Mac e Pc, forma e contenuto, latinismo e germanismo

Alla base dei prodotti Apple non c’è forse l’idea che basta possederli per essere fighi? Non importa cosa create con il vostro Mac Book Air. Il semplice fatto di usare un Mac Book Air, di toccare con mano l’elegante design del suo hardware e del suo software, è di per sé un piacere, come passeggiare per una strada di Parigi. Mentre lavorate su un goffo e funzionale pc, l’unica cosa di cui potete godere è la qualità del vostro lavoro. Come dice [Karl] Kraus della vita tedesca, “conferisce serietà” a quello che fate, vi permette di vederlo senza fronzoli. Questo era vero soprattutto ai tempi dei sistemi operativi Dos e dei primi Windows […].

[Le edizioni più recenti di Windows] mutuano sempre più elementi dalla Apple senza però riuscire a nascondere il proprio carattere essenzialmente sfigato. Peggio, inseguendo l’eleganza della Apple non fanno che tradire la vecchia, austera bellezza funzionale del pc.

Credetemi, voi che indossate colori vivaci: in culture nelle quali ogni imbecille possiede un’individualità, l’individualità rimbecillisce

Karl Kraus

Jonathan FranzenCosa c’è che non va nel mondo moderno, sul Guardian con il titolo What’s wrong with the modern world.

Negazionismo e governo dei corpi

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Il 15 ottobre la Commissione Giustizia del Senato ha approvato un emendamento presentato dal senatore Felice Casson (PD) che modifica l’articolo 414 del codice penale (istigazione a delinquere) prevedendo un aggravio di pena del cinquanta per cento «se l’istigazione o l’apologia riguarda delitti di terrorismo, crimini di genocidio, crimini contro l’umanità o crimini di guerra. La stessa pena si applica a chi nega l’esistenza di crimini di genocidio o contro l’umanità». In questi giorni la stessa Commissione sta discutendo un emendamento all’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654 – presentato in origine da Silvana Amati del Pd il 16 ottobre dell’anno scorso (il 16 ottobre del 1943 avvenne il rastrellamento del ghetto di Roma) – che prevede tre anni di reclusione e una multa fino a 10mila euro a chi nega l’esistenza di genocidi. La legge del ‘75 è la ricezione della Convenzione internazionale sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966. Entrambi gli interventi in Commissione riguardano il cosiddetto “reato di negazionismo”, su cui in questi giorni se ne discute parecchio. Il primo che propose in Italia un progetto di legge di questo tipo, seguendo l’esempio di diversi paesi europei che già lo adottano da decenni, fu nel 2007 l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, e prevedeva condanna e reclusione a chi negava l’esistenza della Shoah. Alla proposta di Mastella seguirono diverse reazioni contrarie. La più famosa fu quella di un gruppo di 197 storici universitari italiani che in una specie di manifesto dello storicismo affermarono che il progetto di legge di Mastella avrebbe sostituito «a una necessaria battaglia culturale, a una pratica educativa, e alla tensione morale necessarie per fare diventare coscienza comune e consapevolezza etica introiettata la verità storica della Shoah, una soluzione basata sulla minaccia della legge». infine, l’11 ottobre è morto il capitano delle SS Erich Priebke, il “boia delle Fosse Ardeatine”, manco a farlo apposta appena due giorni prima del settantaseiesimo anniversario del rastrellamento di Roma.

La tempesta perfetta.

