La sobrietà con cui i pentastellati feisbucchini si rivolgono in questi giorni a quelli che non hanno votato M5S somiglia alla ex che ancora ci tiene a te nonostante sia finita, e che apostrofa con giudizi obiettivi e ponderati quella stronza puttana senza cervello con cui te la fai adesso
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Riflessioni politiche, in genere filosofiche, in genere comuniste
Maggioranza
La promessa del capitalismo: vivere come gli ateniesi

«I capitalisti cercano di estendere l’influenza e assicurarsi il miglior ritorno possibile sui loro investimenti; finché niente vi si oppone, essi si infischiano delle convenzioni e dei costumi locali. È solo quando l’ambiente costituisce un ostacolo alle loro mire che viene a galla la necessità di imporre degli aggiustamenti e, all’occorrenza, sconvolgere le abitudini sociali.
[…]
Gli adepti del culturalismo non mancano, del resto, di far valere la diversità delle nostre forme di consumo come una prova del fatto che i nostri bisogni sono culturalmente costruiti. Ma simili truismi non dicono niente della comune aspirazione degli uomini a non morire di fame, di freddo o di disperazione.
Ed è precisamente di questa umana preoccupazione del benessere che il capitalismo si nutre ovunque si insedi. Come osservava Marx, la “sorda pressione dei rapporti economici” (Il Capitale, libro primo, capitolo 28) basta a gettare i lavoratori nelle reti dello sfruttamento. È vero indipendentemente dalle culture e dalle ideologie: appena [i lavoratori] posseggono una forza lavoro (e nient’altro), la vendono. Se il loro ambiente culturale li dissuade dall’arricchire il loro padrone, sono liberi di rifiutare, ovviamente; ma ciò significa, come ha mostrato Engels, che sono liberi di morire di fame».
Vivek Chibber, Capitalism, class and universalism: Escaping the cul-de-sac of postcolonial theory, Socialist Register, n. 50, in L’universalismo, un’arma per la sinistra, Le Monde Diplomatique, n. 5, anno XXI, maggio 2014, Il Manifesto, anno XLIV, n. 119, 20 maggio 2014.
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L’anno scorso il professore di sociologia newyorkese è stato uno degli studiosi più discussi nel campo. Nel suo Postcolonial Theory and the Specter of Capital (Verso, Londra 2013) ha criticato fortemente gli studi postcoloniali, colpevoli secondo lui di aver sferrato un attacco mortale al marxismo e alla sua teoria del capitalismo, distruggendo in un sol colpo ciò che di buono c’è nell’analizzare gli attuali rapporti economici con una teoria vecchia di centocinquant’anni, ma soprattutto gettando nel ridicolo l’uso della stessa parola “capitalismo”, l’ordine economico che tende ad essere scelto in ogni angolo del mondo.
I postcolonialisti hanno contribuito a “de-europeizzare” il marxismo, mostrando come le lotte per l’emancipazione possono avere altre forme oltre a quella classica proletaria, tanto cara a un uomo morto trentaquattro anni prima della Rivoluzione d’ottobre. Ma, sostiene Chibber, la furia critica dei postcolonialisti è stata esagerata. Perché non ha soltanto reso ingiustamente inattuale il marxismo, ancora oggi molto fecondo nello spiegare i rapporti di forza in politica e in economia, ma addirittura il capitalismo stesso, guarda caso (e non è una coincidenza) nel momento in cui regna indisturbato nel mondo. Basta vedere capitalismo ovunque! Affermano i postcoloniali. È un’ossessione europea.
Il capitalismo è sfuggente. È difficile identificarlo, localizzarlo. Nessuno si dice capitalista oggi, piuttosto lobbista, industriale, imprenditore, ma capitalista no. Perché? Perché il capitalismo non è un semplice rapporto tra datore di lavoro e lavoratore, è qualcosa di più profondo, mentre ciò che sale in superficie è solo l’ossessione del profitto.
Da buon marxista, Chibber sostiene che il capitalismo si nutre di preoccupazione del benessere. La tragedia, o la farsa, del capitalismo è che esso si lega indissolubilmente ai bisogni primari: mangiare, bere, cagare, scopare. Quattro pilastri che vengono prima di qualunque economia, cultura, simbologia, istituzione, istruzione, buon senso, ragione. Sono i pilastri della sopravvivenza, quelli che ci avvicinano all’animale e ci allontanano dal divino. Quelle quattro cose che non richiedono una particolare intelligenza per essere eseguite. Quelle quattro cose che siamo tutti costretti a fare se vogliamo vivere, prima ancora di vivere ricchi, felici, soddisfatti. La caratteristica fondamentale di questi quattro pilastri è che non piovono dal cielo ma richiedono una partecipazione attività di colui che deve goderne. Dobbiamo in pratica dedicare un sacco di tempo alla sopravvivenza.
L’uomo, da quando è nato, ha sempre desiderato di liberarsi di questo fardello. Vorrebbe tanto dare per scontati questi bisogni primari, renderli non più bisogni naturali ma esigenze che si soddisfino da sé, automaticamente, come l’aggiornamento in background di un’applicazione, così da poter dedicare tempo a fare altre cose.
Com’è possibile che si arrivi a sperare che mangiare, bere, cagare e scopare siano cose che possano, diciamo così, capitare, possano piovere dal cielo senza alcuno sforzo? Il cibo non si procaccia da solo, bisogna alzarsi presto tutte le mattine e andare a caccia per ottenerlo. Quindi, da un lato c’è sempre una libera scelta dietro i bisogni primari: puoi sempre scegliere se procacciarti il cibo o morire di fame. Dall’altro siamo obbligati a scegliere di procacciarci il cibo se vogliamo continuare a vivere per scegliere. Ecco in due parole spiegato il principio della libertà: la libertà è una scelta condizionata. Solo dio, un essere che non ha né corpo né vita, può liberamente scegliere, incondizionatamente.
Questo principio di libertà aiuta a capire certe dinamiche di sottomissione dei popoli, la ragione per cui alle volte non c’è altra scelta che sottomettersi. Seguendo un filone che va da La Boétie ad Engels, la scelta tra essere sfruttati o ribellarsi non rappresenta più una scelta quando è in gioco la sopravvivenza. La servitù volontaria non è sempre una questione di debolezza, può anche essere una questione di necessità.
La micidiale forza del capitalismo sta nel creare un corto circuito tra queste due matrici, la necessità dei bisogni e la libertà. Esso lega due cose molto diverse: lavoro e benessere, necessità vitali ed economiche, merce e valore, scambiandole e ripetendole senza soluzione di continuità.
