Perché voto Tsipras (dei libri e del bicchiere mezzo pieno)

Alexis Tsipras

Alexis Tsipras

Alle elezioni europee di maggio ho scelto di votare la lista Tsipras. Non per Tsipras, ma per quelli che appoggiano Tsipras. Non è tanto l’uomo che seguo, ma l’onda (piccola o grande che sia) che sta provocando. Lo so, detta così la cosa sembra irrazionale, ma alla base ci sono solidi motivi, sacrosanti direi, che risiedono nella natura delle persone che finora si sono fatte avanti appoggiando apertamente il leader di Syriza.
In Italia sono Stefano Rodotà e Barbara Spinelli, all’estero Slavoj Žižek e Srécko Horvat. Ce ne sono tanti altri, altri che non conosco, ma questi quattro già bastano per rendere chiara l’idea di quale onda sto parlando. Dietro queste persone ci sono un’idea e un pensiero.

Con la cultura se magna

L’idea è che con la cultura se magna, tanto, e pure bene. Questa gente, Rodotà, Spinelli, Žižek, Horvat, legge molto, e io mi fido della gente che legge molto. Leggere, lo dice pure la pubblicità, fa bene, dà una grande forza. Non la forza del radicalchicchismo bibliofilo, non quella de “la cultura è importante (collezionale tutte!)”, quanto la forza della lettura come disciplina ascetica. Leggere richiede dedizione, è un lavoro. L’idea che con la cultura se magna è l’idea che la disciplina e il sacrificio sono ciò che costituisce propriamente il lavoro (su di sé, sul mondo).

L’Europa s’ha da fare
Il pensiero è che l’Europa non c’è ancora. L’Europa s’ha da fare. Tsipras, insieme a tutti quelli che lo appoggiano, ha inserito il discorso di “un’Europa che non c’è” in quello di “un’Europa che ancora non c’è”, fuori dalla logica populista. L’Europa si realizza senza che nessuno vada “a casa”. Il populismo si interessa solo del “tutti a casa”, ma per nulla del dopo, del “chi resta?”, “che fare?”. Di questo il populismo non può occuparsi, perché vive in un eterno presente di amore per l’opposizione e odio verso il nemico. Non può essere una pratica politica, solo propaganda.
Il nodo “dell’Europa che non c’è” che Tsipras e i suoi sostenitori vogliono sciogliere è più complesso: storicamente, l’idea di un’Europa come costituzione politica degli Stati del Vecchio Continente non mai è stata al centro dei pensieri dei padri costituenti dell’Europa unita. Se sono forse un po’ estremo nel metterla su questo piano, mettiamola così: l’idea d’Europa che si è andata costituendo nei decenni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale è sempre e solo stata quella di un’unità economica fondata sul principio liberale del libero scambio (d’altronde, con l’Europa sfasciata dalla guerra era veramente difficile rifiutare gli aiuti statunitensi).