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Il negazionismo è una brutta bestia, ma una legge che ne certifichi il reato non è necessaria, è anzi l’ammissione di un’impotenza. Come spiegano i 197 storici italiani nel documento del 2007, si offrirebbe in primo luogo «ai negazionisti, com’è già avvenuto, la possibilità di ergersi a difensori della libertà». Ma la cosa più grave, afferma il gruppo di storici italiano, è che si imporrebbe «una verità di Stato in fatto di passato storico, che rischia di delegittimare quella stessa verità storica, invece di ottenere il risultato opposto sperato». La preoccupazione degli storici è attuale e scottante. Oltre a contenere implicitamente un’autocritica – gli storici denunciano proprio la mancanza di una “pratica educativa”, “una coscienza comune sulla verità storica della Shoah”, altrimenti non verrebbe in mente a nessuno di discutere seriamente una legge di questo tipo, né a 197 professori di intervenire così – il documento degli universitari è prezioso, afferma il paradossale effetto del reato di negazionismo: la delegittimazione della cultura storica, l’esautorazione dell’educazione scolastica e della sensibilità intellettuale dal determinare una coscienza storica dell’Olocausto. Per affrontare il negazionismo, afferma una buona fetta del mondo accademico italiano, non è necessaria la forza bruta della legge, ma un sano dibattito pubblico. David Irving ha scontato 400 giorni di prigione non solo perché negazionista, ma soprattutto perché colpevole di razzismo e apologia del nazismo, e la sua opinione non ha mai contato nulla. In Francia, Belgio, Germania e Austria (i paesi più colpiti dalle deportazioni) la negazione dell’Olocausto è reato, mentre in Israele, Portogallo e Spagna è addirittura punita qualsiasi negazione di un genocidio. Sono armi in più contro l’oblio della storia, ma quella principale resterà sempre la conoscenza storica, l’unico strumento capace di sconfiggere qualunque propaganda.

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Esiste una legge contro chi afferma l’esistenza di scie chimiche o di una corporazione di alieni che ci governa da millenni? No, perché sono una serie di evocative balle che si smontano semplicemente col buon senso. Il dibattito tra cospirazionisti e cacciatori di bufale non rafforza né le posizioni dell’uno né dell’altro, esalta soltanto la potenza del confronto razionale. Lo stesso discorso dovrebbe valere per chi nega la Shoah. E’ una realtà oggettiva che tra il 1933 e il 1941 la Germania nazionalsocialista ha pianificato e quasi portato a termine l’eliminazione fisica di tutti gli ebrei d’Europa. Che poi Irving abbia sostenuto che le camere a gas servivano per sterminare i pidocchi è soltanto la libertà di spararle grosse. Se poi ci si sente a tal punto offesi da avere il bisogno di tappargli la bocca allora vuol dire che il revisionismo opportunista di questi individui tocca un nervo scoperto.

E’ il rischio di oblio della storia, la verità che con i totalitarismi noi europei non ci abbiamo ancora fatto i conti. Sotto lo stress di un trauma, tendiamo a cristallizzare questo periodo storico come un capitolo che vogliamo chiuso ad ogni costo, forte di una lettura storica ai limiti dell’interpretazione religiosa: il momento in cui Male ha fatto la sua comparsa sulla terra. Per questo il negazionismo fa paura, perché ha la forza liberatoria dell’antidogmatismo, la stessa che troviamo nella teoria del complotto. Ma perché mai l’Olocausto deve essere un dogma? Abbiamo la storia dalla nostra parte, sono fatti realmente accaduti, non abbiamo bisogno di una chiesa. La paura del negazionismo è la nostra preoccupazione storica più forte, quella della possibilità di un errore ermeneutico da parte delle generazioni future.

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Purtroppo l’Olocausto è stato un affare umano, troppo umano, è questa l’insopportabile verità che non dobbiamo dimenticare. Quella che svela come i totalitarismi del XX secolo siano stati il governo dei corpi in un vorticoso e avviluppante delirio, la conseguenza estrema di un governo in cui vita e politica sono tutt’uno a tal punto che sia la politica a decidere della vita e non il contrario. Da qui l’organizzazione totale dell’esistenza dell’uomo, da quando nasce a quando muore. Questo bisogna insegnare a scuola. Di questo dobbiamo parlare quando affrontiamo faccia a faccia gli orrori dei totalitarismi: il loro nuovo uso del corpo che inaugura l’indicibile verità della politica moderna.