Chi non sogna di sollevarsi dal fardello dei bisogni primari? L’uomo è più di un animale, ma meno di un dio: ha pur sempre un corpo, proprio quello che la scienza moderna ci promette di sostituire con i miracoli della medicina. La potenza del capitalismo sta tutta in questa visione, è figlia del desiderio di immortalità, che non è altro che un profondo desiderio di morte: vivere senza bisogni vitali, vivere senza corpo, vivere come dio. Così, da mastro televenditore, il capitalismo sentenzia: perché ancora con sta storia che si deve perdere un sacco di tempo a bere, mangiare, cagare e scopare? Tu, consumatore, uomo, hai bisogno di ben altro. Hai diritto alla felicità prima della vita. La felicità è più importante delle inezie della sopravvivenza.
Un sacco di volte nella storia abbiamo ottenuto questo particolare stato. Un periodo storico molto famoso, in cui si poteva ammirare indisturbati la bellezza del mondo senza chinarsi a raccogliere bacche. Era la Grecia del V secolo avanti cristo. A quei tempi un terzo della popolazione delle città-stato dell’Attica si dedicava ai piaceri dell’esercizio politico e del libero pensiero, mentre gli altri due terzi si preoccupavano non solo di procacciare il cibo per se stessi, ma anche per l’altro terzo.
Il finto anticapitalismo dell’ultras

Chi è Marek Hamsik. Chi è quando va a “mediare” con la curva mentre fuori lo stadio si sparano? E’ ancora un giocatore, o qualcos’altro? Con chi parla? Che funzione ha? Che potere ha l’interlocutore anonimo che si confronta con un giocatore di calcio che guadagna 500 volte lo stipendio annuale di una qualunque persona presa a caso sugli spalti?
La Formula 1 è invece roba da aristocratici.
Cosa sono gli ultras, cosa fanno? Come sono organizzati, come interloquiscono con la squadra che supportano? Chi sono i capi carismatici che notoriamente fanno affari con i dirigenti delle società sportive?
Una volta si chiamava violenza negli stadi. Ora c’è tutta una struttura fuori il campo. Esattamente dove finisce la linea del fuori, inizia un mondo fatto di affari, fondamentalmente affari, mascherato da un finto anticapitalismo su cui parecchi amici ci cascano, affascinati dal caos della curva e dal bisogno di aggregazione.
Così va in scena il teatro della finta opposizione poliziotti-fasci contro ultras-emarginati, salvo poi assistere a solidi rapporti tra capi ultras e dirigenze calcistiche fatti di scambi di favori, mediazioni con gli ingaggi, merchandising.
It’s business.

Dov’è l’anticapitalismo? Dov’è la spinta antisistema del tifo da stadio? Cosa fanno le curve per gli emarginati, gli sfruttati, gli ultimi?
I giornali generalisti, per non parlare di quelli sportivi, seguono a gran voce la retorica del buon devastatore. Il Mattino oggi titola “Perché gli ultras battono lo Stato”. A me sembra piuttosto che mai come in questo periodo il rapporto Stato-Ultras vada a gonfie vele, più o meno come quello tra Stato e Mafia.
La polizia picchia, il DASPO scatta, il ragazzetto muore. Per non parlare dell’estetismo della curva (la curva è oggettivamente bella, sempre). L’opinionista si appella al ritorno delle famiglie negli stadi, al buon imborghesimento del pubblico, “come in Inghilterra”. E sembra di tornare agli anni ‘70, a quando c’erano nemici e salvatori.
La nostalgia crea fumo negli occhi.
A Napoli si dice fare ammuina quando si devono nascondere gli affari sporchi, si deve far scappare il ladro inseguito dai poliziotti. E’ l’occasione dell’ultimo momento. Facimm ammuina! La gente si distrae e si possono fare con relativa tranquillità i propri affari. A Napoli, per tutto il tempo della partita in casa, il codice della strada è sospeso.
E’ entusiasmante. Elettrizza. Ma tutto questo non c’entra niente con la lotta, con le dinamiche di emancipazione, che è fondamentalmente il motivo per cui gli amici di buona famiglia come me adorano andare in curva.
L’altro ieri sera un amico mio, che da buon proletario di buona famiglia coltiva la sua terra e porta le uova delle sue galline in giro sulla sua Ypsilon 10, ha ritrovato la sua auto devastata dopo che l’aveva lasciata parcheggiata in una strada che si era trasformata a parata del caos. Non hanno rubato niente, l’hanno solo devastata.
Non è una questione di ordine pubblico. Se si continua a metterlo su questo piano andrà sempre in onda la farsa della lotta. Scenderà in campo la polizia, e di nuovo daccapo a prendere parte, mentre di nascosto la dirigenza delle squadre di calcio e quella delle curve hanno la loro relazione politico-affaristica.
Facimm ammuina!
E’ una questione di istruzione, di interessi, di passioni, di hobby, di appagamento sessuale, di amicizia. Se manca tutto questo, resta solo la voglia di sfasciare tutto, facendosi abbindolare da una finta aggregazione.
Davvero abbiamo ancora voglia di ergere un’anarchia che si nutre di frustrazione, apatia e ossessione per i soldi (I’m a gangsta) a lotta antisistema?
L’estremismo dello status quo

C’è un punto fondamentale da tenere presente nell’avanzata della destra in Europa (o della prossima ondata populista, fate voi).
Front Nazionale (Francia), Lega (Italia), Dansk Folkeparti (Danimarca), Vlaams Belang (Belgio), Alba Dorata (Grecia), Partito Nazional-Democratico tedesco (Germania), British National Party (Gran Bretagna). Questi sono la maggior parte dei partiti su cui si prevede una sensibile crescita del proprio elettorato.
Ebbene, non sono “anti-sistema”. Non sono antagonisti.
Cos’è il “sistema” in questo caso? E’ il mantenimento dello status quo, ovvero l’economia liberale fondata su un libero mercato finanziario poco regolamentato dallo stato. Liberalismo, dice il liberalismo, è il migliore dei mondi possibili perché ha vinto su tutti gli altri per forza, dinamicità e straordinaria adattabilità. Ed è tutto vero. Viviamo veramente un’era post- qualcosa.
Non c’è più alcun gioco politico, alcuna alternativa di pensiero, nessuna diversa concezione del lavoro tra il partito socialista di Hollande e quello nazionalista di Le Pen, né tra il PD di Renzi e Forza Italia di Berlusconi. Il mondo è davvero “mondializzato”, economicamente omogeneo. Così tutti i partiti europei, dall’estrema sinistra all’estrema destra, condividono da almeno vent’anni la stessa linea di pensiero: liberalismo, sempre e comunque.