Il liberale vuole il bicchiere strapieno
Purtroppo questa stessa economia che ha fatto boom tra gli anni ‘50 e i ‘70 di parecchi paesi del mondo, è la stessa che oggi ci sta portando al disastro. Oggi il liberalismo economico si è radicalizzato a tal punto, reso così sofisticato, ha così mondializzato il mondo (lo ha trasformato in Uno, one world, una economia, un solo tipo d’uomo, un solo tipo di donna) da aver esasperato e radicalizzato il principio su cui basa la sua prosperità: lo sfruttamento delle risorse umane e naturali. La politica neoliberale di arricchimento sfrenato è fondata su un principio che tutto sommato, intuitivamente, non sembra malvagio, tanto che ormai è entrato nella testa di tutti. E’ il principio del bicchiere trasbordante. Esso afferma: “E’ vero che un’economia basata sullo sfruttamento delle risorse e degli uomini, senza alcun controllo statale, aumenta in maniera radicale le disuguaglianze, con i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, e la classe media sempre meno classe media. Ma vi assicuro che se i ricchi fossero tanto schifosamente ricchi, il bicchiere sarebbe talmente colmo che tutta questa enorme ricchezza concentrata in poche zone del mondo, in pochi Stati, in poche città, sarebbe talmente tanta da trasbordare, da eccedere i luoghi in cui è distribuita per spargersi un po’ ovunque, anche dove non c’è, per esempio nel punto più basso, dove poggia il bicchiere, dove vivono i disperati”. Il principio radicale del neoliberalismo è il seguente: gli sfruttati beneficeranno della loro condizione di sfruttati in virtù del loro essere sfruttati! Il bicchiere trasborderà.
A Napoli, nei primi anni del berlusconismo, la strada diceva: “E’ talmente pieno di soldi che un po’ di pane lo darà anche a noi”.
Il bicchiere trasborderà.
Sia chiaro, questa non è una personale sintesi pregiudiziale del neoliberalismo. Parlate con un esperto economista qualsiasi. Se non riconosce la forma con cui l’ho presentato, vi assicuro che non potrà negare che il principio neoliberale in economia è fondamentalmente un bicchiere trasbordante. E’ la figura inventata dall’economia neoliberale per spiegare se stessa.

E’ ancora impossibile criticare il neoliberalismo
Il guaio è che, pur avendo platealmente fallito ogni politica economica neoliberale fondata sul principio del bicchiere trasbordante, non è detto che il suo fallimento provochi il suo declino, né tanto meno la sua scomparsa. La difesa del neoliberalismo ha strada facile: se c’è crisi non è perché il bicchiere che trasborda è una cazzata, ma perché il bicchiere in realtà non ha mai trasbordato. In altre parole, c’è crisi, affermano gli avvocati difensori, perché l’economia non è mai stata veramente liberale, tutt’al più è ancora zavorrata dai vecchi socialismi del controllo statale. La rivoluzione liberale ha fallito perché non c’è ancora mai stata! E verso quale altra follia può portare questa consapevolezza, verso quale follia può portare una vera rivoluzione liberale se non allo smantellamento totale del walfare state, affinché la macchina dell’economia finanziaria possa finalmente spargere le sue enormi speculazioni verso tutti? Solo allora il bicchiere trasborderà davvero!
Sarà questo il muro contro cui Tsipras e i suoi sostenitori cozzeranno. E’ ancora oggi un’obiezione validissima: “Non abbiamo ancora smantellato tutto il pubblico, non abbiamo ancora privatizzato tutto, perché non ce lo lasciate fare, cazzo?”. Un po’ come ragionava nel 2001 la gente che aveva votato il finto liberale Berlusconi: “Abbiamo provato tutto, proviamo pure questo!”. Un po’ come adesso ragiona una grossa fetta dell’elettorato del Movimento 5 Stelle: “Ma diamogli una possibilità a sti ragazzetti!”. In tutti questi casi la governance è demandata, delegata, deresponsabilizzata, con l’elettore che si autoestromette dalle decisioni politiche. La trappola populista è tutta qui. Berlusconi è solo un giullare, Grillo solo un comico. Intanto entrambi sono per il mantenimento dello status quo.

