri” non è più discriminante, anzi lo è (se c’è un negro, è perché c’è un bianco), ma al contrario: sono io, negro, che mi distinguo da te, bianco. E nigga diventa solidarizzante, comunitarizzante. Nigger è tra pari sinonimo di fratello, mentre tra schiavo e padrone indica al contrario il nemico (ancora oggi non conviene a un bianco apostrofare un negro, a meno che non gli sei amico, con un hey nigga!). In entrambi i casi, però, il significato è esattamente lo stesso, non viene alterato. Quando viene ripetuta alla lettera, persistendo identica a se stessa in un nuovo contesto, una parola muore nel suo uso corrente (“negro” è una parolaccia; le banane le mangiano i negri e i finocchi) per svelarsi nel suo proprio significato (“negro” significa “con-la-pelle-scura”; la banana è un frutto che si mangia). La persistenza della ripetizione è la parola nella sua identità propria.
Dani Alves, come tutti i nigger, come tutti gli esseri umani di tutto il pianeta terra, mangia le banane. E quando gli hanno offerto una banana si è limitato a mangiarla, capovolgendo il messaggio:

– “Mangia la tua banana, negro”
– “Ok. Mh, buona”

Quale carceriere non andrebbe su tutte le furie?
Per concludere, il gesto di Alves, ripetendo il movimento vitale dell’offesa razzista, di fatto arresta e annulla l’efficacia del gesto, ammazza il razzismo mettendogli di fronte uno specchio. E l’ondata di selfie con banana al seguito sta lì a sottolinearlo: rafforza e ripete la ripetizione fino alla nausea, fino alla morte.
Il razzismo nello sport – il razzismo urlato per attirare l’attenzione, non quello utilizzato scientificamente per attaccare e isolare una minoranza (come invece ha fatto Donald Sterling proprio negli stessi giorni) – non si combatte con l’antirazzismo, ma assumendo su di sé la sua banalità, il semplicistico e antiscientifico ragionamento che sta alla base di ogni offesa razzista. 
Negli stadi il gioco del razzismo viene preso troppo seriamente, aumentando enormemente il suo impatto sull’opinione pubblica, più di quanto vorrebbe colui che ha lanciato una banana. Dani Alves ha riportato la questione sul terreno che gli compete, fuori dalle trasmissioni tv del pomeriggio e dalle conferenze stampa degli allenatori, piuttosto inchiodandola lì dove nasce.
In questi contesti la ripetizione del gesto razzista da parte di chi subisce l’ingiuria smaschera l’ingenuità dell’ingiuria, la banalità del ragionamento dietro l’offesa. La banalità della banana.

Rebus

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«Mi trovo davanti un indovinello figurato (rebus): una casa sul cui tetto si vede una barca, poi una singola lettera, poi una figura che corre e alla quale è stata cancellata la testa con un apostrofo ecc. Ora potrei erroneamente obiettare che questa composizione e i suoi elementi sono assurdi. Il posto di una barca non è il tetto di una casa e una persona senza testa non può correre; la persona inoltre è più alta della casa e, se il tutto deve raffigurare un paesaggio, le singole lettere, che certo non si trovano in natura, non vi si integrano. La corretta valutazione del rebus si ha evidentemente solo se non sollevo alcuna di queste obiezioni contro l’insieme o i particolari, e mi sforzo invece di sostituire ogni immagine con una sillaba o una parola, che in base a una qualunque relazione possa essere raffigurata da un’immagine. Le parole che così si compongono non sono più senza senso, ma possono creare la più bella e significativa frase poetica. Il sogno è dunque un indovinello figurato di questo tipo e i nostri predecessori nel campo dell’interpretazione dei sogni hanno commesso l’errore di giudicare il rebus come una composizione figurativa. Come tale esso è apparso loro assurdo e privo di valore».

Sigmund Freud, L’interpretazione dei sogni, Einaudi, Torino 2012, pp. 256-257.

Nella foto, il dipinto di Joseph Sutter (1781-1866) Il sogno di Giacobbe.