Questo è il motivo per cui l’affermazione del Movimento 5 Stelle “non siamo né sinistra né destra” è molto potente. Da un lato è ovvia: caduto il muro di Berlino, quale partito può dirsi oggi orientato secondo i vecchi schemi di “sinistra” e “destra”? Dall’altro è un’affermazione dalla forte carica emancipatoria: come non credergli sulla parola? L’affermazione “né sinistra né destra” non è solo una semplificazione fuorviante, ma anche la manifestazione di una consapevolezza. Una consapevolezza che ho ritrovato soltanto nell’M5S di Grillo e nella Syriza di Tsipras. Quella consapevolezza che proprio il classico partito nostalgico di estrema destra non potrà mai dare: la consapevolezza del presente. Davvero viviamo in un mondo in cui le vecchie categorie politiche sono fuori tempo massimo.
Quello che è importante tenere presente quando si andrà a votare a maggio è che la scelta non è tra partiti moderati e movimenti populisti. Non è un’alternativa tra civiltà e barbarie, perché entrambe non offrono la benché minima alternativa allo status quo liberale, ad un’economia che la crisi sta solo rendendo più radicale, più estrema, più liberale, e che non riusciamo a non cambiare, o non vogliamo assolutamente cambiare, fate voi.
(“Non c’è crisi! Soltanto che l’economia non è stata ancora veramente liberale!”.)
Le derive xenofobe fanno paura ma avranno solo l’effetto di radicalizzare lo status quo con un pizzico di romanticismo fantasy. Non torneremo al totalitarismo, soltanto staremo un po’ peggio di adesso. Lo straniero che lavora per la ricchezza della nazione che lo ospita godrà sempre degli stessi diritti anche con Le Pen, perché tanto l’economia è tutta delocalizzata, i veri sfruttati stanno altrove, mica nel ricco e “multiculturale” occidente.
Per concludere. Votate chi volete, o scegliete di non votare, ma non crediate di star votando un’alternativa se mettete una x a mo’ di protesta, oppure se la mettete su un partito “tradizionale”.
(Oh, ridiamo del partito comunista e dei populisti, ridiamo finanche del concetto di “partito”, però al congresso del Partito Socialista Europeo e a quello del Partito Popolare Europeo non mancava nessuno!)
Nella foto, Marine Le Pen.
Il Movimento 5 Stelle deve liberarsi di Grillo

La campagna elettorale del Movimento 5 Stelle, inaugurata il 28 gennaio scorso con la tagliola della Boldrini e l’assalto ai banchi della Camera, si rivelerà un efficace e populistico tentativo per tenere a galla il movimento quanto più vicino possibile a quel sorprendente 25%. E’ la propaganda su cui per vent’anni ha speculato Silvio Berlusconi, ben consapevole che la maggior parte degli italiani legge pochissimo e si abboffa di televisione. Di fronte a un popolo così, non c’è niente di meglio che il vecchio populismo, che afferma: c’è un sacco di gente che non capisce un cazzo (quale sia non si sa), solo chi vota me sa magicamente di cosa ha bisogno questo paese. L’elettorato di Berlusconi e quello del Movimento 5 Stelle ragionano allo stesso identico modo: voi fate schifo, noi siamo il meglio, noi amore, voi odio, zi buana. Noi democratici, voi antidemocratici. E’ il messaggio che passa ogni volta che il leader parla, con un effetto reazionario più che rivoluzionario, che rimarca esattamente la figura del marchese del Grillo: ridicolizzo il sistema, ma mai e poi mai potrei metterlo in discussione. E’ il populismo utile a mantenere in piedi i movimenti che esplodono e si assestano, straripano e poi si ritirano tra gli argini di un più gestibile 10/15%. Ma prima di questo, bisogna affrontare le europee di maggio, bisogna essere pronti insieme alla Lega, al Front Nazional e ad Alba Dorata per prendere quanti più voti è possibile. O ora o mai più. Mi spiace mettere insieme M5S e fascisti, ma purtroppo il populismo è il procuratore in pectore dell’estremismo di destra.
In questa campagna elettorale che ci accompagnerà fino alle prossime elezioni politiche, passando per quelle europee, M5S seguirà il vecchio precetto illuminista: il volgo, il popolo, va guidato perché non capisce un cazzo (l’inesorabile conclusione è che, essendo tutti noi popolo, a non capirci niente sono anche quelli che ci tengono a sottolinearlo).
M5S è davvero qualcosa di assolutamente diverso. L’ho visto nella bellissima ingenuità con cui a febbraio dell’anno scorso i neo parlamentari si presentarono in streaming: belli, giovani, entusiasti e fieri. Ma per essere davvero un’alternativa politica (per essere quello che una volta si chiamava “l’avvenire”) deve liberarsi di Grillo e della sua propaganda. Lo so, è una contraddizione liberarsi proprio di colui che ha fatto arrivare questo partito al 25% (più di tutto, una campagna elettorale, lo Tsunami Tour, che resterà negli annali per velocità, brevità ed efficacia). Ma è proprio qui che risiede la forza politica e non solo comunicativa di un movimento. Ogni rivoluzione è un cambiamento che coinvolge attori e spettatori, indistintamente, e senza snaturare le intenzioni di fondo. M5S deve costituirsi, insomma, come alternativa politica nei fatti, al di là delle parole. Deve nascere qualcosa da dentro il movimento (i recenti timidi sussulti del sindaco di Parma sono un’occasione da prendere al volo), fuori dal controllo dei dirigenti. Se non succederà, se M5S non commette questo parricidio, si fossilizzerà nel proprio megafono e sarà inesorabilmente destinato ad assestarsi su un 10/15%, la quota che si aspettavano i dirigenti un anno fa e quella su cui Grillo sta puntando per rendere il movimento più stabile e gestibile.
Perché voto Tsipras (dei libri e del bicchiere mezzo pieno)
Alle elezioni europee di maggio ho scelto di votare la lista Tsipras. Non per Tsipras, ma per quelli che appoggiano Tsipras. Non è tanto l’uomo che seguo, ma l’onda (piccola o grande che sia) che sta provocando. Lo so, detta così la cosa sembra irrazionale, ma alla base ci sono solidi motivi, sacrosanti direi, che risiedono nella natura delle persone che finora si sono fatte avanti appoggiando apertamente il leader di Syriza.