La fusione di vita e politica non fa un animale politico ma un animale la cui vita si fa tutt’una con la politica a tal punto da scambiare la stessa vita per uno dei tanti elementi che compongono la polis. A tal punto da determinare il bisogno del diritto alla vita, di diritti umani. E’ questa la verità che l’Occidente tarda ad affrontare. E’ questa la vera negazione. C’è un filo rosso che collega l’ideologia totalitaria di allora con l’organizzazione totale dell’economia capitalista di oggi. Discutiamo di questo. Difficile parlarne, perché è scandaloso, come l’Olocausto. Ma limitarsi a paventare l’Olocausto dei totalitarismi senza vedere il nuovo uso dei corpi che c’è alla sua base, alle sue fondamenta, è la più grande ingiustizia che si possa fare alle sue vittime, quella che si limita a ricordare, ci costringe a non dimenticare.

In Egitto sta accadendo lo Stato

«Che legittimità ha un potere non eletto dal popolo che contraddice e annulla un potere eletto dal popolo?». Con questa domanda apparsa sull’Amaca il giornalista Michele Serra pone una domanda che cancella cent’anni di pensiero politico, di riflessioni sulla politica. Che te ne fai del senso dell’atto fondativo di uno Stato. Che te ne fai di Rousseau, Tocqueville, Marx, Schmitt, Kantorowicz, Foucault, quando puoi liquidare tutto ciò in una tremenda, superficiale riflessione sui “poteri eletti dal popolo”? Non ci vuole un’enorme erudizione per sapere che la Fondazione, l’atto fondativo, l’atto creativo, è ciò che avviene fuori quello che determina. Non è un’opinione, non si tratta di punti di vista. La storia ti mostra questo. E’ forse la costituzione stata creata dalla legge? No, da costituenti, ovvero da persone nominate da nessuno che nel costituire si costituiscono come coloro che costituiscono. Si pongono fuori, pur appartenendo retroattivamente a quello che creano. E’ forse la legge creata da legislatori? No, perché questi ultimi diventano tali quando la legge già c’è. In logica è il concetto di insieme, che pur non essendo incluso, appartiene all’insieme: lo nomina ma non vi fa parte, non è una parte del tutto, è il tutto che determina le parti. 

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E’ un punto fondamentale, la realtà della fondazione di uno Stato. Una verità che andrebbe insegnata a scuola, ma che purtroppo circola solo nelle Accademie, oltretutto come una consapevolezza alquanto ovvia. In questo momento, osservando quello che succede in Egitto, abbiamo la straordinaria occasione di vedere uno Stato in fieri, o almeno che in qualche modo ricomincia da capo. Reboot si direbbe oggi. Il generale Abdel Fattah el-Sissi ha sospeso la costituzione e messo in mano alla corte costituzionale l’onere di organizzare le elezioni presidenziali. Sembra un controsenso: si dà a un gruppo di uomini destituiti del loro strumento di potere (la Costituzione) il compito di stabilire i presupposti affinché la vecchia o una nuova Costituzione possa ripartire. Eppure non si può fare altrimenti.

Non c’è da aver paura. «Ma della democrazia, quando è d’impiccio, che ne facciamo?» si domanda ancora Serra, dando un’altra coltellata alla Storia dello Stato moderno, o forse alla storia dello stato in generale. E’ forse la democrazia piovuta dal cielo? Sono state tagliate centinaia di teste per creare quell’idea di Stato a cui siamo abituati oggi, e di fronte a una rivoluzione che, diciamoci la verità, è stata un pranzo di gala, se sorge il “timore” che quello stesso Stato democratico sia a rischio, vuol dire che si sta dimenticando la storia. Non me la prendo con Serra, cerco solo di chiamare alla responsabilità etica i tanti come lui che hanno una rubrica pedagogica letta da migliaia di persone. Stiamo parlando di giornalisti che sicuramente avranno letto uno dei tanti Montesquieu e Agamben, e che poi se ne escono con tali banalità, dimenticando le loro stesse letture, le loro stesse consapevolezze.