Tsipras sogna il ritorno della politica
Tsipras e i suoi sostenitori sanno che prima ancora dell’economia, nella politica a contare è la politica, ovvero tutti quei valori che non possono dare profitto, non possono dare ricchezza materiale, vengono prima di qualunque capitale. Sono i valori senza interesse. La politica è ciò che si pratica senza interesse. E’ questo il motivo per cui, quando passa in tv il racconto della vera pratica politica, è un racconto noioso, appunto non interessante. E’ come veder leggere, veder lavorare, che palle se non sei tu a farlo! Per questo il populismo è tremendamente affascinante: in tv funziona alla grande.
Gli argomenti e i valori della politica sono tutti quelli relegati nei libri, e saranno sempre più pressanti e urgenti man mano che scegliamo un liberalismo sempre più radicale. E quali sono questi “valori” della politica? Sono tanti, ma riassumibili in un concetto che li racchiude tutti: uguaglianza. E’ il valore dell’uguaglianza per tutti gli uomini e le donne, prima ancora di sapere che lavoro fanno e da dove vengono. Questo è il principio politico per eccellenza.
Affermazioni quali: “tutte le intelligenze sono uguali”, “tutti gli uomini sono uguali”, non sono slogan, ma rivoluzioni politiche che impegnano tremendamente chi le sostiene. “Tutti a casa!” non impegna chi lo afferma, ma impegna solo chi ha un interesse personale a gridarlo: “tutti a casa!” ma non di certo io; “fuori gli immigrati!” ma io di certo non vado a fare il lavoro che faceva mio nonno; “fuori dall’euro!” ma certo non fuori dagli affari delle multinazionali. “Uguaglianza per tutti” è invece un’affermazione che coinvolge in prima persona, ti sconquassa. Perché “uguale agli altri” dovrai esserlo pure tu, non solo gli altri.

L’uguaglianza non si fa con il culo di nessuno.

Volere davvero un’uguaglianza universale (impossibile già solo accostare due termini quali “uguaglianza” e “universale”) impone sacrifici che non sono il “tirare la cinghia”, ma lo stesso sacrificio che ti impone lo studio di un testo, il lavoro quotidiano. L’uguaglianza mette in gioco le persone affinché sacrifichino i propri privilegi per vivere in un mondo in cui non è lo sfruttamento il principio della ricchezza.

E’ questo il retropensiero dei sostenitori di Tsipras.

Oggi abbiamo assolutamente bisogno di un’Europa politica. Un’Europa che sia presente nella crisi in Ucrania, accanto alla Russia e agli Stati Uniti. Che non sia evanescente quanto una sanzione, un richiamo, una multa. Che non sia inconsistente quanto una transazione finanziaria ma presente come potenza politica prima che (e quindi anche) economica.
Non credo che Tsipras sia la “terza via”, la terza alternativa al neoliberalismo e al populismo estremista. Anche quest’ultimo vuole il neoliberismo, vi si oppone ma solo di facciata: mai metterebbe in discussione i privilegi. Tsipras è in realtà la seconda via, l’alternativa allo status quo. L’alternativa. L’alternativa all’Europa filo-tedesca, l’alternativa all’austerità.
Questo è il passo in più che fa Tsipras. Non ha le idee tremendamente più chiare del populista, ma sa benissimo che c’è bisogno di una proposta alternativa. Forse questa alternativa ancora non c’è. Sicuramente non c’è ancora perché storicamente non c’è mai stato niente che non fosse una politica neoliberale con lo sfruttamento di risorse umane e naturali al centro di tutto.
Quello a cui Tsipras e i suoi sostenitori vogliono porre fine non è soltanto il principio che l’economia debba guidare la politica, ma anche quello opposto che la politica debba guidare l’economia. Deve finire la regola del profitto sopra ogni altra cosa, la regola della ricchezza, dello sviluppo e della crescita come principio guida della politica. Deve iniziare una stagione in cui si parli di nuovo di uguaglianza, senza la paura che a mettere in mezzo queste idee si finisca con l’essere autoritari, se non totalitari: è questa paura a mantenere lo status quo!

Mi fido di chi imposta la politica così, mi sono sempre fidato.