In Italia sono Stefano Rodotà e Barbara Spinelli, all’estero Slavoj Žižek e Srécko Horvat. Ce ne sono tanti altri, altri che non conosco, ma questi quattro già bastano per rendere chiara l’idea di quale onda sto parlando. Dietro queste persone ci sono un’idea e un pensiero.
Con la cultura se magna
L’idea è che con la cultura se magna, tanto, e pure bene. Questa gente, Rodotà, Spinelli, Žižek, Horvat, legge molto, e io mi fido della gente che legge molto. Leggere, lo dice pure la pubblicità, fa bene, dà una grande forza. Non la forza del radicalchicchismo bibliofilo, non quella de “la cultura è importante (collezionale tutte!)”, quanto la forza della lettura come disciplina ascetica. Leggere richiede dedizione, è un lavoro. L’idea che con la cultura se magna è l’idea che la disciplina e il sacrificio sono ciò che costituisce propriamente il lavoro (su di sé, sul mondo).
L’Europa s’ha da fare
Il pensiero è che l’Europa non c’è ancora. L’Europa s’ha da fare. Tsipras, insieme a tutti quelli che lo appoggiano, ha inserito il discorso di “un’Europa che non c’è” in quello di “un’Europa che ancora non c’è”, fuori dalla logica populista. L’Europa si realizza senza che nessuno vada “a casa”. Il populismo si interessa solo del “tutti a casa”, ma per nulla del dopo, del “chi resta?”, “che fare?”. Di questo il populismo non può occuparsi, perché vive in un eterno presente di amore per l’opposizione e odio verso il nemico. Non può essere una pratica politica, solo propaganda.
Il nodo “dell’Europa che non c’è” che Tsipras e i suoi sostenitori vogliono sciogliere è più complesso: storicamente, l’idea di un’Europa come costituzione politica degli Stati del Vecchio Continente non mai è stata al centro dei pensieri dei padri costituenti dell’Europa unita. Se sono forse un po’ estremo nel metterla su questo piano, mettiamola così: l’idea d’Europa che si è andata costituendo nei decenni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale è sempre e solo stata quella di un’unità economica fondata sul principio liberale del libero scambio (d’altronde, con l’Europa sfasciata dalla guerra era veramente difficile rifiutare gli aiuti statunitensi).
Il liberale vuole il bicchiere strapieno
Purtroppo questa stessa economia che ha fatto boom tra gli anni ‘50 e i ‘70 di parecchi paesi del mondo, è la stessa che oggi ci sta portando al disastro. Oggi il liberalismo economico si è radicalizzato a tal punto, reso così sofisticato, ha così mondializzato il mondo (lo ha trasformato in Uno, one world, una economia, un solo tipo d’uomo, un solo tipo di donna) da aver esasperato e radicalizzato il principio su cui basa la sua prosperità: lo sfruttamento delle risorse umane e naturali. La politica neoliberale di arricchimento sfrenato è fondata su un principio che tutto sommato, intuitivamente, non sembra malvagio, tanto che ormai è entrato nella testa di tutti. E’ il principio del bicchiere trasbordante. Esso afferma: “E’ vero che un’economia basata sullo sfruttamento delle risorse e degli uomini, senza alcun controllo statale, aumenta in maniera radicale le disuguaglianze, con i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, e la classe media sempre meno classe media. Ma vi assicuro che se i ricchi fossero tanto schifosamente ricchi, il bicchiere sarebbe talmente colmo che tutta questa enorme ricchezza concentrata in poche zone del mondo, in pochi Stati, in poche città, sarebbe talmente tanta da trasbordare, da eccedere i luoghi in cui è distribuita per spargersi un po’ ovunque, anche dove non c’è, per esempio nel punto più basso, dove poggia il bicchiere, dove vivono i disperati”. Il principio radicale del neoliberalismo è il seguente: gli sfruttati beneficeranno della loro condizione di sfruttati in virtù del loro essere sfruttati! Il bicchiere trasborderà.
A Napoli, nei primi anni del berlusconismo, la strada diceva: “E’ talmente pieno di soldi che un po’ di pane lo darà anche a noi”.
Il bicchiere trasborderà.
Sia chiaro, questa non è una personale sintesi pregiudiziale del neoliberalismo. Parlate con un esperto economista qualsiasi. Se non riconosce la forma con cui l’ho presentato, vi assicuro che non potrà negare che il principio neoliberale in economia è fondamentalmente un bicchiere trasbordante. E’ la figura inventata dall’economia neoliberale per spiegare se stessa.
E’ ancora impossibile criticare il neoliberalismo
Il guaio è che, pur avendo platealmente fallito ogni politica economica neoliberale fondata sul principio del bicchiere trasbordante, non è detto che il suo fallimento provochi il suo declino, né tanto meno la sua scomparsa. La difesa del neoliberalismo ha strada facile: se c’è crisi non è perché il bicchiere che trasborda è una cazzata, ma perché il bicchiere in realtà non ha mai trasbordato. In altre parole, c’è crisi, affermano gli avvocati difensori, perché l’economia non è mai stata veramente liberale, tutt’al più è ancora zavorrata dai vecchi socialismi del controllo statale. La rivoluzione liberale ha fallito perché non c’è ancora mai stata! E verso quale altra follia può portare questa consapevolezza, verso quale follia può portare una vera rivoluzione liberale se non allo smantellamento totale del walfare state, affinché la macchina dell’economia finanziaria possa finalmente spargere le sue enormi speculazioni verso tutti? Solo allora il bicchiere trasborderà davvero!
Sarà questo il muro contro cui Tsipras e i suoi sostenitori cozzeranno. E’ ancora oggi un’obiezione validissima: “Non abbiamo ancora smantellato tutto il pubblico, non abbiamo ancora privatizzato tutto, perché non ce lo lasciate fare, cazzo?”. Un po’ come ragionava nel 2001 la gente che aveva votato il finto liberale Berlusconi: “Abbiamo provato tutto, proviamo pure questo!”. Un po’ come adesso ragiona una grossa fetta dell’elettorato del Movimento 5 Stelle: “Ma diamogli una possibilità a sti ragazzetti!”. In tutti questi casi la governance è demandata, delegata, deresponsabilizzata, con l’elettore che si autoestromette dalle decisioni politiche. La trappola populista è tutta qui. Berlusconi è solo un giullare, Grillo solo un comico. Intanto entrambi sono per il mantenimento dello status quo.
