Nel web c’è un piccolo giardino

image

La privacy è un’invenzione, nel senso che c’era un tempo in cui non esisteva. E’ nata in un lasso di tempo che va dal XVI al XX secolo, quello dell’ascesa della borghesia, vecchia parola caduta in disuso dopo la fine del valzer degli antagonismi del secolo passato. E’ importante precisare questo punto, affinché non si naturalizzi il concetto, finendo per credere che la tutela degli affari propri sia un bisogno connaturato alla persona, qualcosa di sacrosanto.

Uno dei leitmotiv sulla privacy moderna è che nel web sia messa a rischio. Facebook più di tutti manifesta questa inquietudine. Tra poco arriverà Graph Search, il primo motore di ricerca in cui i risultati siamo noi, la nostra anagrafe. Il suo avvento pare porterebbe con sé due conseguenze. La prima è che vi si manifesterebbero pienamente le contraddizioni della personalità pubblico-privata: gente che si autodefinisce cattolica e apprezza la Durex; sposati che seguono siti di dating; professanti omofobi che firmano una petizione online in favore dei pacs. Quasi come se nel web il super-io scompaia, deflagri l’interiorizzazione dei codici di comportamento, del galateo, dei costumi, e l’identità diventa patologica, con la mano sinistra che non sa cosa sta facendo la destra. 

L’altra conseguenza, più inquietante, su Graph Search è il timore dell’arrivo di un altro strumento di controllo. Così alla Cina basterà andare su Facebook per vedere gli orientamenti politici del suo popolo. Ma un simile rischio non tiene conto del fatto che i veri dissidenti difficilmente si iscriverebbero a Facebook, e un tale timore si riduce realisticamente a quello della propaganda, nel peggiore dei casi a un altro raffinato strumento di marketing politico e culturale.

Come si dice, nel privato le persone sono molto diverse da come sono pubblicamente. In genere è un parametro che misura le ipocrisie, e lo iato tra i due dipende da quanto ci si racconta e si è raccontati nel pubblico, quanto si è insomma un personaggio pubblico. Ciò vale per tutti, dai conferenzieri ai pornoattori. Nel web questo raccontarsi e farsi raccontare pare avviluppare le persone in contraddizioni ideologiche e luoghi comuni. Ma non è nient’altro che l’identità stessa. Ci si ritrovi in una piazza, tra le quattro mura di casa o nel giardino di casa, si deve sempre fare i conti con la propria incoerenza. All’inizio invece pareva che il web fosse un luogo terzo, neutrale, dove questa tendenza patologica di un soggetto incoerente potesse scomparire lasciando spazio a un avatar. Poi si è fatto i conti con la realtà: il web non è molto diverso da qualunque altro luogo pubblico.

image

L’ossatura dei social network si fa sempre più definita, e sta andando verso la forma di un incubatore irriflesivo dove il luogo non determina i soggetti ma questi ultimi a determinare quello, come la piazza, dove la qualità di un dibattito dipende da chi interviene. All’inizio lo si è scambiato per un luogo di esistenze autentiche, con tutte le conseguenze del caso, come quelle di un certo giornalismo che va sul Twitter di un personaggio pubblico pensando di parlare con il vero personaggio pubblico, quello privato (che macello…), senza rendersi conto di essere di fronte ad un ufficio stampa. Questa ingenuità è finita e stiamo iniziando a considerare lo spazio del web in maniera meno ingenua e sognante. Questo perché qui il pubblico e il privato sono gli stessi che si ritrovano nella realtà che sta fuori lo schermo. Siamo di fronte a un posto non meno autentico di una festa di paese, di un pranzo di gala, di una cena tra amici.

