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Articoli scritti da: La materia non è solida

Ho creato un giornale online che redigo, Informazioni Marittime (informazionimarittime.it). Ho collaborato con Repubblica, Nazione Indiana, Linkiesta. Collaboro con NOT, Il Post, Corriere del Mezzogiorno. Studio chitarra classica. Questo blog esiste su Tumblr dal 2007. Nel 2014 si è trasferito su Wordpress. Qui scrivo di politica, cultura e filosofia di Maria Elena Boschi.

Domenico Scandella detto Menocchio

Bruno-4

Sull’uso del latino nei tribunali:

«Io ho questa opinione, che il parlar latin sia un tradimento de’ poveri, perché nelle litte li pover’homini non sano quello si dice et sono strussiati, et se vogliono dir quatro parole bisogna haver un avocato»

Sulla libertà confessionale:

«La maestà de Dio ha dato il Spirito santo a tutti: a christiani, a heretici, a Turchi, a Giudei, et li ha tutti cari, et tutti si salvano a uno modo»

Sulle leggi e i comandamenti:

«Mercantie»

Sul battesimo:

«Credo che subito nati siamo batteggiati, perché Iddio ci bateza che ha benedetto ogni cosa; et quel battezar è un’inventione, et li preti comenzano a magnar le anime avanti che si nasca, et le magnano continuamente sino doppo la morte»

Sulla cresima:

«Credo sia una mercantia, invention delli homini, quali tutti hanno il Spirito santo, et cercan di saper et non sano niente»

Sul matrimonio:

«Non l’ha fatto Iddio, ma l’hanno fatto li homini: prima l’homo et la donna si davan la fede, et questo bastava; et doppo son venute queste invention dalli homini»

Sugli ordini:

«Credo che il spirito de Dio sia in tutti, … et credo che ognuno che havesse studiato potesse esser sacerdote, senza esser sacrato, perché sono tutte mercantie»

Sull’estrema unzione:

«Credo che sia niente et non vaglia niente, perché si onge il corpo et il spirito non si può ongere»

Sulla confessione:

«Andare a confessar da preti et frati tanto è che andar da un arboro. Se quel arboro sapesse dar la cognitione della penitentia, tanto basterebbe; et se vanno alcuni homini da sacerdoti per non sapper la penitentia che se ha da far per li peccati, accioché ghe la insegnio, che se la sapessero non bisognerebbe andare, et quelli i quali la sano non accade che vadino»

Sui santi:

«Io credo che li santi siano stati homini da bene, et fatte bone opere, et per questo il Signor Iddio li ha fatti santi et credo che pregano per noi. Quanto alle loro reliquie, come sarebbe un brazzo, corpo, testa, mano o gamba, credo che siano come li nostri quando sono morti, et non si debbano adorar né riverire…non si debbe adorar le loro imagini, ma solamente il solo Iddio che ha fatto il cielo et la terra; non vedere che Abram buttò per terra tutti li idoli et tutte le imagini, et adorò il solo Iddio?»

Su Gesù:

«Ha giovato…a noi christiani, in quanto ne è stato specchio che sì come lui è stato paciente a patir per amor nostro, che noi moremo et patemo per amor suo, et non ci facciamo maraveglia se noi moriamo perché Dio ha voluto che morì il fiol suo»

Ma Cristo era soltanto un uomo, e tutti gli uomini sono figli di Dio,

«di quella istessa natura che fu quel che fu crucifisso»

Così, sul Cristo redentore:

«Se uno ha peccati, bisogna che lui faccia la penitentia»

Sulla transustanzazione:

«Non vedo lì altro che un pezzo di pasta, come puol star che sia questo Domenedio? et che cosa è questo Domenedio? altro che terra, aqua et aere. Io ho detto che quella hostia è un pezzo de pasta, ma che il Spirito santo vien dal cielo in essa, et così veramente credo»

Sullo Spirito santo:

«Credo che sia Iddio»

L’Inquisizione: quante sono le persone della Trinità?

«Il Padre, Figliolo et Spirito santo»

I: in quale di queste tre persone credete che si converta quell’hostia?

«Nel Spirito santo»

I: che persona precise della santissima Trinità crede che sia in quell’hostia?

«Credo che sia il Spirito santo»

I: quando che dal vostro pievano son stati fatti sermoni del santissimo sacramento, che cosa ha detto che sia in quella santissima hostia?