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La conclusione di questo ragionamento non è che nell’atto fondativo di uno Stato la violenza è necessaria, ma che quando si fondano le regole, quando si stabiliscono leggi lì dove ancora non ci sono, o non ci sono più, il luogo in cui vengono fatte, le persone che le determinano, si pongono fuori da ciò che solo successivamente apparterranno, determinando ciò da cui sono in un certo senso anche determinati: lo Stato. Ne Le età del mondo, uno degli ultimi scritti di Friedrich Schelling rimasto incompiuto, il filosofo tedesco della natura e dell’arte fa un bellissimo ragionamento sul concetto di Fondamento. Quello che noi generalmente intendiamo per Fondamento, l’atto creativo che fonda il mondo, scrive Schelling, in realtà andrebbe scritto con la effe minuscola. Prima di creare, Dio ha dovuto prima dire NO al caos, a quell’indistinta forma, a quel Tutto in cui era immerso. Ha dovuto prima fondarsi come colui che fonda, e poi fondare con un immenso Big Bang tutto ciò che ci circonda. Ha dovuto compiere la scelta: fare o no il mondo. L’Egitto si trova esattamente in questo momento: sta decidendo come e quando prendere le distanze dal caos per generare il luogo nel quale la società egiziana si riconoscerà in futuro. Ed è un momento particolare, perché pur essendo fuori dalla legge, essendo come abbiamo detto ogni atto fondativo fuori-legge, ha come unico scopo quello di stabilire la Legge, la Costituzione. Questo momento è tremendamente affascinante, è quello che se lo si guarda troppo da vicino si rischia di rimanere cechi. E’ il momento in cui Antigone viene murata viva dentro la tomba del fratello Creonte: non sapremo mai cosa sta succedendo lì dentro, e cosa porterà la figlia di Edipo ad impiccarsi. Non sapremo mai tutto quello che sta succedendo ora nelle stanze del palazzo dove fino a ieri risiedeva Mohamed Morsi, e ora starebbero per confrontarsi i capi religiosi, politici e militari dell’Egitto. Sapremo cosa hanno deciso, ma non come e non tutto quello che hanno deciso. E’ il luogo contraltare di piazza Tahrir, dove tutto è in mostra, ma poco si decide, ma molto anche si determina, e che forse si muove allo stesso modo delle stanze del Palazzo, della tomba di Creonte: una moltitudine indistinta.

Nella prima foto: piazza Tahir in festa dopo la caduta del presidente Morsi (AP Photo/Amr Nabil). Nella seconda: un ritratto di Friedrich Schelling del 1848.

L’autista di Talete

L’autista di Talete

Passeggi con la testa nello smartphone e temi di sbattere contro un palo? Niente paura, l’autista di Talete ti guiderà a destinazione senza che tu debba alzare lo sguardo dallo schermo.

Il collettivo di artisti newyorkese Improve Everywhere – famoso alle cronache per aver fatto camminare all’indietro 2000 passanti a New York, congelato la Grand Central Station e aver fatto dire qualcosa di carino al megafono ai passanti – ha realizzato una delle loro più potenti performance. Fingendosi volontari, hanno assistito i tantissimi pedoni newyorkesi che passeggiano a testa bassa con la testa nel telefonino. Indossando una pettorina catarifrangente con su scritto seeing eye person, invitavano i distratti passanti ad attaccarsi ad un guinzaglio e a farsi guidare da un isolato all’altro, così da “aiutarli a messaggiare e a camminare in sicurezza”. Le ignare vittime non avrebbero dovuto far altro che continuare a fare quello che stavano facendo – scrivere un sms, controllare l’email – tanto c’erano i seeing che vedevano per loro dove mettere i piedi. Il risultato è esilarante.