Tsipras sogna il ritorno della politica
Tsipras e i suoi sostenitori sanno che prima ancora dell’economia, nella politica a contare è la politica, ovvero tutti quei valori che non possono dare profitto, non possono dare ricchezza materiale, vengono prima di qualunque capitale. Sono i valori senza interesse. La politica è ciò che si pratica senza interesse. E’ questo il motivo per cui, quando passa in tv il racconto della vera pratica politica, è un racconto noioso, appunto non interessante. E’ come veder leggere, veder lavorare, che palle se non sei tu a farlo! Per questo il populismo è tremendamente affascinante: in tv funziona alla grande.
Gli argomenti e i valori della politica sono tutti quelli relegati nei libri, e saranno sempre più pressanti e urgenti man mano che scegliamo un liberalismo sempre più radicale. E quali sono questi “valori” della politica? Sono tanti, ma riassumibili in un concetto che li racchiude tutti: uguaglianza. E’ il valore dell’uguaglianza per tutti gli uomini e le donne, prima ancora di sapere che lavoro fanno e da dove vengono. Questo è il principio politico per eccellenza.
Affermazioni quali: “tutte le intelligenze sono uguali”, “tutti gli uomini sono uguali”, non sono slogan, ma rivoluzioni politiche che impegnano tremendamente chi le sostiene. “Tutti a casa!” non impegna chi lo afferma, ma impegna solo chi ha un interesse personale a gridarlo: “tutti a casa!” ma non di certo io; “fuori gli immigrati!” ma io di certo non vado a fare il lavoro che faceva mio nonno; “fuori dall’euro!” ma certo non fuori dagli affari delle multinazionali. “Uguaglianza per tutti” è invece un’affermazione che coinvolge in prima persona, ti sconquassa. Perché “uguale agli altri” dovrai esserlo pure tu, non solo gli altri.
L’uguaglianza non si fa con il culo di nessuno.
Volere davvero un’uguaglianza universale (impossibile già solo accostare due termini quali “uguaglianza” e “universale”) impone sacrifici che non sono il “tirare la cinghia”, ma lo stesso sacrificio che ti impone lo studio di un testo, il lavoro quotidiano. L’uguaglianza mette in gioco le persone affinché sacrifichino i propri privilegi per vivere in un mondo in cui non è lo sfruttamento il principio della ricchezza.
E’ questo il retropensiero dei sostenitori di Tsipras.
Oggi abbiamo assolutamente bisogno di un’Europa politica. Un’Europa che sia presente nella crisi in Ucrania, accanto alla Russia e agli Stati Uniti. Che non sia evanescente quanto una sanzione, un richiamo, una multa. Che non sia inconsistente quanto una transazione finanziaria ma presente come potenza politica prima che (e quindi anche) economica.
Non credo che Tsipras sia la “terza via”, la terza alternativa al neoliberalismo e al populismo estremista. Anche quest’ultimo vuole il neoliberismo, vi si oppone ma solo di facciata: mai metterebbe in discussione i privilegi. Tsipras è in realtà la seconda via, l’alternativa allo status quo. L’alternativa. L’alternativa all’Europa filo-tedesca, l’alternativa all’austerità.
Questo è il passo in più che fa Tsipras. Non ha le idee tremendamente più chiare del populista, ma sa benissimo che c’è bisogno di una proposta alternativa. Forse questa alternativa ancora non c’è. Sicuramente non c’è ancora perché storicamente non c’è mai stato niente che non fosse una politica neoliberale con lo sfruttamento di risorse umane e naturali al centro di tutto.
Quello a cui Tsipras e i suoi sostenitori vogliono porre fine non è soltanto il principio che l’economia debba guidare la politica, ma anche quello opposto che la politica debba guidare l’economia. Deve finire la regola del profitto sopra ogni altra cosa, la regola della ricchezza, dello sviluppo e della crescita come principio guida della politica. Deve iniziare una stagione in cui si parli di nuovo di uguaglianza, senza la paura che a mettere in mezzo queste idee si finisca con l’essere autoritari, se non totalitari: è questa paura a mantenere lo status quo!
Mi fido di chi imposta la politica così, mi sono sempre fidato.
Che cos’è il populismo

«Il fallimento del comunismo tedesco negli anni Venti, il fallimento dell‘“uomo sovietico” negli anni trenta, il fallimento dei movimenti di liberazione anticoloniali negli anni Cinquanta e Sessanta, il fallimento del maoismo, del ‘68, delle proteste contro la guerra e contro la globalizzazione – tutti questi fallimenti apparenti sembrerebbero dimostrare sempre lo stesso punto fondamentale: la natura diffusa, sistemica e dunque insuperabile, del capitalismo contemporaneo e delle forme di Stato e di potere disciplinare che l’accompagnano.
Una simile storia distorta equivarrebbe, secondo me, solo a una razionalizzazione delle sconfitte subite nell’ultimo quarto del XX secolo. Dopo le turbolenze rivoluzionarie del tardo XVIII secolo, in Francia e ad Haiti, la storia del mondo moderno è stata caratterizzata dalla determinazione manifestata dalle nostre classi dirigenti nel voler pacificare il popolo che governano. Come Michel Foucault ha dimostrato in modo convincente, un’ampia gamma di strategie controrivoluzionarie tese a criminalizzare, dividere e poi dissolvere la volontà del popolo – per rirportarlo alla sua condizione “normale” di gregge disperso e passivo – furono sviluppate in fretta durante e dopo la Rivoluzione francese; in un utile intervento, Naomi Klein ha recentemente mostrato che, negli ultimi due decenni, strategie simili sono state impiegate a nuovi livelli di intensità e ferocia. Il risultato, finora è stato la conservazione della passività e della deferenza popolare a una scala sconcertante».
Peter Hallward, Comunismo dell’intelletto, comunismo della volontà, in L’idea di comunismo, Derive e Approdi, Roma 2011, pp. 147-148.
Il populismo non è un movimento politico, non è una posizione politica, è la deriva naturale che inizia ad assumere la propaganda politica ogni volta che c’è una crisi strutturale. Ogni volta che c’è crisi la voce del popolo si fa sentire.
Ma cos’è questo “popolo”? E’ ciò che non è assolutamente da nessuna parte, letteralmente. E’ il nulla contenuto nel concetto stesso di comunità: “popolo” è la rappresentazione di una comunità pura, nel senso di essere una rappresentazione totalmente epurata dai riconoscimenti interni delle parti che la compongono.