«Ha detto che è il corpo de Christo, nondimeno io credeva che fusse il Spirito santo, et questo perché credo che il Spirito santo sia maggior de Christo che era homo, et il Spirito santo è venuto dalla man de Dio. Mi piace il sacramento che quando uno è confessà si va a communicar, et si piglia il Spirito santo, et il spirito sta allegro…; quanto al sacramento dell’eucarestia, è una cosa di governar li homini, cavata da homini per Spirito santo; et il dir la messa è trovata dal Spirito santo, et così l’adorar l’hostia, per far che li homini non sian come le bestie»

Domenico Scandella, detto Menocchio, contadino friulano, interrogato dall’Inquisizione il 28 aprile 1584. In Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi, Einaudi, Torino 2009, pp. 1-15.

Il formaggio e i vermi

Menocchio

«Io ho detto che quanto al mio pensier et creder, tutto era un caos, cioè terra, aere, acqua et foco insieme; et quel volume andando così fece una massa, aponto come si fa il formazo nel latte, et in quel deventorno vermi, et quelli furno li angeli; et la santissima maestà volse che quel fosse Dio et li angeli; et tra quel numero de angeli ve era ancho Dio creato anchora lui da quella massa in quel medesmo tempo, et fu fatto signor con quattro capitani, Lucivello, Michael, Gabriel et Rafael. Qual Lucibello volse farsi signor alla comparation del re, che era la maestà de Dio, et per la sua superbia Iddio commandò che fusse scaciato dal cielo con tutto il suo ordine et la sua compagnia; et questo Dio fece poi Adamo et Eva, et il populo in gran multitudine per impir quelle sedie delli angeli scacciati. La qual multitudine, non facendo li commandamenti de Dio, mandò il suo figliol, il quale li Giudei lo presero, et fu crucifisso.

Io non ho detto mai che si facesse picar come una bestia. Ho ben detto che si lassò crucificar, et questo che fu crucifisso era uno delli figlioli de Dio, perché tutti semo fioli de Dio, et di quella istessa natura che fu quel che fu crucifisso; et ora homo come nui altri, ma di maggior dignità, come sarebbe dir adesso il papa, il quale è homo come nui, ma di più dignità de nui perché può far; et questo che fu crucifisso nacque de s. Iseppo et de Maria vergine».

Domenico Scandella, detto Menocchio, coetaneo di Giordano Bruno. In Carlo GinzburgIl formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ‘500, Einaudi, Torino 2009, p. 8.

Illustrazione di Alberto MagriDomenico Scandella, detto Menocchio.

Tyson

L’astrofisico Neil DeGrasse Tyson risponde alla domanda Qual è il fatto più sorprendente dell’Universo che vuole condividere con noipostagli da un lettore del Time Magazine all’interno della rubrica 10 domande a Neil deGrasse Tyson, giugno 2008.

La risposta per intero:

Il fatto più sorprendente è sapere che gli atomi che compongono la vita sulla Terra, gli atomi che costituiscono il corpo umano, sono rinconducibili ai crogioli che hanno cucinato elementi leggeri facendoli diventare elementi pesanti, nel loro nucleo, a temperature e pressioni estreme. Queste stelle, quelle di massa elevata, divennero instabili alla fine dei loro giorni, collassarono e poi esplosero spargendo le loro interiora arricchite attraverso la galassia. Viscere composte da carbonio, azoto, ossigeno e tutti gli ingredienti fondamentali della vita stessa. Questi ingredienti diventano parte di nubi di gas che condensano, collassano, creano la successiva generazione di sistemi solari, stelle con pianeti orbitanti. E questi pianeti ora contengono gli ingredienti della vita stessa. Così, quando guardo il cielo notturno so che sì, siamo parte di questo universo, siamo in questo universo. Ma forse il fatto più importante è che l’Universo è in noi. 

Quando rifletto su questo fatto, volgo i miei occhi al cielo. Molte persone si sentono piccole perché lo sono e l’Universo è enorme, ma io mi sento enorme perché i miei atomi provengono da quelle stelle. C’è un livello di interconnessione, e questo è proprio ciò che desideriamo dalla vita, vogliamo sentirci in relazione, vogliamo sentirci rilevanti, vogliamo sentirci partecipi allo svolgimento delle attività e degli eventi che ci circondano. Ed è esattamente ciò che siamo, soltanto per il fatto di essere vivi.