Mi fa venire in mente l’aneddoto di Platone sulla servetta trace, quella in cui il primo filosofo della storia, il greco Talete, intento com’era a guardare le stelle o a ragionare su problemi metafisici, cadde in un pozzo. Una “graziosa e intelligente” serva trace che passava di lì, avendo assistito alla scena, prese in giro il filosofo osservando come egli, occupato com’era a conoscere le cose in cielo, non vedeva quello che gli stava davanti.

E’ come se con la loro performance gli artisti newyorkesi avessero voluto scongiurare il rischio per Talete di cadere nel pozzo, prendendolo per mano, anzi, ancora meglio, attaccandolo a un guinzaglio, così da farlo continuare a riflettere sui perché del mondo senza correre alcun pericolo. Questi autisti di Talete sono la stessa servetta di Mileto, con la differenza che decidono di intervenire prima del disastro. Certo, chi messaggia camminando per strada difficilmente si starà occupando di problemi filosofici, ma in entrambi i casi va incontro agli stessi pericoli, anche se morire cadendo in un pozzo mentre si osserva il moto degli astri è sicuramente più onorevole che essere investito da un’auto mentre si guarda un lolcat (giudizio inversamente proporzionale allo stato in cui versa la filosofia oggi).

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Ciò che mostrano la storiella di Platone e il collettivo artistico statunitense è che è difficile mantenere nello stesso momento entrambi i comportamenti, quello “intellettuale” e quello “manuale”: o si pensa o si agisce. Ma questo non vuol dire, checché ne dica Cartesio o il principio della catena di montaggio, che questi due atteggiamenti non facciano fondamentalmente lo stesso lavoro, solo che lo fanno in modo diverso. Su questo ci viene in aiuto un’altra storiella, questa volta tramandataci dal discepolo di Platone, Aristotele. E’ l’aneddoto dei frantoi, che ha come protagonista sempre Talete. Il filosofo di Mileto veniva criticato per lo stato di povertà in cui versava, dovuto secondo i compaesani proprio alla sua attività filosofica che non gli permetteva di guadagnare a sufficienza. Era tremendamente vero, come lo è tremendamente vero tuttora, ma Talete ne era infastidito, vedendo dietro un giudizio generico su uno stato dei fatti un’opinione morale sull’attività filosofica in sé (e anche questo, dopo quasi tremila anni, è un pregiudizio validissimo). Così, tediato da quella che era a tutti gli effetti un’accusa di fannullaggine, Talete decise di mostrare il risvolto pratico della sua attività teoretica. Sulla base di alcune osservazioni astronomiche, predisse un’abbondante raccolta di olive. Acquistò a poco prezzo, poiché fuori stagione e in uno stato di semi abbandono, tutti i frantoi di Mileto. La previsione si rivelò esatta e così, pieno di olive e con tutti i terreni della città di sua proprietà, stabilì un regime di monopolio. Il filosofo che sosteneva che l’acqua fosse il fondamento di tutte le cose dimostrò così quello che millenni dopo ha incontestabilmente fatto la scienza: studiare serve a qualcosa. E’ il paradigma scientifico che noi moderni conosciamo molto bene, tanto da averlo sovvertito: è l’osservazione diretta delle cose che ci fa “scoprire” la teoria che le spiega, basta guardare il bombolone sulla testa di Newton. 

Gli autisti di Talete di Improve Everywhere scongiurano così il rischio di cadere nel pozzo. Ma il risvolto è ironico, visto che quando siamo assorti nel nostro smartphone difficilmente ci staremmo occupando di problemi filosofici, ma neanche staremmo impastando il pane, piuttosto siamo intenti a guardare in street view la strada su cui stiamo camminando.

Ormai soltanto un web ci può salvare

Hai voglia ‘a parlà de internet. Internet, la cosa. “L’ha detto internet”. Ah, già, mo si dice er web. “L’ha detto il web”. “L’ha detto la tv!”, vi ricordate quando lo dicevano i nostri genitori? noi già sorridevamo. “Il web è diverso” diciamo noi. E c’è già chi sorride.

