Proletariato, cent’anni dopo

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«Dov’è dunque la possibilità positiva dell’emancipazione […]? Risposta: nella formazione di una classe con catene radicali, di una classe della società civile che non è una classe della società civile, di uno Stand, che è la dissoluzione di tutti gli Stände […], che non rivendica nessun diritto particolare, poiché su di essa viene esercitata non un’ingiustizia particolare, ma l’ingiustizia assoluta […]; di una sfera, infine, che non può emanciparsi, senza emanciparsi da tutte le altre sfere della società e senza emancipare quindi tutte le altre sfere della società – che, in una parola, è la perdita totale dell’uomo e che potrà raggiungere se stessa solo riscattando integralmente l’uomo. Questa dissoluzione della società come Stand particolare è il proletariato.

Karl Marx e Friedrich EnglesWerke, I, Dietz, Berlin p. 390, in Giorgio AgambenIl tempo che resta, Bollati Boringhieri, Torino 2000, pp. 34-35.   

                                                       ***                                                       

Non mi pare le cose siano cambiate tanto. Anzi, i proletari di oggi sono più proletari di quelli di ieri. Siamo più veri dei veri. Non a caso “proletariato” è oggi una parola anacronistica. Una parola ha bisogno del suo contrario per esistere, altrimenti decade. E’ come in un mondo di pazzi. Siamo tutti proletari.

Ma il Capitale, non aveva vinto? Sì, però funziona che la ricchezza è distribuita male. Poi ti spiego.

La differenza con i vecchi proletari è che noi oggi vogliamo questa catena radicale, questa perdita totale, la desideriamo come il nuovo tablet che cambierà tutto, tranne la propria condizione sociale. Alcuni hanno addirittura sostenuto, e ancor di più altri sostengono ancora oggi, che non desideriamo più questi oggetti, ma già ne godiamo: le rate insomma son roba vecchia, ora puoi già ottenere (goderne) ciò che desideri, senza bisogno di lavorare. Il lavoro non rende più liberi, ma questo già si sapeva da un pezzo. Ogni oggetto da consumare non sarà mai al di sopra delle proprie possibilità perché già si vive al di sopra delle proprie possibilità, e quell’oggetto, quel feticcio, quella merce, è sempre già nelle tue possibilità.Il “Godi! Godi! Godi!” della generazione che non resiste più a niente si è sostituito a quel “Resistere! Resistere” Restistere!” della generazione che voleva soltanto godere.

Omofobia, la scarsa qualità del dibattito italiano

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Quindi, se ho capito bene:

I gay che non si sono suicidati da ragazzi dicono ai potenziali adolescenti suicidi di non suicidarsi perché la vita è bella. Addirittura c’è chi scrive una lettera aperta ai potenziali gay suicidi – pubblicata su La Repubblica di oggi – che dice sostanzialmente: ”Non ucciderti, essere gay è come tifare la propria squadra del cuore!”. Insomma, in Italia la qualità del dibattito pubblico sull’omofobia ha raggiunto livelli invidiabili.

C’è uno stridore logico e una cacofonia semantica degna dei migliori programmi televisivi del primo pomeriggio nel dire “suicida perché gay”, e il fatto che l’equazione la utilizzino quotidiani e rotocalchi, giornali scandalistici e generalisti, è un segnale forte: cari ragazzi, dovete avere il culo di nascere in una famiglia dalla mentalità aperta, perché se aspettate che qualcun altro vi possa far capire cosa vi sta succedendo vi sbagliate di grosso. Se poi a questo aggiungiamo le buone intenzioni di un personaggio pubblico quale il comico Carlo Giuseppe Gabardini che riduce la complessità dell’identità di genere al tifo calcistico, all’amore per un autore di romanzi, il risultato è qualcosa di assolutamente orribile. L’intenzione è encomiabile. E’ quella che vuole alleggerire la questione, ma la forma con la quale la presenta è terribile perché pone l’adolescente – così confuso, in un momento della sua vita in cui decide qui e ora cosa sarà per tutta la vita – come un ragazzetto, un piccolo bambino. «Ma dai, stai tranquillo – sembra dire Gabardini – l’omosessualità è come stare davanti al televisore e gridare: “NAPOLI! NAPOLI!”». Ma che risposta è?! Io voglio baciare i ragazzi, il mio pene diventa duro quando vedo bei visi scolpiti, non so cosa cazzo significa e se è una cosa naturale oppure no, e tu mi sai soltanto dire “Sorridi! Essere gay è bellissimo!”?