(via)

Il senso della vita

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Cercavo Avamposto 42, il sito dedicato alla quarantaduesima missione della Stazione Spaziale Internazionale (parte stasera dal Kazakistan alle 22:01:13 ora italiana). Così ho scritto “42” sulla barra URL e il correttore google mi ha portato su www.42.com, una pagina di testo che trova a suo modo il senso alla Risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto: math, ovvero la somma delle posizioni nell’alfabeto delle lettere della parola “matematica” in inglese, che dà: 13(M)+1(A)+20(T)+8(H)=42.

Oh, si gioca eh. Il fascino della numerologia è proprio il suo gioco (basta guardarsi la divertentissima pagina sul 42 di wikipedia). E infatti il senso della vita è esattamente questo gioco: un senso che ha luogo fintantoché si rispettano delle regole. Ancora meglio: un senso che è definito dalle sue stesse regole, come negli scacchi, dove per spiegarne il senso devi limitarti a enunciarne le regole: l’alfiere va solo in diagonale, il cavallo solo a elle, etc. Certo, lo scopo degli scacchi è mangiarsi la regina, ma nessuno scacchista ti direbbe che il bello del gioco degli scacchi è mangiarsi la regina, piuttosto le mosse per metterla in scacco.

Le regole hanno un campo di applicazione che non è mai totale, ovvero un campo che non comprende mai, estensivamente, l’universo intero ma soltanto quello nel quale il gioco ha luogo. È il motivo per cui il gioco è un gioco, una finzione.

Per concludere, come la goliardica trovata del “42” di Douglas Adams insegna, non c’è senso della vita, nel senso di uno scopo ultimo, una trascendenza finale epifanica che scioglie ogni dubbio trasfigurando l’esistenza, ma solo la necessità di obbedire alle sue regole.

Questa non è una pizza

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Nella sua ultima pubblicità Pizza Hut fa assaggiare le sue nuove pizze a dei vecchietti di Sorrento i quali, ovviamente, non apprezzano.

Eccola qui l’essenza del capitalismo: la qualità del prodotto non ha assolutamente importanza (la pizza giudicata non-pizza da chi la pizza l’ha creata), ciò che conta è che si produca il prodotto. La produzione prima della cosa da produrre, con la conseguenza che le cose sono senza contenuto, cosalità, brocche senza acqua, basta che siano prodotte e che qualcuno le compri. Folle catena che per essere giustificata deve essere costantemente rinnovata come le nuove pizze che giustificano questo spot. Tzè, questi anziani prigionieri del passato e dei loro stereotipi, largo alla nuovissima pizza di una catena di fast-food che produce lo stereotipo della pizza.

Così Pizza Hut è ironica (parliamoci chiaro, la nostra pizza non è un granché visto che quelli che ne capiscono non l’apprezzano) e nello stesso tempo autorevole: the tradition is king, change is bad si sente all’inizio dello spot. Ok, facciamo una pizza di merda ma, hey, diamoci un taglio con queste lamentele da vecchio, largo all’innovazione della pizza non-pizza subito pronta e poco costosa.

Quale pazzo si opporrebbe al mantra del cambiamento? Sì, ok, non c’entra con la pizza ma non deconcentrarti, lo spot si chiama the old world…capito dove voglio arrivare? Lo so, non c’è logica, fa nulla, mangia.

The old world sono i prodotti della terra, quelli di cui si nutrivano i nostri nonni e tutte le generazioni precedenti, insomma il cibo che si è mangiato negli ultimi undicimila anni e che oggi costa più di quello industriale e si chiama bio. Anzi, a esser più precisi è il cibo normale, quello semplicemente coltivato, ad esser diventato anch’esso industriale, un prodotto, una cosa svuotata e incatenata in un sistema di produzione e distribuzione. The old world è zappare, the new world is bio (la domanda del comunista è: chi sta zappando?).

Eccolo qui il capitalismo, che trasforma tutto in produzione, anche quello che non ha bisogno di essere prodotto, confezionato e distribuito. Eccolo qui il desiderio mortale dell’uomo che con la tecnica di produzione del capitalismo ottiene il luogo dove portare la tecnica alla sua essenzaprodurre natura. È la ragione per cui il capitalismo sta distruggendo il pianeta: per produrre nuova natura devi rinunciare a quella vecchia. Non vorrai opporti a tutto questo e fare la figura di un vecchiardo paternalista retrogrado come questi teneri nonni di Sorrento? The tradition is king, change is bad.