E’ l’uso cacchiarolina. E’ l’uso. E’ sempre l’uso. Una piazza è bona per far passare un buon pomeriggio ai vecchietti, un comizio, una biretta cogli amici, oppure – attenzione a’ sottile metafora – per fare il concerto del primo Maggio come per non farlo fare, magari protestando di brutto. L’importante è che in ogni caso non stiamo parlando di pranzi di gala.

La verità è che, parafrasando Popper, il web è una cattiva maestra quando la usiamo senza patente, perché per usare cose così potenti ci vuole un permesso, bast’anche quello della propria coscienza.

La potenza è nulla senza l’uso.

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Il web è uno strumento come un altro. Niente di più. E il suo uso è quello di sempre, quello che si fa con gli strumenti. Potrebbe essere la ruota, il carattere mobile, la lampadina, ma in ogni caso stiamo calmi. Mica quando è stata inventata la lampadina siamo entrati in un’altra dimensione. E’ cambiato tutto, ma il resto è comunque continuato ad andare come sempre. Imperturbato.

E’ l’uso, è sempre l’uso. Il web è un carattere nobile. Il suo uso appropriato, efficace, sano, etico, è un lusso. E’ roba per pochi eletti. Pochi eletti che possono essere tanti, ma in ogni caso non possono essere tutti. Tutti non esiste, se non tutti-quelli-che, perché non tutti hanno sempre qualcosa da dire. Quello di Warhol non era un auspicio. 

Vedi. Di nuovo. E’ sempre l’uso, il che che ne fa anche una questione di coscienza. I neuroni cambiano, davvero la vita digitale ti cambia il cervello, ma questo non significa che sei più intelligente. E’ come pretendere che un nuovo piano del traffico possa rivoluzionare a tal punto la circolazione da trasmutare le auto. No, è solo un nuovo pattern, abitudini che cambiano, da qui a una nuova umanità il volo pindarico da fare è enorme. 

La relazione tra te e il tuo smartphone non è transitiva: è il telefono ad essere intelligente, non tu.

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E’ il messianismo che rovina tutto. Trolla le coscienze. Il web potrebbe essere pure la Bastiglia, il superuomo, la connessione istantanea di tutti i peli del proprio corpo con i peli del corpo di tutti, ma in ogni caso non ci salverà. Cacchiarola, abbiamo già una chiesa soteriologica che va fortissimo, con quasi duemila anni di esperienza, sarebbe un po’ presuntuosetto mettersi ad adulare uno schermo, che tra l’altro ha interrotto il mio bellissimo rapporto con il giornalaio sotto casa.

E’ solo uno strumento, cristo. Scusate la bestemmia, ma ci sta proprio bene, perché la confusione gioca proprio tra iPad e Gesù Cristo. Ci piace tanto definirci postmoderni – che è un po’ come chiamare postantico il Medioevo – e poi cadiamo su una cosa così vecchia come la pubblicità.

Il web è una pietra litica. Bellissima, determinante, rivoluzionaria pietra litica. Ma pur sempre una pietra.

Bisogna sentirsi privilegiati nell’usare certe cose. Se il web fosse davvero uno strumento tipo l’aratro, la penicillina, l’aeroplano, allora la prima cosa da fare, per usarlo bene, sarebbe capire a cosa serve, altrimenti sarebbe solo un spreco di elettricità a beneficio del Mercato. Il web bisogna conoscerlo, smontarlo, spezzarlo, giammai adularlo, finiresti per postare deiezione su facebook.

Non ne faccio una questione illuministica, si può adulare anche la Ragione. Ne faccio una questione d’amore. Nell’adulazione si subisce la bellezza di chi si adula, finendo per credere di essere al cospetto di un dio. Crea distanze, dando l’illusione di un web dotato di vita propria. Invece bisogna amarla questa mirabile invenzione, farci l’amore. Ovvero la consapevolezza di una relazione di cui siamo responsabili.

