Brian Cranston

Brian Cranston, come Christoph Waltz, è stato scoperto tardi.
A differenza di Waltz che era conosciuto soltanto dalle capere tedesche per le sue interpretazioni in diverse telenovelas teutoniche, Cranston era già conosciuto nell’ambiente per la serie Malcom, piccole parti in Salvate il soldato Ryan e How I met your mother, e come produttore.
Ma è qui, nella parte del cattivo-alla-luce-del-sole che ci siamo resi conto che razza di attore sia.

Da buon americano, ringrazia il suo quarto Emmys con queste parole: «Essere mediocri è forse una buona cosa, perché puoi dirti: non farlo, datti una possibilità, prenditi un rischio, trova la tua passione, tienitela, amala. Ne vale la pena».

Il Movimento 5 Stelle ha detto qualcosa di sinistra

C’è il determinismo economico:
L’Iraq, come il Guatemala o il Congo RCD hanno avuto il torto di possedere delle risorse.

L’antropologia economica:
I poveri hanno il torto di avere ricchezza sotto ai piedi. Il petrolio iracheno è stato il peggior nemico del popolo iracheno.

La riflessione di sinistra:
Una digressione su Mattei è d’obbligo, se non altro per capire quanto, dall’invenzione del “profitto ad ogni costo”, ogni industriale, stato sovrano o partito politico si sia messo contro il capitalismo internazionale abbia fatto una brutta fine
.

Citazionismo di sinistra, nientemeno che da France Culture:
In “La verità nascosta sul petrolio” Eric Laurent scrive: “Il mondo del petrolio è dello stesso colore del liquido tanto ricercato: nero, come le tendenze più oscure della natura umana. Suscita bramosie, accende passioni, provoca tradimenti e conflitti omicidi, porta alle manipolazioni più scandalose”

Uno schietto e sempreverde spirito sessantottino:
Il denaro è sempre denaro!

Uno j’accuse anti-antiterrorismo in pieno stile antiamericano:
L’attentato alle Torri Gemelle fu una panacea per il grande capitale nordamericano. Forse anche a New York qualcuno “alle 3 e mezza di mattina rideva dentro il letto” come capitò a quelle merde dopo il terremoto a L’Aquila.

Un accenno di filosofia politica sul rapporto tra economia e politica:
Comprare F35 mentre l’Italia muore di fame o bombardare un villaggio iracheno mettendo in prevenivo i “danni collaterali” sono azioni criminali che hanno la stessa matrice: il primato del profitto sulla politica.

L’analisi geopolitica:
La messa in discussione di alcuni stati-nazione imposti dall’occidente dopo la I guerra mondiale ha una sua logica

E per finire la battuta sulla logica del terrorismo, quella ripresa dai giornali:
Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano […]

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Nell’articolo firmato dal deputato del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista la parola capitalismo/capitalista” viene ripetuta ben nove volte. Meraviglia! Un applauso al compagno Di Battista
Il post è incredibilmente lungo e mette sul piatto due questioni complesse impossibili da esaurire in un articolo: l’analisi geopolitica e la questione energetica. Insomma, è un autentico articolo politico scritto da un politico. 
Di Battista fa, necessariamente semplificando, una breve storia del dopoguerra mediorentale, soffermandosi (fortunatamente) sul solo Iraq. Poi saltella un po’ qui e un po lì tra complotti della CIA e dittatori fantoccio. Sul finale, da vero membro di partito di opposizione, si lancia in altissime proposte politiche tra conferenze di pace, bandi alla vendita delle armi, ridiscussione dei confini degli stati -chiamando in causa il ruolo dell’Europa, vera assente politica- e come ultimo punto una messianica proposta sulla fine dell’economia basata sul petrolio.
Roba da mandare in brodo di giuggiole qualunque nostalgico di sinistra.
Già prevedo l’articolato dibattito tutto italiano, che si dividerà tra:

1) Vabbé, Di Battista ha scoperto l’acqua calda
2) Terrorista
3) Chi è questo Gianbattista
4) Lo avevo detto che c’entravano le scie chimiche

Jacques Lacan e la scienza (intervista a Panorama, 1974)

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«[…] Gli scienziati hanno un bel dire che niente è impossibile nel reale. Ci vuole molta faccia tosta per affermazioni del genere. Oppure, come io sospetto, la totale ignoranza di ciò che si fa e si dice. 