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Che cos’è il populismo

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«Il fallimento del comunismo tedesco negli anni Venti, il fallimento dell‘“uomo sovietico” negli anni trenta, il fallimento dei movimenti di liberazione anticoloniali negli anni Cinquanta e Sessanta, il fallimento del maoismo, del ‘68, delle proteste contro la guerra e contro la globalizzazione – tutti questi fallimenti apparenti sembrerebbero dimostrare sempre lo stesso punto fondamentale: la natura diffusa, sistemica e dunque insuperabile, del capitalismo contemporaneo e delle forme di Stato e di potere disciplinare che l’accompagnano.
Una simile storia distorta equivarrebbe, secondo me, solo a una razionalizzazione delle sconfitte subite nell’ultimo quarto del XX secolo. Dopo le turbolenze rivoluzionarie del tardo XVIII secolo, in Francia e ad Haiti, la storia del mondo moderno è stata caratterizzata dalla determinazione manifestata dalle nostre classi dirigenti nel voler pacificare il popolo che governano. Come Michel Foucault ha dimostrato in modo convincente, un’ampia gamma di strategie controrivoluzionarie tese a criminalizzare, dividere e poi dissolvere la volontà del popolo – per rirportarlo alla sua condizione “normale” di gregge disperso e passivo – furono sviluppate in fretta durante e dopo la Rivoluzione francese; in un utile intervento, Naomi Klein ha recentemente mostrato che, negli ultimi due decenni, strategie simili sono state impiegate a nuovi livelli di intensità e ferocia. Il risultato, finora è stato la conservazione della passività e della deferenza popolare a una scala sconcertante».

Peter Hallward, Comunismo dell’intelletto, comunismo della volontà, in L’idea di comunismo, Derive e Approdi, Roma 2011, pp. 147-148.

Il populismo non è un movimento politico, non è una posizione politica, è la deriva naturale che inizia ad assumere la propaganda politica ogni volta che c’è una crisi strutturale. Ogni volta che c’è crisi la voce del popolo si fa sentire. 
Ma cos’è questo “popolo”? E’ ciò che non è assolutamente da nessuna parte, letteralmente. E’ il nulla contenuto nel concetto stesso di comunità: “popolo” è la rappresentazione di una comunità pura, nel senso di essere una rappresentazione totalmente epurata dai riconoscimenti interni delle parti che la compongono.
Comunità è com-munus, letteralmente una comunità-di-debitori (munus è il dono che avvia uno scambio di doni). E se il debito è dover dare ciò che non si ha (il credito che il creditore gode verso il debitore), allora la rappresentazione di un “popolo”, ciò che il popolo ha, ciò che la comunità è nella sua purezza, è un insieme vuoto, un cum-munus, appunto una comunità*. “Popolo” è una comunità di debitori. Il popolo, propriamente, non esiste, non esiste “popolo” se non popolo dei, dei commessi, dei calciatori, dei pensionati, degli aviatori. Popolo è massa informe, blob della comunità, popolo è la comunità. E’ l’irrappresentabile, nient’altro che popolo, nient’altro che comunità.

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“Populista” è chi pretende di rappresentare il popolo, quindi chi considera se stesso come parte di un popolo, il che è una cosa alquanto ovvia, sarebbe come dirsi parte dell’umanità. In termini politici quindi “populista” è davvero poca cosa: siamo tutti “populisti”, facciamo tutti parte del “popolo”. Qui risiede la diatriba infinita e improduttiva tra il “populista” gridato come un insulto (“sei un sempliciotto”) e il “populista” rivendicato con orgoglio (“sì, sono uno del popolo, e allora?”). In entrambi i casi non si fa un passo avanti.
Di per sé, quindi, “populismo” è un termine neutro, ovvio, pre-morale, apolitico, nel senso che è la base prima di ogni politica, viene prima ancora di ogni pratica politica. E’ questo il motivo per cui chi rivendica una realtà positiva al populismo – ovvero chi non lo intende soltanto come il munus alla base di ogni pratica politica ma già come pratica politica – non si riconosce in alcuna categoria particolare: come potrebbe se esso è nient’altro che “popolo”? “Populista” è l’illusione di essere rappresentabile prima ancora di avere un’interesse di categoria da rivendicare. Per questo populista non è “né sinistra né destra”: come potrebbe se viene prima di ogni categoria sociale, prima di ogni pratica politica? Populista non è la voce del cassaintegrato, del dipendente pubblico, della casalinga e del professionista, è tutte queste categorie messe insieme in un vociare infinito e sconclusionato. 
Quando il riconoscimento dei diritti delle categorie sociali non passa per la loro rappresentabilità – per esempio quando le rappresentanze sociali (sindacati, associazioni dei consumatori, comitati elettorali) sono in crisi – succede che il desiderio di riconoscimento si disperde e viene fagocitato in un vuoto consociativo che raccoglie tutti i pezzetti. Questo vuoto consociativo prende pian piano una forma e, pur di non prendere una posizione, pur di mantenere al proprio interno tutte le istanze di rivendicazione possibili, si presenta nella forma classica del “partito” o del “movimento” e nello stesso tempo non si riconosce in nessuna forma di rappresentazione “classica” quale il partito o il movimento. Succede che in giro si cominciano a sentire cose come queste:

«Ci hanno portato via i diritti sovrani. Serviamo solo a riempire i sacchi del capitale internazionale con i tassi di interesse […]. Tre milioni di persone non hanno lavoro e sostentamento. I funzionari, è vero, lavorano per nascondere la miseria. Parlano di misure e fodere d’argento. Le cose stanno andando sempre meglio per loro, e sempre peggio per noi. Sta svanendo l’illusione della libertà, della pace e della prosperità che ci era stata promessa quando abbiamo deciso di prendere il destino nelle nostre mani. Da queste politiche irresponsabili non può che venire il completo collasso del nostro popolo».

Chi l’ha detto? Joseph GoebbelsNoi chiediamoDer Angriff, 25 luglio 1927 n. 4, citato in Srećko HorvatI nazisti vivono sulla Luna? in Slavoj Žižek, Srećko Horvat, Cosa vuole l’Europa?, Ombre corte, Verona 2014, pp. 51-52.

Fa impressione scoprire che queste parole, oggi perfettamente a loro agio nella bocca di tutti noi, le abbia pronunciate l’allora futuro ministro della propaganda del Terzo Reich. Ma in effetti, a pensarci bene, non c’è niente di scandaloso. Cosa dicono di male? Assolutamente nulla. Rivendicano diritti naturali, ovvi, banali, popolari appunto. Rivendicazioni su cui chiunque sarebbe d’accordo. Qui non si tratta di un preambolo al nazismo, qui non c’è ancora alcun nazionalismo, alcun primato del popolo tedesco e della sua razza. In queste parole di Goebbels non c’è ancora il Goebbles che conosciamo, qui c’è ancora solo il popolo, massa informe e generica che aspetta solo di essere “riempita” da qualcosa, da qualcuno che non faccia altro che raccogliere questo disperato bisogno di rappresentanza, non importa da chi. Siamo nel 1927, sei anni dopo il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori raccoglierà quella richiesta.