E’ tutta colpa della signora Rinascente

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La retorica dell’emergenza è talmente radicata a Napoli da costituire la sua stessa identità. E’ una vera piaga, molto più grave della camorra e della spazzatura perché strozza ogni tentativo di cambiamento. Il meccanismo viene alla luce ogni volta che succede qualcosa, qualunque cosa. Ieri è stato il giorno delle catastrofi che non vengono mai da sole e in meno di ventiquattr’ore sono venuti giù l’angolo di un palazzo e il più importante polo culturalscientifico della città. E così la retorica dell’emergenza è esplosa in tutto il suo splendore.

E’ esplosa nel posto che oggi più di tutti raccoglie gli umori delle persone: i social network. Si sa quanto valgono gli umori, quanto quelli di un bar sport: lì non si va per cambiare le cose, soltanto per prendersi un caffé. Ma non per questo il bar, la bacheca, il commento, resta un posto dove gli umori restano, e covano. Leggendo i feeds delle ultime ore da parte dei miei concittadini che commentano questi ultimi due eventi, emergono i tratti in comune del napoletano amareggiato che tende a ridurre tutto alla terribile retorica dell’emergenza. “Maledetti”, “La colpa è di noi che restiamo fermi”, “Che il Comune si prenda le sue responsabilità”. Il perito non è stato neanche telefonato ma i napoletani sanno già quali sono le cause. E’ l’ineliminabile piove governo ladro, l’immancabile generalizzazione verso ogni causa di quello che viene semplicemente chiamato “male”.

Non può essere ogni volta un’emergenza, altrimenti è l’emergenza stessa che smette di avere senso. E’ un meccanismo micidiale, soprattutto perché, trattandosi di retorica, ci cadono tutti, anche chi vuol dire qualcosa in buona fede. Purtroppo questa città è già stata divorata dal lupo, da un bel pezzo, anzi, è la città dove i lupi possono venire, perché verranno sempre accolti come agnelli. Napoli è forse l’unica città d’Italia dove nel 2013 valgono ancora gli slogan del dopoguerra. Annunci epici come “Rialzati!”, “Liberiamola!”, “Rinasci”, “Scacciamo il Male”. Se vuoi essere eletto sindaco, vieni armato di queste parole e anche tu una possibilità potrai averla, giacché verrai prima guardato con diffidenza, poi la gente inizierà ad entusiasmarsi. Il risultato paradossale è di trovarsi circondati da tanti “al lupo!”, senza accorgersi che il lupo non è mai esistito.

Piove, sale un nuovo sindaco, c’è un convegno internazionale, un cane si gratta, vinciamo lo scudetto, il concerto di capodanno, un palazzo crolla, un edificio brucia. L’evento può avere una qualunque natura, qualunque origine, non importa, la reazione è sempre la stessa, viene sempre chiamata in causa la città tutta intera. Ogni volta viene scomodata questa entita che non esiste, la città, svuotando anche il contenuto del suo concetto. C’è Delusione, Rabbia, Aspettative, Speranze, Gloria, Onore, Rispetto. Ma sopratutto, più di tutte, Rinascita e Inferno, i due temi su cui è sempre stata orientata la campagna elettorale del Sindaco di Napoli.

Nel centro una facciata di un palazzo è crollata, molto probabilmente a causa della cattiva manutenzione dell’edificio e della terribile lentezza nei lavori di stabilizzazione. Nello stesso giorno Città della Scienza è sparita tra le fiamme. E’ ancora presto per scoprire le cause, ma il sospetto è caduto comunque sulla signora Rinascente

 