Reale e impossibile sono antitetici, non possono andare insieme. L’analisi spinge il soggetto verso l’impossibile, gli suggerisce di considerare il mondo com’è veramente, cioè immaginario, senza senso. Mentre il reale, come un uccello vorace, non fa che nutrirsi di cose sensate, di azioni che hanno un senso».

Oggi, che rapporto c’è tra scienza e psicoanalisi?

«Per me l’unica scienza vera, seria, da seguire, è la fantascienza. L’altra, quella ufficiale, che ha i suoi altari nei laboratori, va avanti a tentoni, senza meta. E comincia persino ad aver paura della propria ombra.
Sembra che stia arrivando anche per gli scienziati il momento dell’angoscia. Nei loro laboratori asettici, avvolti nei loro camici inamidati, questi vecchi bambini che giocano con cose sconosciute, maneggiando apparecchi sempre più complicati e inventando formule sempre più astruse, cominciano a domandarsi che cosa può accadere domani, a che cosa finiranno per portare queste sempre nuove ricerche […].
Solo adesso, quando già stanno per sfasciare l’universo, gli viene in mente di chiedersi se per caso non può essere pericoloso. E se salta tutto? […].
Alle tre posizioni impossibili di Freud, governo educazione psicoanalisi, io aggiungerei, quarta, la scienza. Solo che loro, gli scienziati, non lo sanno di stare in una posizione insostenibile».

Una visione abbastanza pessimistica di quello che comunemente si definisce progresso.

«No, tutt’altro. Io non sono pessimista. Non succederà niente. Per il semplice fatto che l’uomo è un buono a nulla, nemmeno capace di distruggersi. Personalmente, un flagello totale promosso dall’uomo lo troverei meraviglioso. La prova che finalmente è riuscito a combinare qualche cosa, con le sue mani, la sua testa, senza interventi divini, naturali, o altro […]. 
Ma non succederà. La scienza ha la sua brava responsabilità. Tutto rientrerà nell’ordine delle cose, come si dice. L’ho detto: il reale avrà il sopravvento come sempre. E noi saremo, come sempre, fottuti».

Emilia Granzotto, Freud per sempre, intervista a Jacques Lacan, Panorama, Roma, 21 novembre 1974.

Fumare marjiuana?

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In un editoriale sul New York Times pubblicato a gennaio e che ora scopro grazie a Il Post, il columnist David Brooks spiega le ragioni che lo hanno spinto in gioventù a rinunciare a fumare marijuana.
Chiariamo subito, fumare marijuana è bello, dice Brooks, ho bei ricordi legati a quei momenti. I motivi per cui ha smesso, da bravo anglo-giornalista, Brooks li riassume in quattro punti.

1. Troppi incidenti imbarazzanti. Gli è accaduto che a scuola, in un discorso pubblico, non riusciva ad accocchiare due parole, episodio che a volte sogna ancora la notte (si può già intuire che l’episodio sia stato L’episodio che l’ha spinto a smettere, caro aspirante giornalista di allora). 

2. Un suo amico, «forse il più intelligente di tutti noi», «è sprofondato in una vita da fattone». Deduco che questo amico non sia diventato schizofrenico, né abbia avuto alcun serio problema neurologico, piuttosto che fumando tanto -e ciò vale per tutte quelle passioni che monopolizzano il proprio interesse e i propri argomenti di conversazione- semplicemente non aveva più molto da dire a Brooks.