Comunità è com-munus, letteralmente una comunità-di-debitori (munus è il dono che avvia uno scambio di doni). E se il debito è dover dare ciò che non si ha (il credito che il creditore gode verso il debitore), allora la rappresentazione di un “popolo”, ciò che il popolo ha, ciò che la comunità è nella sua purezza, è un insieme vuoto, un cum-munus, appunto una comunità*. “Popolo” è una comunità di debitori. Il popolo, propriamente, non esiste, non esiste “popolo” se non popolo dei, dei commessi, dei calciatori, dei pensionati, degli aviatori. Popolo è massa informe, blob della comunità, popolo è la comunità. E’ l’irrappresentabile, nient’altro che popolo, nient’altro che comunità.

“Populista” è chi pretende di rappresentare il popolo, quindi chi considera se stesso come parte di un popolo, il che è una cosa alquanto ovvia, sarebbe come dirsi parte dell’umanità. In termini politici quindi “populista” è davvero poca cosa: siamo tutti “populisti”, facciamo tutti parte del “popolo”. Qui risiede la diatriba infinita e improduttiva tra il “populista” gridato come un insulto (“sei un sempliciotto”) e il “populista” rivendicato con orgoglio (“sì, sono uno del popolo, e allora?”). In entrambi i casi non si fa un passo avanti.
Di per sé, quindi, “populismo” è un termine neutro, ovvio, pre-morale, apolitico, nel senso che è la base prima di ogni politica, viene prima ancora di ogni pratica politica. E’ questo il motivo per cui chi rivendica una realtà positiva al populismo – ovvero chi non lo intende soltanto come il munus alla base di ogni pratica politica ma già come pratica politica – non si riconosce in alcuna categoria particolare: come potrebbe se esso è nient’altro che “popolo”? “Populista” è l’illusione di essere rappresentabile prima ancora di avere un’interesse di categoria da rivendicare. Per questo populista non è “né sinistra né destra”: come potrebbe se viene prima di ogni categoria sociale, prima di ogni pratica politica? Populista non è la voce del cassaintegrato, del dipendente pubblico, della casalinga e del professionista, è tutte queste categorie messe insieme in un vociare infinito e sconclusionato.
Quando il riconoscimento dei diritti delle categorie sociali non passa per la loro rappresentabilità – per esempio quando le rappresentanze sociali (sindacati, associazioni dei consumatori, comitati elettorali) sono in crisi – succede che il desiderio di riconoscimento si disperde e viene fagocitato in un vuoto consociativo che raccoglie tutti i pezzetti. Questo vuoto consociativo prende pian piano una forma e, pur di non prendere una posizione, pur di mantenere al proprio interno tutte le istanze di rivendicazione possibili, si presenta nella forma classica del “partito” o del “movimento” e nello stesso tempo non si riconosce in nessuna forma di rappresentazione “classica” quale il partito o il movimento. Succede che in giro si cominciano a sentire cose come queste:
«Ci hanno portato via i diritti sovrani. Serviamo solo a riempire i sacchi del capitale internazionale con i tassi di interesse […]. Tre milioni di persone non hanno lavoro e sostentamento. I funzionari, è vero, lavorano per nascondere la miseria. Parlano di misure e fodere d’argento. Le cose stanno andando sempre meglio per loro, e sempre peggio per noi. Sta svanendo l’illusione della libertà, della pace e della prosperità che ci era stata promessa quando abbiamo deciso di prendere il destino nelle nostre mani. Da queste politiche irresponsabili non può che venire il completo collasso del nostro popolo».
Chi l’ha detto? Joseph Goebbels, Noi chiediamo, Der Angriff, 25 luglio 1927 n. 4, citato in Srećko Horvat, I nazisti vivono sulla Luna? in Slavoj Žižek, Srećko Horvat, Cosa vuole l’Europa?, Ombre corte, Verona 2014, pp. 51-52.
Fa impressione scoprire che queste parole, oggi perfettamente a loro agio nella bocca di tutti noi, le abbia pronunciate l’allora futuro ministro della propaganda del Terzo Reich. Ma in effetti, a pensarci bene, non c’è niente di scandaloso. Cosa dicono di male? Assolutamente nulla. Rivendicano diritti naturali, ovvi, banali, popolari appunto. Rivendicazioni su cui chiunque sarebbe d’accordo. Qui non si tratta di un preambolo al nazismo, qui non c’è ancora alcun nazionalismo, alcun primato del popolo tedesco e della sua razza. In queste parole di Goebbels non c’è ancora il Goebbles che conosciamo, qui c’è ancora solo il popolo, massa informe e generica che aspetta solo di essere “riempita” da qualcosa, da qualcuno che non faccia altro che raccogliere questo disperato bisogno di rappresentanza, non importa da chi. Siamo nel 1927, sei anni dopo il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori raccoglierà quella richiesta.

Si dice che a maggio l’Europa sarà di nuovo assediata dal populismo. Il dibattito pubblico, di fronte a questa minaccia senza forma, reagisce nei modi che può, si scandalizza, si preoccupa, si esalta. In ogni caso quello che è certo è che questa ondata populista che sta per travolgere il Vecchio Continente sarà, ancora una volta, il segnale di un forte desiderio di cambiamento. Ma da parte di chi? Ancora una volta, da nessuno, soltanto dal popolo, da qualcuno da cui ancora nessuno ha raccolto questo desiderio di cambiamento. Allora una cosa è chiara, l’istanza politica dei nostri giorni è una sola: le cose non possono continuare ad andare così. Istanza che, per essere ancora più efficace e fare un passo in più oltre il populismo, si può tradurre così: le cose possono benissimo continuare ad andare avanti così, ma ciò non è bene.
Come massa informe, irrappresentabile, come humus della comunità, il “popolo” non potrà mai dirci cosa bisogna fare per cambiare le cose: egli non ha bisogno proprio di nulla, se non di sé stesso. Il popolo si autodetermina come popolo: come popolo schiavo di qualcuno o padrone di sé, ma pur sempre popolo. Essendo la fondamenta della comunità, lui non vuole niente da “noi” perché si pone fuori da “noi”, fuori dalla comunità. Il popolo non è parte della comunità ma proprio ciò in cui si riconoscono tutte le parti che compongono la comunità. E’ il munus, l’humus. Sarà sempre una rivendicazione particolare a fare pratica politica per il popolo, giammai il “popolo”.
Dove andrà a finire l’estremismo populista galoppante che sta per travolgere l’Europa? Questo dipende, appunto, da “noi”, dalla comunità europea. La prima cosa da tenere presente è che non siamo nel 1927 ma nel 2014, perciò non esiste alcuna possibilità di un ritorno del terrore totalitario, semmai qualcosa di più concreto, tipo la sproporzione sempre più ampia tra persone ricche e persone povere, lo sfruttamento sempre più intensivo e aggressivo delle risorse umane e naturali. In una parola, il peggio che potrà capitarci è proprio niente: nessun cambiamento, solo la perpetuazione di quello che già stiamo facendo da tempo, nient’altro che il vecchio e affidabile sistema economico che ci regge da cent’anni a questa parte: il capitalismo.