La Gloria dei media

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Se i media sono così importanti nelle democrazie moderne, ciò non è, infatti, perché essi permettono il controllo e il governo dell’opinione pubblica, ma anche e soprattutto perché amministrano e dispensano la Gloria, quell’aspetto acclamativo e dossologico del potere che nella modernità sembrava scomparso. La società dello spettacolo – se chiamiamo con questo nome le democrazie contemporanee – è, da questo punto di vista, una società in cui il potere nel suo aspetto «glorioso» diventa indiscernibile dall’oikonomia [economia] e dal governo. Aver identificato integralmente Gloria e oikonomia nella forma acclamatoria del consenso è, anzi, la prestazione specifica delle democrazie contemporanee e del loro government by consent, il cui paradigma originale non è scritto nel greco di Tucidide, ma nell’arido latino dei trattati medievali e barocchi sul governo divino nel mondo.

Giorgio Agamben, Il Regno e la Gloria, Bollati Boringhieri, Torino 2009, pp. 10-11. 

Nelle dimissioni del Papa l’alterazione del concetto di tempo

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Il tempo, checchenedica Einstein, è una di quelle poche cose perfettamente prevedibili. Mi riferisco alla freccia, simbolo per antonomasia del tempo. Essa va avanti ma mai indietro, né più veloce né più lenta. E’ inalterabile. A meno che, come immagina Stephen Hawking, l’universo non inizi a contrarsi, e inizieremmo allora a vedere caduti erano dove da tavolo sul tornare per ricompongono si che bicchieri (leggetela al contrario). Ma in entrambi i casi, che la freccia vada in avanti o indietro, che la frase scritta poc’anzi abbia senso o meno, si tratta sempre di qualcosa di inesorabile, e per questo perfettamente prevedibile. In pratica il tempo non si ferma e non rallenta, checchenedicano gli artisti. Per esempio, se ora sono le 15.42 dell’11 febbraio 2013, posso dire con estrema certezza che tra 24 ore esatte saranno le 15.42 del 12 febbraio 2013. Ancora di più: tra 2556 giorni sarà il 13 febbraio 2017. Il tempo mette al centro non tanto i numeri, dominio della matematica, quanto l’ineluttabilità. Come la morte. Heidegger, l’ultimo filosofo di cui abbiamo notizia, dava così tanta importanza al tempo da farci un’ontologia, legandolo al concetto stesso di essere.

Benedetto XVI si dimetterà, o meglio, per essere più precisi, visto che siamo di fronte ad una carica d’altri tempi, abdicherà diventando non solo uno dei papi più vecchi ma anche tra i meno longevi della storia (tranquilli, Papa Urbano VII resta imbattibile). Dice che è troppo vecchio…si certo, troppo vecchio. A chi la dai a bere vecchio (senza offesa per Sua Magnificenza, è stesso lui ad aver appena detto che è vecchio)! Mi domando, ragionando come prima sul tempo, possibile che solo lui non sapeva che quando il 19 aprile 2005 fu eletto oggi avrebbe avuto 85 anni? Se davvero non aveva idea di quanti anni avrebbe avuto oggi, ci sarà sicuramente qualcuno pagato a suon di rosari che glielo ricordi.

Allora due sono le cose: o nel Vaticano il tempo è tutta un’altra cosa da quel concetto di freccia al quale tutto l’universo è legato -magari proprio quel tempo messianico di Cristo che annunciava duemila anni fa e un po’ frettolosamente l’imminenza del Regno di Dio sulla terra – oppure i motivi di questa lecita rinuncia sono bel altri. Certo, fu proprio un Papa a mettere mano al calendario che usiamo tutti quanti, ma da qui ad alterare il concetto di tempo ce ne vuole. I motivi in realtà sono strettamente politici. Non nel senso dispregiativo che si usa oggi, ma in quello etimologico che si usava un tempo: una ragione interna, legata alle dinamiche interne di Città del Vaticano. Presto si sapranno i motivi dietro questa scelta di Benedetto XVI, quando però non è possibile stabilirlo (è il tempo ad essere calcolabile, non gli eventi). Per ora, in ottemperanza alla volontà di Dio, l’abdicazione resta imperscrutabile.