3. È una forma di piacere semplice e ripetitiva. Ci sono piaceri più sofisticati, afferma Brooks, che alla fine mi hanno spinto a smettere. Come a dire: è indubbio che fumare sia piacevole, ma alla lunga, come andare solo e sempre al cinema, stufa, abbrutisce e trasforma il modo con il quale ti godi questo momento di piacere, non rendendolo più solo un piacere.

Infine il quarto punto, quello rivelatore, la ragione alla base del quale l’editorialista del New York Times David Brooks ha smesso di fumare:
4. «Ho la vaga sensazione» (quindi la certezza tradotto dalla retorica) che fumare non ti renda orgoglioso di te, non ti renda coerente, né sia una cosa che la gente ammiri.
Da qui la considerazione finale: smettere o fumare sporadicamente ti dà la possibilità di essere più integrato e interessante. Legalizzarla, conclude, dà una maggiore libertà personale ma anche una maggiore possibilità di creare comunità che rinunciano alle proprie ambizioni personali.

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È giusto fumare erba? Brooks risponde che in fondo è una domanda sbagliata. È ingiusto fumare erba, è giusto fumare erba, la questione dipende da troppe cose per esigere una risposta sempre valida.
È interessante osservare la morale di fondo di Brooks, particolarmente articolata al di là dell’apparenza libertaria e vincente da american way of life. Per Brooks la domanda migliore è: è giusto per me fumare marijuana? Fumarla tanto, poco?
Da un lato, nella sua personale esperienza con la marijuana, Brooks arriva a conclusioni profondamente conservatrici, utilitariste e libertarie: smettere di fumare (o farlo occasionalmente) ti dà più possibilità di essere una persona di successo in un mondo in cui la trasgressione non è ben vista. In pratica Brooks ha smesso perché nel lavoro che voleva fare e tra la gente che voleva frequentare la marijuana non è ben vista. Non solo, Brooks non fuma più perché ha scoperto che non farlo gli dà più autostima e lo rende più soddisfatto di sé, condizione necessaria per parlare in pubblico e per scrivere editoriali letti da migliaia di persone.
La questione se fumare o non fumare si risolve fumando “quando è il momento”. Però fumare “quando non è il momento” è l’apice della trasgressione, e la cosa provoca un certo piacere. Perciò se hai un rapporto un po’ infantile con ciò che è proibito (tipo trasgredire sempre e comunque per il piacere di trasgredire e non per la necessità o i vantaggi che questa trasgressione porta con se) la canna sarà sempre un piacere per te, ma anche un po’ una dannazione: io DEVO fumare.
Brooks ha smesso di fumare perché quella canna all’ora di pranzo, prima dell’intervento pubblico in classe, è stata fantastica: trasgressione e piacere. Ma gli ha fatto pagare un prezzo troppo caro: rinunciare ad un discorso pubblico brillante per uno mediocre. Una mediocrità inaccettabile per l’aspirante giornalista Brooks che per mestiere deve parlare agli altri e farsi piacere. Brooks ha così preferito l’ascetismo all’equilibrio, perché probabilmente, conoscendosi, sapeva che delle canne avrebbe sempre abusato (è sempre il “momento giusto” per fumare, no?) e non sarebbe mai riuscito a fumare “al momento giusto”.