Lo so, è solo lo spot di una pizza, non esageriamo. E se vogliamo dirla tutta, la pizza di Pizza Hut is good, come sentenzia il vecchietto alla fine. Per poi precisare, dopo esser stato rimbeccato dalla moglie, but is not pizza.

Musica(lità) e oralità

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«L’interazione diretta con il pubblico può influire sulla stabilità verbale: le aspettative del pubblico possono infatti contribuire a fissare temi e formule. Ho visto confermata l’importanza delle aspettative in una mia esperienza personale. Alcuni anni fa stavo raccontando la storie dei “Tre Porcellini” a una mia nipotina, ancora abbastanza piccola da conservare una mentalità orale nonostante l’ambiente letterato circostante. A un certo punto dissi: “Egli soffiò e sbuffò, e soffiò e sbuffò, e soffiò e sbuffo”. Cathy si arrabbiò per la formula che avevo usato. Lei conosceva bene la storia, e la mia formula non era quella che si aspettava. Esclamò imbronciata: “Egli soffiò e sbuffò, e sbuffò soffiò, e soffiò e sbuffò”. Io modificai la mia narrazione, accondiscendendo alle richieste del mio pubblico, come spesso hanno fatto altri narratori orali».

Walter J. OngOralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino, Bologna 2012, p. 113.

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L’oralità, essendo suono, non ha la possibilità di concretizzarsi visivamente, per cui il processo di memorizzazione segue un percorso diverso rispetto alla scrittura. Ricordare ciò che si ascolta richiede ridondanza, invece ciò che è scritto non va necessariamente ricordato, basta riprendere in mano il testo (da qui l’invettiva di Platone contro il pharmacon della scrittura).

Perciò, come per la musica, la formula orale deve accontentare due elementi: ritmo e armonia, che sommati insieme danno eleganza. “Sbuffò” e “soffiò” sono parole che si ripetono tre volte ciascuna, e ciascuna viene ripetuta consecutivamente alla fine e all’inizio della frase successiva, rendendo più facile la memorizzazione di tre sequenze che somigliano a un accordo: alla formula “sbuffò e soffiò” ne seguono due che iniziano con l’ultima parola pronunciata. Tutte e tre esauriscono la combinazione possibile di due parole. Totale: tre formule, con la terza che ripete la prima: armonia.

Nonno Ong ripeteva in modo meccanico e uguale la stessa sequenza rendendone difficile la memorizzazione: tanto vale ripeterlo una volta sola, come se fosse scritto. Ripeterlo tre volte, uguale, a voce, sarebbe la cacofonia della musica mistica, o dance, che è funzionale allo sballo, quando qui siamo di fronte alla lirica di un racconto che deve trasportare l’immaginazione più che il corpo. Cathy, come ogni racconto insegna, desidera qualcosa di armonioso e ritmico.

Cultura orale

«All’estremo nord, dove c’è la neve, tutti gli orsi sono bianchi. La Terranova sta all’estremo nord e lì c’è sempre la neve. Di che colore sono gli orsi lì?»
«Non so, io ho visto un orso nero, altri non ne ho visti. Ogni località ha i suoi animali».
«Stando alle vostre parole, tutti gli orsi devono essere bianchi».

«Spiegate cos’è un albero».
«Perché dovrei, tutti sanno che cos’è un albero, non c’è bisogno che glielo dica io».
«E come potreste definirlo in due parole?».
«In due parole, melo, olmo, pioppo».

«Se arrivaste in un posto dove non ci sono auto, cosa direste alla gente per spiegare che cosa esse sono?».
«Direi che hanno quattro zampe, delle sedie davanti per mettersi a sedere, un tetto per ripararsi e un motore. Ma poi direi: se ci sali per farci un giro, scoprirai cos’è».
«È fatta in fabbrica. In un solo viaggio può percorrere la distanza che un cavallo percorrerebbe in dieci giorni, tanto va in fretta. Cammina con l’aiuto del fuoco e del vapore. Si accende il fuoco, così l’acqua bolle e si trasforma in vapore, il vapore dà forza alla macchina. Non so se ci sia l’acqua in un’auto, ma ce ne deve essere. L’acqua non basta però, ci vuole anche il fuoco».