Nel web il privato è in gioco tanto quanto e non di più di un qualunque meno virtuale luogo pubblico. La cosa è irritante, come una pagina di commenti. Si credeva di avere a che fare con un Nuovo Mondo dove potersi creare una nuova identità, un luogo di frontiera dove andare a briglia sciolta verso terre sconosciute. Chi poteva immaginare invece che qui bisogna mantenere lo stesso contegno che si ha a tavola in presenza di estranei? La conseguenza positiva è che ci si responsabilizza nel suo uso visto che ad ogni nostro intervento è in gioco la nostra faccia, non quella delle emoticon ma la stessa in carne e ossa con la quale sorridiamo. Nello stesso tempo però si deve fare i conti con un luogo non meno libero del giardino di casa, della piazza. E la buon vecchia libertà resta quella di sempre. 

Scripta volant, verba manent

Verba volant, scripta manent. Avete mai riflettuto che una lettera è appunto una parola che vola? Volée, rubata, una lettera può esserlo, perché è un foglio che vola. Sono gli scripta che volant, mentre le parole, ahimè, restano.

Jacques Lacan, Il seminario II, Einaudi, Torino 2006, p. 226.

La famiglia è etero, ma il sesso c’entra poco

Il mio pensiero è che la famiglia sia costituita da un uomo e una donna, e ritengo necessario che i figli crescano con un padre e una madre.

Mario Monti

L’ha detto Mario Monti e non c’è niente di eterosessuale in questa affermazione. Poi se lui l’abbia detto in quel senso oppure no, vorrà dire che la prossima volta dovrà essere più preciso.

La figura di un padre e di una madre prescindono dal sesso. Questo però non vuol dire che tutti possono assolvere al ruolo di padre o madre. Ma questo, di nuovo, non dipende dall’avere un fallo oppure no. Non è una questione di quantità ma di qualità. Dipende dai ruoli, e in una relazione quale dei due ruoli si ha. Quindi, in una relazione con un figlio, quale dei due partner si relaziona in un certo modo con il proprio figlio. 

Non sto qui a dire che ci sono maschi e femmine che sono stati pessimi padri e pessime madri, perché ci saranno altrettanto pessimi padri femmine o pessimi madri maschi. E’ questo pessimo ciò su cui si gioca tutto. Il sesso c’entra molto poco.

Periplo immaginario, Berlusconi e la Cosa

berlusconi

Sto per fare una cosa insopportabile: inanellare una serie di forzature ermeneutiche. Sono caduto dentro lo strutturalismo e non riesco a uscirne. Magari questa è la volta buona per uscirne o impantanarsi. Comunque sia sarà divertentissimo.

L’Immaginario, primo termine strutturale, è il narcisismo del sé che non è ancora un soggetto. E’ ciò che il filosofo della psicoanalisi Jacques Lacan chiamava lo stadio dello specchio, il momento atemporale in cui la persona costruisce il proprio sé riconoscendosi in qualcosa che non è lui, eppure lo ri-presenta: lo specchio, sia esso uno specchio reale o un’altra persona. Nell’Immaginario abita l’altro, l’alterità che si ritrova in sé stessi, che struttura la nostra identità, quella in cui io sono ciò che vedo di me e mi identifico in ciò che gli altri vedono di me. Secondo Ordine strutturale è il Simbolo. E’ tutto ciò nel quale ci identifichiamo senza che alla sua costituzione vi abbiamo partecipato attivamente, come invece accade nell’identificazione immaginaria. E’ l’anagrafe, il cognome del proprio padre, l’insegnamento scolastico, la lingua che parli, la cadenza dialettale. A differenza dell’Immaginario, che è il luogo del sé come io (moi), il Simbolico è il luogo del sé come soggetto (je), identità espropriata che ti viene posta senza che tu la poni, a differenza dell’atto di ripresentazione di noi stessi in un’immagine (l’Immaginario). E’ l’identità gettata, il grande Altro – “Altro”, con la “A” minuscola, a differenza dell‘“altro” dell’Immaginario che si scrive con “a” minuscola. Al Simbolico non possiamo far altro che rispondere: “Si, sono io”.