La verità fondamentale sull’omosessualità è questa: essere gay o essere eterosessuale è la stessa cosa. Si tratta ovviamente di una contraddizione: o si è gay o etero, amare l’altro sesso non è amare lo stesso sesso. Ma se in entrambi i casi si ama, allora essere gay è la stessa cosa di essere eterosessuale. Per questo l’editoriale di Gabardini afferma che essere gay è bellissimo. Ma se non spieghi il perché , dicendo solo come – e un “come” con esempi degni di una puntata di Bim Bum Bam – il messaggio che passa è purtroppo una cosa molto banale. Caro Gabardini, non si può affermare il messaggio rivoluzionario, fondamentale (essere gay o eterosessuale non fa differenza) con il linguaggio di Camera Café. Ma la colpa più grossa è della redazione di un quotidiano da centinaia di migliaia di copie che decide di pubblicarlo. Sarebbe meglio consigliare La vita di Adele e basta, film che dice tutto quello che Gabardini avrebbe voluto dire, soltanto in modo autentico, e senza dire proprio niente.

Nun se po’ sentì

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«Nun se po sentì un nobile declassato che non solo abusa di un “compagno”, ma che addirittura l’appella a un tizio di cui avrà ascoltato sì e no due canzoni sfrecciando con la Jaguar di papà sulla costa Azzurra. No, in nome di quel briciolo di dignità che è rimasto alla sinistra, in nome di Lenin, Marx e di un eroinomane newyorkese che cantava l’amore trans nella capitale del capitalismo underground, no». Questo avranno pensato i Wu Ming.

Così fan tutti

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In un mondo post-atomico, post-moderno, dove ideali quali uguaglianza, fratellanza e libertà sono buoni per vendere qualcosa. In un mondo dove addirittura la Chiesa ha capito che deve strizzare l’occhio alla modernità se vuole entrare nel XXI secolo, fa strano vedere la Merkel indignarsi e sbattere i pugni su un tavolo che non è più di sua proprietà da un pezzo, e fare l’offesa strizzando l’occhio a un “popolo” iscritto per di più a Facebook.

Mac e Pc, forma e contenuto, latinismo e germanismo

Alla base dei prodotti Apple non c’è forse l’idea che basta possederli per essere fighi? Non importa cosa create con il vostro Mac Book Air. Il semplice fatto di usare un Mac Book Air, di toccare con mano l’elegante design del suo hardware e del suo software, è di per sé un piacere, come passeggiare per una strada di Parigi. Mentre lavorate su un goffo e funzionale pc, l’unica cosa di cui potete godere è la qualità del vostro lavoro. Come dice [Karl] Kraus della vita tedesca, “conferisce serietà” a quello che fate, vi permette di vederlo senza fronzoli. Questo era vero soprattutto ai tempi dei sistemi operativi Dos e dei primi Windows […].

[Le edizioni più recenti di Windows] mutuano sempre più elementi dalla Apple senza però riuscire a nascondere il proprio carattere essenzialmente sfigato. Peggio, inseguendo l’eleganza della Apple non fanno che tradire la vecchia, austera bellezza funzionale del pc.

Credetemi, voi che indossate colori vivaci: in culture nelle quali ogni imbecille possiede un’individualità, l’individualità rimbecillisce

Karl Kraus

Jonathan FranzenCosa c’è che non va nel mondo moderno, sul Guardian con il titolo What’s wrong with the modern world.

Negazionismo e governo dei corpi

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Il 15 ottobre la Commissione Giustizia del Senato ha approvato un emendamento presentato dal senatore Felice Casson (PD) che modifica l’articolo 414 del codice penale (istigazione a delinquere) prevedendo un aggravio di pena del cinquanta per cento «se l’istigazione o l’apologia riguarda delitti di terrorismo, crimini di genocidio, crimini contro l’umanità o crimini di guerra. La stessa pena si applica a chi nega l’esistenza di crimini di genocidio o contro l’umanità». In questi giorni la stessa Commissione sta discutendo un emendamento all’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654 – presentato in origine da Silvana Amati del Pd il 16 ottobre dell’anno scorso (il 16 ottobre del 1943 avvenne il rastrellamento del ghetto di Roma) – che prevede tre anni di reclusione e una multa fino a 10mila euro a chi nega l’esistenza di genocidi. La legge del ‘75 è la ricezione della Convenzione internazionale sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966. Entrambi gli interventi in Commissione riguardano il cosiddetto “reato di negazionismo”, su cui in questi giorni se ne discute parecchio. Il primo che propose in Italia un progetto di legge di questo tipo, seguendo l’esempio di diversi paesi europei che già lo adottano da decenni, fu nel 2007 l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, e prevedeva condanna e reclusione a chi negava l’esistenza della Shoah. Alla proposta di Mastella seguirono diverse reazioni contrarie. La più famosa fu quella di un gruppo di 197 storici universitari italiani che in una specie di manifesto dello storicismo affermarono che il progetto di legge di Mastella avrebbe sostituito «a una necessaria battaglia culturale, a una pratica educativa, e alla tensione morale necessarie per fare diventare coscienza comune e consapevolezza etica introiettata la verità storica della Shoah, una soluzione basata sulla minaccia della legge». infine, l’11 ottobre è morto il capitano delle SS Erich Priebke, il “boia delle Fosse Ardeatine”, manco a farlo apposta appena due giorni prima del settantaseiesimo anniversario del rastrellamento di Roma.