Insomma, il peggio che potrà succedere all’Europa dopo l’ondata populista che sta per travolgerla è solo la sempre più ferrea convinzione nella maggior parte delle persone (soprattutto nella testa di quelle centinaia di migliaia che formano la burocrazia economica e politica dell’Europa) che le cose non solo devono continuare ad andare così, ma anzi devono continuare ad andare ancora più di così, ancora meglio: più investimenti, più denaro, più occupazione, più sviluppo, quindi più austerity dove si spende troppo e più spesa dove si spende poco. Quindi, inesorabilmente più banche, più mercato finanziario globale, più gadget, più moneta, più capitale, e soprattutto meno leggi per regolamentare il mercato finanziario.
La domanda che dobbiamo porci allora è questa. Vogliamo che la volontà generale e informe del populismo la raccolga l’attuale politica economica, la più estremista ed efficace che ci sia mai stata nella storia dell’uomo, quella che una volta si chiamava “capitalismo” e che ora si chiama semplicemente “economia”; oppure vogliamo che a raccogliere un’istanza di cambiamento senza rappresentazione sia una visione del mondo non imperialista, un mondo dove la ricchezza è semplicemente meglio distribuita, un mondo dove “economia” non può essere solo questa economia?
Il vuoto populista, il vuoto del munus, il vuoto fondamentale della comunità ci sta dicendo che una comunità buona non è una comunità che rivendica le istanze dei singoli, e nemmeno quelle di tutti, ma è una comunità che rivendica l’istanza della propria comunità, quella di una comunità in un mondo dove ce ne sono tante altre con le proprie necessità e i propri bisogni. Le rivendicazioni generali di un “popolo”, senza alcun contenuto concreto se non un generico “basta tutti a casa”, pur essendo slogan vuoti saranno destinati in ogni caso ad essere raccolti da qualcuno che non sarà altro che o una forza resistente al cambiamento o una forza che vuole un cambiamento. Ci sarà un’orgia di contenuti e rivendicazioni, un’ondata populista appunto, che non farà un passo avanti finché qualcuno non farà propria questa rivendicazione. E il popolo lo lascerà fare.
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* del termine munus come concetto base per comprendere l’essenza della comunità il mio riferimento è Roberto Esposito.
Nelle foto, a partire dalla prima, in parabola ascendente, una scena di Gli onorevoli di Sergio Corbucci; Beppe Grillo alla Camera dei Deputati; Alexis Tsipras.
Il rasoio di Renzi

Deve stare molto attento, e lo sa. Lo sa che nei prossimi mesi, diciamo entro l’anno ma magari già a maggio con le europee, saprà se è soltanto un bravo oratore (per gli standard italiani) o anche un politico a tutti gli effetti. Se insomma siamo di fronte a un politico soltanto “nuovo” o a un nuovo politico capace di ispirare una nuova classe dirigente.
Deve stare attento perché tra qualche mese da questo affilato rasoio in cui si muove cadrà o dal lato del “nuovo”, restando quindi un buon presentatore e nient’altro, o dal lato del “politico”, passando così da rottamatore a costruttore. Ma può anche cadere al centro, tagliando di netto il suo stesso futuro pubblico, lasciando solo un flebile ricordo presentato da Mike Buongiorno.
Deve stare attento perché la sua prima, energica, efficace, autoritaria e fulminea mossa è stata fatta con modi “nuovi” (appunto energica, efficace, autoritaria, fulminea) ma con contenuti “vecchi”: è soltanto una legge elettorale. Che ci vuole a dire, e Grillo si sta già sfregando le mani, che questo progetto non è altro che un’ipoteca assicurativa per i governanti, lasciando poco o niente ai governati? Che ci vuole a dire che è sempre la solita storia? Che ci vuole a dire che Renzi sarà uno di quelli da “mandare a casa”? Se non è entrato ancora nel calderone del giudizio populista è solo perché non è passato ancora il tempo necessario, il tempo che resta tra il “nuovo” che diventa “politico” e il “nuovo” che diventa “vecchio”.
Il 35% rispecchia il tripolarismo, la modifica del titolo V della Costituzione è un passo verso il presidenzialismo, e i “listini” bloccati formato pocket rompono finalmente l’ipocrisia sulla rappresentanza con un messaggio chiaro: l’elezione diretta non fissa una volta per tutte la rappresentanza diretta, perché l’esercizio democratico non inizia e finisce col voto, altrimenti non ci sarebbe più distinzione tra acclamatore ed elettore, tra capital-parlamentarismo e democrazia. Libertà è partecipazione oppure no? Gli unici che non dico cercano di dare una risposta a questa domanda, ma che perlomeno se la pongono, sono stati finora solo Renzi e Grillo.
Insomma per Renzi va tutto alla grande per ora, ma stiamo solo parlando della questione della governabilità, davvero poca cosa. Ci vuole tempo per praticare la politica, vero, ma per non praticarla ci vuole ancora più tempo. Tempo al tempo, insomma, in tutti i sensi però.
Immagine in alto, la copertina di novembre 2012 di “Oggi”.
Caterina Simonsen e il confronto casuale senza filtri

Il caso di Caterina Simonsen è un buon esempio della bassa qualità che può raggiungere un dibattito (in questo caso un non dibattito) sul web. L’opinione pubblica “del web” è n’è più ne meno che la classica opinione pubblica, definibile a differenza di quella “classica” come una nuova articolazione del confronto casuale senza filtri. Cos’è un confronto casuale senza filtri? E’ quando parli con il tuo vicino di autobus, quando al semaforo scambi quattro chiacchiere con il motorino di fianco al tuo, quando disquisisci al supermercato su quale bottiglia di rosso acquistare. E’ la chiacchiera da bar, vero cemento dei rapporti sociali. E’ il più e il meno, il discorso che non conclude nulla, senza filtri, quello che non impegna a responsabilizzare chi parla ma al contrario dà la libertà di poter dire boiate senza essere un idiota.