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Si dice che a maggio l’Europa sarà di nuovo assediata dal populismo. Il dibattito pubblico, di fronte a questa minaccia senza forma, reagisce nei modi che può, si scandalizza, si preoccupa, si esalta. In ogni caso quello che è certo è che questa ondata populista che sta per travolgere il Vecchio Continente sarà, ancora una volta, il segnale di un forte desiderio di cambiamento. Ma da parte di chi? Ancora una volta, da nessuno, soltanto dal popolo, da qualcuno da cui ancora nessuno ha raccolto questo desiderio di cambiamento. Allora una cosa è chiara, l’istanza politica dei nostri giorni è una sola: le cose non possono continuare ad andare così. Istanza che, per essere ancora più efficace e fare un passo in più oltre il populismo, si può tradurre così: le cose possono benissimo continuare ad andare avanti così, ma ciò non è bene.
Come massa informe, irrappresentabile, come humus della comunità, il “popolo” non potrà mai dirci cosa bisogna fare per cambiare le cose: egli non ha bisogno proprio di nulla, se non di sé stesso. Il popolo si autodetermina come popolo: come popolo schiavo di qualcuno o padrone di sé, ma pur sempre popolo. Essendo la fondamenta della comunità, lui non vuole niente da “noi” perché si pone fuori da “noi”, fuori dalla comunità. Il popolo non è parte della comunità ma proprio ciò in cui si riconoscono tutte le parti che compongono la comunità. E’ il munus, l’humus. Sarà sempre una rivendicazione particolare a fare pratica politica per il popolo, giammai il “popolo”.
Dove andrà a finire l’estremismo populista galoppante che sta per travolgere l’Europa? Questo dipende, appunto, da “noi”, dalla comunità europea. La prima cosa da tenere presente è che non siamo nel 1927 ma nel 2014, perciò non esiste alcuna possibilità di un ritorno del terrore totalitario, semmai qualcosa di più concreto, tipo la sproporzione sempre più ampia tra persone ricche e persone povere, lo sfruttamento sempre più intensivo e aggressivo delle risorse umane e naturali. In una parola, il peggio che potrà capitarci è proprio niente: nessun cambiamento, solo la perpetuazione di quello che già stiamo facendo da tempo, nient’altro che il vecchio e affidabile sistema economico che ci regge da cent’anni a questa parte: il capitalismo.
Insomma, il peggio che potrà succedere all’Europa dopo l’ondata populista che sta per travolgerla è solo la sempre più ferrea convinzione nella maggior parte delle persone (soprattutto nella testa di quelle centinaia di migliaia che formano la burocrazia economica e politica dell’Europa) che le cose non solo devono continuare ad andare così, ma anzi devono continuare ad andare ancora più di così, ancora meglio: più investimenti, più denaro, più occupazione, più sviluppo, quindi più austerity dove si spende troppo e più spesa dove si spende poco. Quindi, inesorabilmente più banche, più mercato finanziario globale, più gadget, più moneta, più capitale, e soprattutto meno leggi per regolamentare il mercato finanziario.
La domanda che dobbiamo porci allora è questa. Vogliamo che la volontà generale e informe del populismo la raccolga l’attuale politica economica, la più estremista ed efficace che ci sia mai stata nella storia dell’uomo, quella che una volta si chiamava “capitalismo” e che ora si chiama semplicemente “economia”; oppure vogliamo che a raccogliere un’istanza di cambiamento senza rappresentazione sia una visione del mondo non imperialista, un mondo dove la ricchezza è semplicemente meglio distribuita, un mondo dove “economia” non può essere solo questa economia?
Il vuoto populista, il vuoto del munus, il vuoto fondamentale della comunità ci sta dicendo che una comunità buona non è una comunità che rivendica le istanze dei singoli, e nemmeno quelle di tutti, ma è una comunità che rivendica l’istanza della propria comunità, quella di una comunità in un mondo dove ce ne sono tante altre con le proprie necessità e i propri bisogni. Le rivendicazioni generali di un “popolo”, senza alcun contenuto concreto se non un generico “basta tutti a casa”, pur essendo slogan vuoti saranno destinati in ogni caso ad essere raccolti da qualcuno che non sarà altro che o una forza resistente al cambiamento o una forza che vuole un cambiamento. Ci sarà un’orgia di contenuti e rivendicazioni, un’ondata populista appunto, che non farà un passo avanti finché qualcuno non farà propria questa rivendicazione. E il popolo lo lascerà fare.

* del termine munus come concetto base per comprendere l’essenza della comunità il mio riferimento è Roberto Esposito.

Nelle foto, a partire dalla prima, in parabola ascendente, una scena di Gli onorevoli di Sergio Corbucci; Beppe Grillo alla Camera dei Deputati; Alexis Tsipras.