«Che uomo siete, com’è il vostro carattere, che qualità e che difetti avete, come vi descrivereste?».
«Sono venuto qui dall’UchKurgan, ero molto povero, adesso mi sono spostato e ho dei bambini».
«Ma che difetti avete?».
«Quest’anno ho seminato un pud di grano, e un po’ alla volta correggeremo i difetti».

«Che tipo di persona sei?»
«Cosa posso dire del mio cuore? Come posso parlare del mio carattere? Chiedete agli altri, loro possono dirvi di me, non io».

Domande su persone a bassa alfabetizzazione in Uzbekistan e Kirghizia, anni 1931-32. Aleksandr Romanovič LurijaStoria sociale dei processi cognitivi, Giunti-Barbera, Firenze 1976, pp. 99 ss, in Walter J. OngOralità e scrittura, Il Mulino, Bologna 2012, pp. 99 ss.

Interstellar

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«Il problema principale di Interstellar è che non ci sono incognite. Tutto in quel film si sforza di dare senso alle cose. Tutto deve avere un perché». Una chiacchierata con Andrea, amico regista, mi aiuta a diradare le perplessità sull’ultimo film di Christopher Nolan.

Sono un fan di Nolan e nonostante Interstellar ci resto. Se vogliamo dirla tutta, nonostante The Prestige Inception. Insomma, sono fan di Nolan per eterna gratitudine per come ha raccontato Batman, i suoi più bei film, non a caso su un soggetto non suo. In altre parole, sono un fan di Nolan nonostante Nolan.

La delusione di Interstellar è la delusione per l’occasione persa di fare un grande film sull’esplorazione spaziale, sulla smisurata solitudine dell’umanità, sull’assordante silenzio indifferente piuttosto che maligno dell’universo. Due scene su tutte: quando Amelia Brand/Hathaway si confronta con Cooper/McConaughey sul problema del male nella natura e quando Romilly/Gyasi esprime la sua solitudine nell’angoscioso centimetro di lamiera che lo separa dalla morte. Potevi soffermarti su questi momenti Nolan, raccontarmi le sensazioni che prova un astronauta di fronte alla sublime bellezza del cosmo.

Ok, Kubrick ha già fatto tutto questo, però era carino rifarlo con sto ben di dio di computer grafica che abbiamo oggi. Il problema di Interstellar, come ha ben sintetizzato Andrea, è la sua volontà di voler spiegare, col risultato, come in qualunque situazione in cui ci sia questa ossessione per lo “spiegone”, di creare buchi narrativi e banalità. «Duel – racconta Andrea – è un bellissimo film che parla di un uomo inseguito da un camion di cui non si sa nulla: né chi sia né perché lo insegue. Il cinema è fondamentalmente tutto questo». Dello spiegone non ce ne frega una mazza.

Il bellissimo buco nero di Gargantua (il cui nome viene da un buco nero immaginario raccontato nel primo capitolo dell’unico libro di Kip Thorne finora tradotto in italianoè un oggetto molto semplice, tra i più semplici dell’universo. Poiché tutto quello che possiamo sapere su di lui si ferma alla superficie, oltre la quale nessuna informazione può fuoriuscire, ci è sufficiente conoscerne, spiega il fisico statunitense, massa, carica elettrica e momento angolare per sapere cosa abbiamo di fronte.

Il buco nero è la metafora della scienza, conoscenza organizzata che mai potrà spiegarti tutto, perché fondamentalmente all’uomo di sapere tutto non gli interessa. Il buco nero è l’oggetto la cui spiegazione si paga al caro prezzo di trasformare la scienza in deismo, sovvertendo la fisica classica con fantasmagoriche teorie del tutto. È la scienza che se soppianta la religione si vede ritornare trascendenza a gogo.

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La scienza non deve soppiantare la religione. Non c’è niente da soppiantare, perché ci sarà sempre una trascendenza connaturata alla conoscenza, la trascendenza è connaturata alla conoscenza. Una lezione che ci ha curiosamente insegnato un uomo dedito alla scienza, o meglio alla divulgazione scientifica, quindi alla sua spiegazione: Carl Sagan. A dimostrazione che la buona scienza, quella al servizio della conoscenza e non della tecnica produttivo-economica, non è niente di più che un sapere ben fondato. 