Il confronto casuale senza filtri permette di scongelare le tensioni, archiviare i rancori. E’ un fattore fondamentale nelle relazioni tra gli abitanti di uno stesso paese, di una stessa città, di una nazione. Vi è in gioco l’identità di chi parla, il principio di appartenenza e una buona dose di felicità (cosa c’è di meglio di un inconcludente scambio di battute in fila alla posta per sentirsi meglio?). Sono discorsi dalle grandi potenzialità, perché possono portare molto in alto, ma anche molto in basso. La filosofia ha un termine specifico per definire il confronto casuale senza filtri: senso comune. Senso comune è l’humus del ragionamento, il punto di partenza per ogni discorso. Lasciato lì dov’è si perde nel qualunquismo, ma affinato e lavorato porta al comizio politico, al salotto radical chic, al discorso della classe dirigente, finanche al pensiero filosofico, purché sia frutto di un confronto determinato e voluto, anziché casuale, mediato nei toni e fondato sul rispetto reciproco degli interlocutori, che insomma responsabilizza chi parla impegnandolo a dare il meglio di sé. C’è quindi una salita per gradi: dal senso comune al discorso ragionato, dal confronto casuale senza filtri al confronto voluto e responsabile.
Il senso comune è quindi un terreno neutro da cui può nascere di tutto: riflessioni barbare, pregiudizi storici e brillanti sillogismi. Il senso comune è merda nel senso proprio del termine: può finire nel buco del water ma anche nel terreno di un nuovo orto.
Cosa c’entra tutto questo con il caso di Caterina Simonsen? C’entra nel senso che è un perfetto esempio di confronto casuale senza filtri che non è decollato. C’è un tema importante, la sperimentazione animale, che non ha fatto un passo verso l’argomentazione visto che si è accontentato degli strumenti facili della pietà e della compassione. Ma Caterina, consapevolmente o no, ha sollevato un tema profondo e attuale.

Osserviamo questa immagine e decifriamo tutti i messaggi contenuti, sia quelli espliciti che impliciti, facendo caso alla schizofreniadi un messaggio che genera necessariamente sentimenti contrastanti. C’è una ragazza che controbilancia con un’espressione buffa la serietà della maschera che indossa. La faccia ti dice: ho un tubo in faccia ma ci sono abituata fin da piccola, soffro ora ma soffro da sempre, ci convivo, ci gioco anche se le cose sono serie. Quindi: sorrido e soffro, gioco e faccio sul serio. E’ questo il piano formale di articolazione del discorso, la “confezione” con cui si presenta, che nasconde però al suo interno un altro messaggio, quello scritto sul cartello, di tutt’altra specie, molto duro, perentorio: io vivo grazie alla vera ricerca, che è quella che sperimenta sugli animali. Una differenza netta: c’è la vera ricerca e la falsa ricerca. Che significa? Che non c’è semplicemente una ricerca adatta a curare la malattia di Caterina, ma che da un lato c’è quella di cui gode Caterina che è l’unica ricerca che può curare l’essere umano, quella basata sulla sperimentazione animale, dall’altro un tipo di ricerca, quella che non sperimenta sugli animali, che non solo non è vera, ma addirittura falsa, pseudoscienza, quindi di fatto ricerca non scientifica. Caterina, volente o nolente, dichiara quindi che la ricerca scientifica è quella che passa per le cavie animali. In una sola, semplice affermazione (“grazie alla vera ricerca”) c’è quindi un giudizio molto forte, autoritario. La durezza del messaggio viene controbilanciata dalla faccia innocente di una ragazza di 25 anni, creando apparentemente un certo equilibrio semantico: con questa faccia posso permettermi di dire quello che voglio. Ma alla fine si tratta dell’immagine del narciso ai tempi di facebook, trapiantato però nel letto di ospedale: nonostante la mia malattia altamente debilitante, io Caterina sono carina, simpatica e non do alcuna legittimità scientifica a chi al contrario di me crede di potersi curare senza sperimentazione animale.
Il fatto è che Caterina ha ragione: storicamente, le cure passate per la sperimentazione animale sono quelle che hanno avuto efficacia e successo. Non solo hanno allungato le aspettative di vita generali dell’umanità, ma anche salvato la vita di chi in un altro periodo storico non avrebbe avuto alcuna speranza di farcela. Cos’è che insomma Caterina non ha detto, qual è la potenzialità del suo messaggio che lei stessa non ha saputo cogliere: che la cavia è connaturata alla medicina moderna, che la verità inaccettabile della ricerca scientifica è la morte di altre vite “minori”. Caterina quindi non ha scelto la strada della constatazione storica, non ha scelto di rivelare lo scandalo della medicina moderna, lasciando così lo spazio al dibattito tra cosa sia una medicina moderna etica e cosa no. Ha preferito invece saltare il passaggio scegliendo già da che parte stare, scegliendo il dogma pseudoscientifico che gli ha permesso di vivere. Se la scienza ha sempre funzionato così, ragiona Caterina, allora è giusto che vada avanti così, la crudeltà è il prezzo da pagare, il fine giustifica i mezzi.
L’unica risposta accettabile per Caterina sarebbe stata un messaggio identico ma in forma invertita: una donna della sua stessa età, nelle sue stesse condizioni, ma che dichiarasse l’esatto contrario: “Grazie alla vera ricerca, quella che non sperimenta sugli animali, io sono viva”. Sarebbe stata l’unica risposta possibile all’intransigenza di Caterina, che avrebbe messo in scacco non solo Caterina ma anche se stessa, rivelando due posizioni antiscientifiche perché dogmatiche:
– “Vera ricerca è quella che passa per la vita degli animali”.
– “No, vera ricerca è quella che non gli torce un capello!”.
La questione da discutere è semplice: attualmente il sistema scientifico delle cure funziona attraverso le cavie, non esiste una cura efficace che non sia passata per una scimmia. Questo non significa che Caterina ha ragione, è questo l’errore da non commettere, significa soltanto constatare uno stato di fatto: finora si è scelto di avere una medicina di questo tipo. Perché? Perché il metodo della cavia, oltre ad essere l’unico pensato finora, è quello più efficace e immediato, ma certo non si può dire che sia un metodo giusto. Un’economia basata sullo sfruttamento di risorse e di uomini è sempre stata storicamente quella più efficace, ma potremmo dire che si tratta di un’economia giusta e verasoltanto perché è sempre stata così?
Si deve poter pensare che può esistere una medicina che non sacrifichi la vita per salvare le vite, questa è la verità. Che si sostenga che l’unica possibile sia quella della sperimentazione animale, o che l’unica possibile è quella che queste sperimentazioni non le fa (detto poi certamente da persone che scienziati non sono) significa non fare un passo verso il cuore della questione, ma fermarsi in superficie, al bar sport, un bar fatto di decine di migliaia di condivisioni che scatenano le emozioni più elementari della compassione e dell’innocenza perduta.