La tempesta perfetta.

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Il negazionismo è una brutta bestia, ma una legge che ne certifichi il reato non è necessaria, è anzi l’ammissione di un’impotenza. Come spiegano i 197 storici italiani nel documento del 2007, si offrirebbe in primo luogo «ai negazionisti, com’è già avvenuto, la possibilità di ergersi a difensori della libertà». Ma la cosa più grave, afferma il gruppo di storici italiano, è che si imporrebbe «una verità di Stato in fatto di passato storico, che rischia di delegittimare quella stessa verità storica, invece di ottenere il risultato opposto sperato». La preoccupazione degli storici è attuale e scottante. Oltre a contenere implicitamente un’autocritica – gli storici denunciano proprio la mancanza di una “pratica educativa”, “una coscienza comune sulla verità storica della Shoah”, altrimenti non verrebbe in mente a nessuno di discutere seriamente una legge di questo tipo, né a 197 professori di intervenire così – il documento degli universitari è prezioso, afferma il paradossale effetto del reato di negazionismo: la delegittimazione della cultura storica, l’esautorazione dell’educazione scolastica e della sensibilità intellettuale dal determinare una coscienza storica dell’Olocausto. Per affrontare il negazionismo, afferma una buona fetta del mondo accademico italiano, non è necessaria la forza bruta della legge, ma un sano dibattito pubblico. David Irving ha scontato 400 giorni di prigione non solo perché negazionista, ma soprattutto perché colpevole di razzismo e apologia del nazismo, e la sua opinione non ha mai contato nulla. In Francia, Belgio, Germania e Austria (i paesi più colpiti dalle deportazioni) la negazione dell’Olocausto è reato, mentre in Israele, Portogallo e Spagna è addirittura punita qualsiasi negazione di un genocidio. Sono armi in più contro l’oblio della storia, ma quella principale resterà sempre la conoscenza storica, l’unico strumento capace di sconfiggere qualunque propaganda.

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Esiste una legge contro chi afferma l’esistenza di scie chimiche o di una corporazione di alieni che ci governa da millenni? No, perché sono una serie di evocative balle che si smontano semplicemente col buon senso. Il dibattito tra cospirazionisti e cacciatori di bufale non rafforza né le posizioni dell’uno né dell’altro, esalta soltanto la potenza del confronto razionale. Lo stesso discorso dovrebbe valere per chi nega la Shoah. E’ una realtà oggettiva che tra il 1933 e il 1941 la Germania nazionalsocialista ha pianificato e quasi portato a termine l’eliminazione fisica di tutti gli ebrei d’Europa. Che poi Irving abbia sostenuto che le camere a gas servivano per sterminare i pidocchi è soltanto la libertà di spararle grosse. Se poi ci si sente a tal punto offesi da avere il bisogno di tappargli la bocca allora vuol dire che il revisionismo opportunista di questi individui tocca un nervo scoperto.

E’ il rischio di oblio della storia, la verità che con i totalitarismi noi europei non ci abbiamo ancora fatto i conti. Sotto lo stress di un trauma, tendiamo a cristallizzare questo periodo storico come un capitolo che vogliamo chiuso ad ogni costo, forte di una lettura storica ai limiti dell’interpretazione religiosa: il momento in cui Male ha fatto la sua comparsa sulla terra. Per questo il negazionismo fa paura, perché ha la forza liberatoria dell’antidogmatismo, la stessa che troviamo nella teoria del complotto. Ma perché mai l’Olocausto deve essere un dogma? Abbiamo la storia dalla nostra parte, sono fatti realmente accaduti, non abbiamo bisogno di una chiesa. La paura del negazionismo è la nostra preoccupazione storica più forte, quella della possibilità di un errore ermeneutico da parte delle generazioni future.