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C’è anche una morale più profonda nelle motivazioni di Brooks, qualcosa di involontario anche per lui, qualcosa che va al di là del banale arrivismo all’americana, seppur nello stesso tempo questa morale la troviamo proprio scavando in questa visione del mondo colonialista e imperialista: “sii ricco e felice e non domandarti come sia possibile che non tutti sono ricchi e felici”.
In un mondo in cui l’imperativo della società è «Godi!», godere sta diventando una cosa molto più simile al dovere che al piacere. Godi acquistando il prodotto giusto. Godi realizzando il lavoro che hai sempre sognato. Godi costruendoti la famiglia che tutti vorrebbero. Da qualche decennio a questa parte l’esercizio del piacere in società è diventato qualcosa di poco piacevole: godere perché è quello che l’Altro (la legge, la famiglia, la pubblicità, la società) si aspetta da me.
È il tunnel del divertimento, come dice Caparezza.
Negli Stati Uniti, se la legalizzazione della marijuana continuerà stato per stato, lo spinello diventerà un’altra di quelle cose che DEVI provare e soprattutto acquistare. «Le leggi modellano profondamente la cultura, e quindi che genere di comunità vogliamo che le nostre leggi promuovano?» si chiede Brooks. È la stessa Legge, un po’ più avanti nell’articolo, che risponde per bocca di Brooks: «Direi che nelle società sane i governi vogliono impercettibilmente far pendere la bilancia dalla parte dei cittadini moderati, prudenti e autonomi», in pratica buoni consumatori rispettosi della legge. Siamo quindi ancora nella morale della Legge, e di conseguenza dell’imperialista americano. Ma ecco la svolta che, partendo dall’ideologia libertaria, approda a una morale più autentica. «Legalizzando l’erba -conclude Brooks- i cittadini del Colorado [che hanno da poco legalizzato l’uso della marijuana] stanno accrescendo le libertà individuali, ma stanno anche promuovendo un’ecologia morale in cui è un po’ più difficile essere il genere di persona che la maggior parte di noi vuole essere». 
Ecco il rovesciamento interno alla stessa morale conformista e conservatrice di Brooks. Va bene fumare, ma una comunità di fumatori non è certo quello da cui aspettarci una qualche sorta di cambiamento se le cose iniziano a prendere una brutta piega, tipo la società ossessionata dal controllo e dai consumi quale quella in cui viviamo oggi. Cosa è più facile controllare, domanda implicitamente Brooks, una comunità di fumatori o una comunità di non fumatori/fumatori occasionali? Brooks dà un’avvertenza molto importante: la trasgressione non è nel fumare ma nella scelta di fumare. Perciò scegliere di non fumare, in una società schizofrenicamente permissiva e autoritaria, può costituire, se non una forma di trasgressione, per lo meno una scelta emancipatrice.

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Nella seconda immagine, Peter Kohut, Super Ego, 2012, olio su tela.

Keplero il cane emo

«Quest’uomo ha in ogni cosa una natura canina. Il suo aspetto è quello di un cagnolino. 1.: il suo corpo è agile, nervoso e ben proporzionato. Anche i suoi appetiti erano simili: amava rosicchiare gli ossi e le croste del pane ed era talmente goloso che prendeva tutto quel che vedeva; tuttavia, al pari dei cani, beve poco e si accontenta dei cibi più semplici. 2: le sue maniere erano simili. Ricercava di continuo l’amicizia altrui, in tutto era dipendente dagli altri, si piegava ai loro desideri, non si irritava mai quando lo respingevano, aspettando con ansia di rientrare nelle loro buone grazie. Era incessantemente in movimento, ficcando il naso nelle scienze, la politica e gli affari privati, compresi i più vili; sempre a seguito di qualcuno, imitando i suoi atti e i suoi pensieri. La conversazione lo infastidisce, tuttavia accoglie le visite come un cagnolino, però quando gli viene tolta la più piccola cosa, alza il muso e ringhia. Insegue con tenacia i malvagi- abbaia loro dietro. È cattivo, morde la gente con i suoi sarcasmi. Detesta a fondo un sacco di gente e costoro lo evitano, però i suoi maestri gli vogliono bene. Ha un orrore tipicamente canino per i bagni, i profumi e le lozioni. La sua agitazione non conosce limiti e ciò è certamente dovuto a Marte in quadratura con Mercurio e in opposizione trina con la Luna; ciò nonostante si prende buona cura della sua esistenza…Un vasto appetito delle cose più grandi. I suoi maestri elogiavano le sue buone disposizioni, benché sul piano morale fosse il peggiore tra i suoi contemporanei…Era religioso fino alla superstizione. A dieci anni quando per la prima volta lesse la Sacra Scrittura…deplorò il fatto che gli venisse rifiutato l’onore di essere profeta a causa dell’impurità della sua vita. Quando commetteva una colpa,faceva un rito espiatorio nella speranza di evitare in tal modo il castigo: ciò consisteva nella pubblica confessione delle sue colpe…
In quest’uomo c’erano due tendenze contrarie: sempre rimpiangere il tempo perso e sempre perderlo volentieri. Mercurio, infatti, rende inclini ai divertimenti, ai giochi e altri minuti piaceri…Poiché la sua prudenza in materia di denaro lo manteneva lontano dal gioco, giocava spesso da solo. C’è da osservare che la sua preoccupazione di economizzare non mirava ad acquisire ricchezze, bensì ad allontanare il suo timore della povertà- sebbene, forse, l’avarizia provenga da un eccessivo timore di questo tipo».