Un film che insieme a 2001 odissea nello spazio ci insegna questa impossibilità per la conoscenza stessa di sapersi completa, dell’impossibilità della scienza di rivelarci il tutto del sapere, che non è altro che quello che facciamo da millenni col misticismo religioso, è Contact di Robert Zemeckis, la storia di una scienziata che viaggia in un ponte di einsten-rosen, un wormhole, senza essere creduta.

La metafora dell’esploratore, di colui che esplorando non smette di muoversi, che fa del viaggio più che della meta il vero oggetto della scoperta, perde di consistenza nell’universo. L’esploratore spaziale non è niente di romantico, abolisce velocità, tempo e spazio per coprire distanze incommensurabili. Per essere esploratore e mantenersi allo stesso tempo umano, per muoversi tra sistemi solari, galassie e ammassi di galassie senza invecchiare troppo, in realtà non deve muoversi affatto: salta tra un wormhole e l’altro, va da un punto A a un punto B senza percorrere lo spazio per arrivarci.

Ciò che resta è la potenza sublime dell’universo, la magnificenza di Gargantua, l’incommensurabilità del cosmo di fronte alla piccolezza dell’uomo il quale, nonostante questo, grazie alla ragione bastarda che mortifica l’intelletto a fare più di quel che può, riesce a mantenersi di fronte a tutto ciò senza crollare. Una sfida alla natura che più che di hýbris (ὕβϱις) gradassa sa di puro piacere estetico, che è la cosa più bella e moralmente più alta che si possa immaginare. Tutto questo il cinema lo racconta molto bene.

Il cinema di fantascienza, come la ragione che si misura con la potenza sublime, ti mostra quell’insufficienza dell’uomo di fronte alla grandezza della natura che non è che lo spazio nel quale si compie il balzo per ammirarla. Potevi raccontarmi tutto questo Nolan, con riprese di dieci minuti sullo splendido disco di accrescimento di Gargantua e sui ridicoli pianetini che ci girano attorno. Hai perso l’occasione di fare un altro 2011: odissea nello spazio con un buco nero supermassiccio da milioni di masse solari al posto del monolite nero.

L’antica usanza di insultare la madre

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«Vantarsi del proprio coraggio e/o irridere il nemico sono atti che regolarmente ricorrono nella narrativa: nell’Iliade, nel Beowulf, nelle storie cavalleresche medievali europee, nell’Epica di Mwindo e in innumerevoli altri racconti africani, nella Bibbia. Comune a tutte le società a cultura orale di tutto il mondo è l’insulto reciproco, denominato flyting o fliting dai linguisti.
Cresciuti in una cultura ancora prevalentemente orale, alcuni giovani neri degli Stati Uniti, dei Caraibi e di altri luoghi si impegnano in ciò che nel gergo dei neri è chiamato dozensjoning, o sounding, un gioco, in cui ogni partecipante tenta di superare gli altri nell’insultarne la madre».

Walter J. OngOralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino, Bologna 2012, p. 90.

Altissima povertà

Ciò che i francescani non si stancano di ribadire e su cui anche il ministro generale dell’ordine, Michele da Cesena, che pure aveva collaborato con Giovanni XXII nella condanna degli spirituali, non è disposto a transigere, è la liceità per i frati di servirsi dei beni senza avere su di essi alcun diritto (né di proprietà né di uso): nelle parole di Bonagrazia, sicut equus habet usus frati, «come il cavallo ha l’uso di fatto, ma non la proprietà dell’avena che mangia, così il religioso che ha abdicato a ogni proprietà ha il semplice uso di fatto (usum simplicem facti) del pane, del vino e delle vesti» (Bonagrazia, p. 511).

Nella prospettiva che qui ci interessa, il francescanesimo può essere definito – e in questo consiste la sua novità, ancor oggi impensata e, nelle condizioni presenti della società, del tutto impensabile – come il tentativo di realizzare una vita e una prassi umane assolutamente al di fuori delle determinazioni del diritto. Se chiamiamo «forma-di-vita» questa vita inattingibile dal diritto, allora possiamo dire che il sintagma forma vitae esprime l’intenzione più propria del francescanesimo […].

Se, da una parte, gli animali sono umanizzati e diventano «frati» («chiamava tutte le creature col nome di fratelli», Francesco 2, II, p. 156), per converso, i frati sono equiparati, dal punto di vista del diritto, a degli animali.

Giorgio AgambenAltissima povertà. Regole monastiche e forma di vita, Neri Pozza, Vicenza 2012, pp. 136-137.