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Purtroppo l’Olocausto è stato un affare umano, troppo umano, è questa l’insopportabile verità che non dobbiamo dimenticare. Quella che svela come i totalitarismi del XX secolo siano stati il governo dei corpi in un vorticoso e avviluppante delirio, la conseguenza estrema di un governo in cui vita e politica sono tutt’uno a tal punto che sia la politica a decidere della vita e non il contrario. Da qui l’organizzazione totale dell’esistenza dell’uomo, da quando nasce a quando muore. Questo bisogna insegnare a scuola. Di questo dobbiamo parlare quando affrontiamo faccia a faccia gli orrori dei totalitarismi: il loro nuovo uso del corpo che inaugura l’indicibile verità della politica moderna.

La fusione di vita e politica non fa un animale politico ma un animale la cui vita si fa tutt’una con la politica a tal punto da scambiare la stessa vita per uno dei tanti elementi che compongono la polis. A tal punto da determinare il bisogno del diritto alla vita, di diritti umani. E’ questa la verità che l’Occidente tarda ad affrontare. E’ questa la vera negazione. C’è un filo rosso che collega l’ideologia totalitaria di allora con l’organizzazione totale dell’economia capitalista di oggi. Discutiamo di questo. Difficile parlarne, perché è scandaloso, come l’Olocausto. Ma limitarsi a paventare l’Olocausto dei totalitarismi senza vedere il nuovo uso dei corpi che c’è alla sua base, alle sue fondamenta, è la più grande ingiustizia che si possa fare alle sue vittime, quella che si limita a ricordare, ci costringe a non dimenticare.

Gravity, un film alla ricerca del centro. Recensione della scena finale

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Gravity è un film senza centro, come quando sei in assenza di gravità (più correttamente in caduta) a 600 chilometri sopra la terra. Non c’è sopra e sotto, né sinistra e destra. La trama rispecchia questa assenza. Già dieci minuti dopo l’inizio, il film ti dice: la storia è finita, ora si tratta solo di scoprire se l’astronauta sopravviverà.

E’ un film che trova il suo senso, la sua gravità, alla fine, quando l’astronauta ce l’ha fatta, mettendo piede sulla terraferma. E’ la scena più bella del film, l’unica con un’atmosfera, l’unica con la gravità. L’astronauta, che non aveva altro scopo che scendere verso la terra, rischia di morire perché scende troppo: ammarata, per poco non affoga, tirata giù insieme alla capsula che l’ha portata sana e salva sulla terra.

Da qui inizia la scena più intensa. Si toglie la tuta diventata zavorra, riemerge, qualche secondo per riprendere fiato, poi nuota verso la riva. Arriva. E’ pesante. Sgomita strisciando come un anfibio di milioni di anni fa in un mondo senza tempo: paesaggio tropicale, tanto verde, tanta terra.

Sembra avere le gambe paralizzate, ma è solo la gravità unita alla spossatezza. Sorride: se ne rende conto. L’inquadratura smette di esitare su di lei e si allarga leggermente, quel poco per permettere di vedere un po’ di questo mondo in cui è atterrata. Non sembra la terra, almeno non soltanto, potrebbe essere qualunque altro pianeta. L’astronauta è diventato esploratore, neo Cristoforo Colombo in un mondo che di nuovo non ha nulla. Si alza in piedi, smette di essere un anfibio, alla mercé degli aggeggi che l’hanno portata a terra, metà donna metà macchina. E’ autonoma, è in piedi, ritrova il suo centro e si incammina. Non importa se il luogo in cui si trova è sconosciuto, non siamo lontani da casa. E’ un mondo che non ha nulla di nuovo perché non è nulla che non possa essergli già familiare ora che ha lasciato lo spazio vuoto. Questo mondo è già casa.

Che cosa non è l’ateismo

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«L’ateismo di Nietzsche è un ateismo del tutto particolare. Nietzsche non deve essere incluso nella problematica compagnia di quegli atei superficiali che negano Dio se non lo trovano in provetta, e che al posto di Dio, negato in questo modo, “divinizzano” il loro “progresso”. Non dobbiamo scambiare Nietzsche per uno di quei “senza-dio” che non possono nemmeno essere tali, perché non hanno mai lottato né sono capaci di lottare per conquistarlo […].

Non possiamo fare del termine e del concetto “ateismo” una parola di battaglia, e di difesa, cristiana, come se ciò che non corrisponde al Dio cristiano fosse “in fondo” già per questo ateismo […]. Solo gli ignavi e coloro che si sono stancati del loro cristianesimo vanno a cercarsi nelle affermazioni di Nietzsche una conferma a buon mercato del loro problematico ateismo». 

Martin Heidegger, Nietzsche, Adelphi, Milano 2005, p. 272.