Silvio Berlusconi è la personificazione dell’ordine dell’Immaginario e trova la sua incarnazione nella televisione: lo schermo come immagine della sua identità. La particolarità di questa relazione tra quest’uomo e la tv, a differenza di tutti gli altri uomini politici moderni che pure identificano la propria immagine pubblica sulla televisione, è che Berlusconi non è nient’altro che il suo Immaginario, il Simbolo è tutto ciò che manca a quello che identifichiamo col nome “Berlusconi”: non sappiamo chi è, da dove viene, conosciamo soltanto quello che raccontano di lui attraverso la televisione. Ovviamente sappiamo chi è veramente, ma non è quello che importa, non è ciò che si sa di lui. Quelle rare volte in cui si mostra per ciò che è veramente, lo è solo nella forma della Cosa, das Ding: un vecchio massone-cariatide inphardato, molto diverso dal venditore di aspirapolveri dal sorriso rassicurante e inquietante come quello di una pubblicità. La fenomenologia del Simbolo Berlusconi è una cosa orribile.

Chi non fa questa distinzione tra il Berlusconi dell’Immaginario e quello del Simbolo cade nell’antiberlusconismo, una realtà gommosa, modellabile, fantasmatica e sognante, come la televisione. La trappola nella critica all’uomo che è il suo Immaginario è questa: credere di poter raccontare il Berlusconi del Simbolo nei luoghi dell’Immaginario, ovvero quegli stessi luoghi in cui egli racconta sé stesso, finendo sopraffatti da bugie che avranno pure le gambe corte ma in tv camminano benissimo. Questo è uno dei motivi per cui Grillo, con una mossa da vecchio partito stalinista, ha vietato ai suoi di apparire in tv: ha intuito la trappola dell’Immaginario. Ci sarà un giorno in cui Berlusconi entrerà nel Simbolico, ma non sarà in televisione, e soprattutto sarà troppo tardi: sarà morto o scappato in Tunisia. 

Ecco perché lo show di Santoro è stato uno show, un evento mediatico, un flop dal punto di vista giornalistico. Curzio Maltese, maestro degli editoriali, ha sintetizzato tutto quello che c’è da dire, non a caso giudicando il conduttore e l’ospite “due narcisi”. Se davvero si fosse invitato Berlusconi per intervistarlo, per fargli domande, per avere delle risposte, per avere il Berlusconi del Simbolo, l’invito sarebbe caduto nel vuoto: egli non è un Simbolo. L’Immaginario sarà pure contraddittorio, ma non accetta il contraddittorio. 

I’m extremely romantica Zizek said

I’m extremely romantic here. You know what is my fear? This postmodern, permissive, pragmatic etiquette towards sex. It’s horrible. They claim sex is healthy; it’s good for the heart, for blood circulation, it relaxes you. They even go into how kissing is also good because it develops the muscles here – this is horrible, my God! It’s no longer that absolute passion. I like this idea of sex as part of love, you know: “I’m ready to sell my mother into slavery just to fuck you for ever”. There is something nice, transcendent, about it. I remain incurably romantic

Le parole e le cose

el

Pronunciate la parola «leone», scrive [Hegel] nella Filosofia dello spirito jenese, e avrete creato il leone ex nihilo, abolendone la realtà sensibile. Pronunciate la parola «cane», chiosa Kojève, e avrete ucciso il cane reale, che abbaia e agita la coda. Pronunciate la parola «gatto», continua Blanchot, ed ecco che «la morte parla». Pronunciate la parola «elefanti», conclude Lacan, ed ecco che una mandria di elefanti fa il suo ingresso, al gran completo, nella stanza  […].  

Mikkel Borch-Jacobsen, Lacan, il maestro assoluto, Einaudi, Torino 1999, pp. 232-233.

Rivoluzione

 alt e lac

L’avvenire: possono pensarci. Hanno Ragione. Ci saranno rivoluzioni che saranno per loro più amare o crudeli di quella per cui temono di perdere la loro posizione sociale, il loro reddito e il resto. E’ sempre possibile sfuggire agli effetti finanziari e sociali di una rivoluzione sociale. E non vale la pena, Dio gliene scampi!, di attraversare il mare…basta dare assicurazioni, garanzie, insomma conoscere le buone maniere […]. No. Parlo di un’altra rivoluzione, quella che lei prepara senza che lo sappiamo, quella da cui nessun mare al mondo potrà proteggerli, né alcuna rispettabilità, che sia capitalista o socialista: quella che li priverà della sicurezza del loro Immaginario e darà loro un giorno la possibilità […] di liberare il loro desiderio di uomini, che non ha il nome, non il nome di uomo, e quindi certamente non il nome di desiderio […], rivoluzione che darà loro un giorno la possibilità di liberare il loro “desiderio” d‘“uomini” dall’Immaginario della condizione sociale, religiosa, morale, matrimoniale ecc.   