Giovanni Keplero descrive se stesso. In G. Keplero, Appunto, in Opera Omnia, a cura di Ch. Frisch, Frankofurti et Erlangae 1858-1871, vol. V, pp. 476 s., citato in Arthur KoestlerI sonnambuli, storia delle concezioni dell’universo, Jaca Book, Milano 2010, pp. 235-236.

Il sonnambulo Copernico

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«Da Ruggero a Bacone nel XIII secolo fino a Pietro Ramo nel XVI c’erano state scuole e uomini eminenti per capire più o meno chiaramente che bisognava mettere da parte la fisica di Aristotele e l’astronomia di Tolomeo prima di poter pensare a una nuova partenza. È forse per questo che Regiomontano si costruì un osservatorio invece di edificare un sistema. Una volta completati i commenti su Tolomeo cominciati da Peuerbach si rese conto che bisogna rinnovare le basi dell’astronomia “sbarazzando la posterità dalle tradizioni antiche”. Per Copernico questa era una specie di bestemmia. Se Aristotele avesse dichiarato che Dio creò unicamente uccelli, il canonico Koppernigk avrebbe descritto l’homo sapiens come un uccello senza piume e senza ali che cova prima di deporre le uova».

Arthur KoestlerI sonnambuli, storia delle concezioni dell’universo, Jaca Book, Milano 2010, p. 212.

Il giudizio di Lutero su Copernico

Si parla di un nuovo astrologo che vuol dimostrare che la Terra si muove invece del cielo, del Sole e della Luna, come se un uomo su un carro o in barca pretendesse che non si muove di posto ma che sono la Terra e gli alberi che viaggiano. Ma è così al giorno d’oggi: quando un uomo vuol fare il furbo, bisogna che inventi qualcosa e il suo modo di fare deve essere necessariamente il migliore. Questo imbecille vuol mettere con i piedi per aria tutta l’arte della astronomia. Solo che, e la Sacra Scrittura ce lo dice, è al Sole che Giosuè ha ordinato di fermare e non alla Terra

Martin Lutero, Discorsi a tavola, Walch, p. 2260, in Arthur KoestlerI sonnambuli, storia delle concezioni dell’universo, Jaca Book, Milano 2010, p. 151.

La psicoanalisi ha ucciso la scienza

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«Né l’ignoranza né le minacce di un’immaginaria inquisizione alessandrina possono spiegare perché gli astronomi greci, dopo aver scoperto il sistema eliocentrico, gli voltarono le spalle. Cicerone, Plutarco, Macrobio, sapevano che il Sole governa i movimenti dei pianeti; al tempo stesso, tuttavia, rifiutavano di ammettere questo fatto. O forse è questa irrazionalità che ci fornisce la chiave del problema, obbligandoci a rinunciare all’abitudine che abbiamo di trattare la storia della Scienza in termini puramente razionali. Perché ammettere che gli artisti, i conquistatori, gli uomini di stato obbediscano a motivi irrazionali e rifiutarlo soltanto agli eroi della scienza? Gli astronomi post-aristotelici negavano e affermavano ad un tempo il dominio del Sole sui pianeti; la ragione cosciente ha un bel respingere questo paradosso, è connaturato all’inconscio simultaneamente affermare e negare, dire di sì e di no alla stessa domanda, in qualche modo sapere e non-sapere».

