Tutti buoni

Quando torni a Napoli dopo un periodo di soggiorno all’esterno noti subito l’indulgenza culturale. E’ una sensazione accompagnata da uno stato di guardia: te ne senti immune. Ma questa è la prima fase, poi devolve. Me ne sono accorto guardando giorno dopo giorno un cartellone pubblicitario che campeggia nella metro: una donna che ammicca sulla scritta “Tutti buoni”, pubblicità di buoni sconto per una nota salumeria napoletana.

Appena arrivato in città la vista della reclama mi irritava. Ora quasi mi è simpatica. 

Ossessioni compulsive

A Genova si sono tolti la maglietta, ultimo di tanti tristi episodi del calcio italiano che non conoscono tregua. Povero sport, mangiato dal dio denaro! Maledetto mercato! Poveri genoani, umiliati da magnati straricchi che non pensano altro che hai soldi. Infatti gli stadi di Londra, città-tempio del mercato, sono luoghi infernali dove gli spettatori sono a pochi metri dal campo e non si sognerebbero mai di invaderlo. E che dire del Barcellona, la squadra più forte e forse più ricca al mondo, che ha una base finanziaria fondata sull’azionariato popolare: dev’essere un luogo terrificante.

Fortunatamente in Italia le cose sono diverse. Si pensa a fare affari con gente con una nevrosi ossessivo-compulsiva per il gioco del calcio, piuttosto che con quelli che lo reputano soltanto un gioco. 

Nelle città del Nuovo Mondo, sia che si tratti di New York, di Chicago o di São Paulo, che le somiglia molto, non è la mancanza di vestigia che colpisce; questa assenza è una delle loro prerogative, e, al contrario, di quei turisti europei che non sono soddisfatti se non possono aggiungere al loro taccuino di viaggio un’altra caratteristica gotica […]. Per le città europee, il passare dei secoli costituisce una promozione; per quelle americane, il passare degli anni provoca una decadenza. Esse non soltanto sono costruite di fresco, ma lo sono per rinnovarsi con la stessa rapidità con cui sono nate, cioè male. Al loro sorgere i nuovi quartieri sono a malapena degli elementi urbani: sono troppo brillanti, troppo nuovi, troppo allegri per esserlo del tutto. Sembrano piuttosto elementi di una fiera, di una esposizione internazionale edificata per qualche mese.

Claude Lévi-Strauss, Tristi tropici, Il Saggiatore, Milano 2011, p. 84.

Il vero junk food non è McDonald

Il Manifesto ideologico del cibo spazzatura di Francesco Costa pecca di un errore grossolano. Il paragone non si fa tra un McPanino e un piatto di pasta. Che razza di confronto è? Il vero paragone sta tra un McPanino e un hamburger alla piastra di una rosticceria. L’occasione per realizzare un articolo provocatorio partendo da uno spunto interessante, quasi tutti adorano mangiare schifezze, si perde in una serie di banalità e imprecisioni. Prima fra tutte quella di lasciar intendere che le multinazionali abbiano inventato il cibo spazzatura. In realtà l’hanno soltanto massificato, creando un sistema molto economico per aprire migliaia di negozi in franchising. Tutto qui. Inoltre quando Costa afferma quanto è buono il McPanino dice una grande sciocchezza, sarà che non è mai entrato da Burger Hamm a Boxhagener Platz, da Berliner Burger a Seumerstrasse, entrambi a Berlino; da American Graffiti a Napoli o in qualunque altra decente paninoteca di qualunque città d’Europa. E il prezzo, incredibile ma vero, nella maggior parte dei casi è addirittura inferiore a qualunque McMenu. E poi, che “i fast food possono permettersi standard igienici e controlli rigorosi a livelli inarrivabili per qualsiasi trattoria” fa sbellicare: ci vogliono milioni di dollari per mantenere una cucina a norma? Insomma, l’idea di un manifesto pro junk food è divertente, ma così, con queste banalità, facendo credere che McDonald sia artefice e massimo esponente di un modo di mangiare raccontato fin dai tempi di Lucilio, è soltanto (pessimo) gusto. 

Classicismi

Gli ultimi anni in fatto di arte pop sono un ritorno al passato. La musica guarda agli anni ‘80, la moda e le arti visive ai ‘70 e ai ‘30. Denunciare questa “nostalgia” come il sintomo di una mancanza di originalità, di pigrizia creativa, significa peccare di ignoranza. Il sintomo della mancanza del “nuovo” è molto ricorrente nella storia. Ma è soltanto una sensazione, come quando ci si rammarica della saggezza perduta delle vecchie generazioni. Il nuovo non appartiene all’arte, ma agli eventi, quelli che accadono all’improvviso, prorompono, sconvolgono e fanno la Storia. Qui siamo di fronte all’arte, che prorompe con la sua potenza quando rappresenta la verità di un evento, quindi in sé non è mai “nuova”.

Di ritorni al passato la storia è piena. Due su tutti, il neoclassicismo e il romanticismo. Il revival anni ‘80 nella musica e l’ispirazione liberty nelle arti visive contemporanee piuttosto che la testimonianza di una mancanza di ispirazione sono nient’altro che la semplice elevazione di questi stili a dei classici.