Louis Althusser, corrispondenza con Jacques Lacan (lettera non spedita, Parigi, martedì 10 dicembre [1963] ore 18), in Sulla psicoanalisi, Freud e Lacan, Raffaello Cortina, Milano 1994, pp. 266-267.

Coprologia del danaro

Come disse Moses E. Herzog, il denaro passa attraverso le persone, il che significa che il danaro non si spende da solo. Alcuni però credono che sia fatto per essere speso, altri per essere accumulato. Tra i due passa una differenza sostanziale.

E’ importante accumulare per investire, risparmiare per comperare qualcosa di importante, è la parsimonia. Al contrario, quando la preposizione per cade e si ripiega su sé stessa accade che ci si innamora dei soldi: si accumula per nessuno scopo in particolare, se non per accumulare. E’ una delle essenze del capitalismo, parola caduta in disuso, guarda caso proprio ora che è diventato l’unico sistema di produzione del pianeta. Prima di lui c’era il colonialismo, ricchezza degli imperi; poi è arrivata l’industrializzazione, ricchezza delle nazioni; oggi è la finanza, ricchezza delle multinazionali. In ogni caso stiamo parlando della stessa cosa: capitalizzare, cioè accumulare Capitale. E’ un cambiamento profondo, antropologico, quello che porta con sé il principio dell’accumulo: il danaro non si spende. Ma c’è un grosso rischio nel limitarsi ad accumulare danaro senza spenderlo: la stitichezza.

image

Il danaro è cacca metaforicamente parlando, perché è propriamente uno scarto, scarto con il quale ci si arricchisce. Residuo del lavoro, della fatica, esso non è un prodotto, il prodotto è quello che coltivi, quello che acquisti usando, appunto, il danaro. Credo sia importante pensarlo così, crea la giusta distanza. Gli si riconosce una funzione – direi vitale a questo punto – senza affezionarcisi troppo, senza dargli un valore intrinseco: il suo valore sta nel suo essere speso per qualcosa. C’è per caso qualcuno che conserva la cacca soltanto per conservarla? Sarebbe da pazzi, a meno che non la si usa per concimare. Così il comportamento dell’amante del danaro, dell’accumulatore, è proprio quello di conservarsi le feci e basta. Non mi si fraintenda, non c’è un giudizio morale nel dire che il danaro è cacca (posso mai affermare che defecare sia sbagliato?), piuttosto c’è lo sforzo di vederlo per quello che è: una cosa potente, universale, onnipresente, necessaria…proprio come la cacca. E’ una metafora feticista, non moralista. In altre parole: c’è dell’utile anche nella cacca, ma resta pur sempre cacca.

Abbiamo detto con Herzog che nell’atto della spesa i soldi passano attraverso chi li usa. Così inteso il danaro diventa un mezzo che passa attraverso di te, ti appartiene per un po’, è un pezzo di te, ma non ti ci identifichi. Quando invece si sceglie di accumularlo succede una cosa pericolosa, avviene un processo di identificazione che blocca il naturale circolo del danaro: qualcosa entra ma non esce. Non è una pausa da coito interruptus, non si rimanda il piacere per mantenersi nel desiderio (questo è quello che credono di fare gli amanti dell’accumulo), al contrario siamo di fronte a un blocco fisiologico. Nasce una patologia: quella di credere che possedere danaro sia un valore, quando il suo valore sta nello scopo per il quale è stato accumulato: per spenderlo. Avrà la sua utilità dare valore all’accumulo, ma il criterio dell’utile non è quello del benessere, basta chiedere a uno stitico.