Arthur KoestlerI sonnambuli, storia delle concezioni dell’universo, Jaca Book, Milano 2010, pp. 74-75.

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Nella foto, gli epicicli e i deferenti di Tolomeo.

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Una delle chiavi per comprendere la rivoluzione che ha apportato la “scoperta dell’inconscio”, o la nascita della psicoanalisi come scienza, consiste nel ruolo che assume la scienza moderna dopo la morte del positivismo.
Come tutte le morti eccellenti, dall’eroe rivoluzionario all’eroe mitico, ogni morte non costituisce una dipartita. Dio è forse morto più di un secolo fa, nel 1882, o addirittura duemila anni fa. Eppure ciò non toglie che esso continui a persistere, a insistere, diciamo in un certo senso ad esistere. La morte in questi casi, riguardi Dio o l’iDeologia della positivismo, non attiene a chi muore, ma a chi vi assiste. La morte di un Illustre (religione o ideologia) è sempre per noi (come può un dio morire?), mai per lui. In altre parole, la morte in questi casi non è la fine di niente fintantoché non ci se ne rende conto.
Cosa ha ucciso la psicoanalisi? La scienza, proprio nel momento in cui ha reso scientifico lo studio di qualcosa che non è possibile osservare oggettivamente: il soggetto. La psicoanalisi ha rivoltato come un guanto il metodo scientifico, costringendolo a ripiegarsi su se stesso, osservando il suo stesso metodo, la sua oggettività. E’ impossibile fare della psicoanalisi una scienza esatta, eppure ha un metodo comprovato, collaudato ed efficace, con la differenza, rispetto alla scienza tout-court (quella dei laboratori e dell’osservazione di oggetti inerti), che non ha una fine: non si “guarisce” dai propri sintomi nevrotici o psicotici, altrimenti uno psicoanalista non sarebbe niente di diverso da un medico (un neurologo?). Ciò che la psicoanalisi garantisce, ed è già un grande successo, è lavorare sui propri sintomi.
Così, dichiarare la morte della scienza, come di Dio o di un’ideologia, non comporta niente di apocalittico. La morte della scienza non è la sua fine (si continuerà a credere, chissà per quanto, all’oggettività per intendere il sapere autentico), soltanto una nuova consapevolezza del suo ruolo: sappiamo oggi che è un metodo conoscitivo come un altro, anche se non tutti lo sanno, come l’inconscio, che è qualcosa di cui si sa che non sappiamo nulla.
Koestler, tracciando una storia della scienza, mostra come non ci sia alcun cammino verso l’oggettività, così come non c’è alcun progresso, semmai una pratica soggettiva che va convalidata dalla collettività, altrimenti non vale niente.

ps: la morte di Dio e della scienza è un’ottima notizia per il comunismo o più in generale per le pratiche politiche di emancipazione. Esperto di fallimenti, il comunismo, pur essendo morto, ha ancora tanto da dire, e ne avrà forse per sempre -come appunto Dio e la scienza- soprattutto in un periodo come questo, pieno zeppo di capitalismo.

Il cinismo del venerdì

Cosa fa oggi Cristina D’Avena?
«Concerti per l’Italia, centri commerciali. Conduco karaoke per bambini. Ho lanciato una mia linea di sneakers. Vado negli ospedali a far visita ai malati».

Un ricordo legato all’ospedale?
«Ho cantato I Puffi per un ragazzo in coma».

Si è risvegliato?
«No».

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Il cinismo del Venerdì di oggi di Repubblica.