Cat Power, Cherokee
Mac DeMarco, Baby’s wearing blue jeans

La Gloria dei media
Se i media sono così importanti nelle democrazie moderne, ciò non è, infatti, perché essi permettono il controllo e il governo dell’opinione pubblica, ma anche e soprattutto perché amministrano e dispensano la Gloria, quell’aspetto acclamativo e dossologico del potere che nella modernità sembrava scomparso. La società dello spettacolo – se chiamiamo con questo nome le democrazie contemporanee – è, da questo punto di vista, una società in cui il potere nel suo aspetto «glorioso» diventa indiscernibile dall’oikonomia [economia] e dal governo. Aver identificato integralmente Gloria e oikonomia nella forma acclamatoria del consenso è, anzi, la prestazione specifica delle democrazie contemporanee e del loro government by consent, il cui paradigma originale non è scritto nel greco di Tucidide, ma nell’arido latino dei trattati medievali e barocchi sul governo divino nel mondo.
Giorgio Agamben, Il Regno e la Gloria, Bollati Boringhieri, Torino 2009, pp. 10-11.
Twin Shadow, Five seconds
La democrazia rotta
Il principio democratico della divisione dei poteri è oggi venuto meno. Il potere esecutivo ha di fatto assorbito, almeno in parte, il potere legislativo. Il parlamento non è più l’organo sovrano cui spetta il potere esclusivo di obbligare i cittadini attraverso la legge: esso si limita a ratificare i decreti emanati dal potere esecutivo. In senso tecnico, la Repubblica non è più parlamentare, ma governamentale. Ed è significativo che una simile trasformazione dell’assetto costituzionale oggi in corso in misura diversa in tutte le democrazie occidentali, benché sia perfettamente nota ai giuristi e ai politici, rimanga del tutto inosservata da parte dei cittadini. Proprio nel momento in cui vorrebbe dar lezioni di democrazia a culture e tradizioni diverse, la cultura politica dell’Occidente non si rende conto di averne del tutto smarrito il canone.
Giorgio Agamben, Stato di eccezione, Bollati Borighieri, Torino 2003, p. 28.
La tecnica rotta

Tra il 1924 e il 1926, il filosofo Sohn-Rethel abitava a Napoli. Osservando il contegno dei pescatori alle prese con le loro barchette a motore e degli automobilisti che cercavano di far partire le loro vecchissime vetture, egli formulò una teoria della tecnica che definì scherzosamente “filosofia del rotto”. Secondo Sohn-Rethel, per un napoletano le cose cominciano a funzionare soltanto quando sono inadoperabili. Ciò vuol dire che egli comincia a usare veramente gli oggetti tecnici solo dal momento in cui essi non funzionano più; le cose intatte, che funzionano bene per conto loro, lo indispettiscono e gli sono invise. E, tuttavia, ficcando un pezzo di legno nel punto giusto o assestando loro un colpo al momento opportuno, egli riesce a far funzionare il dispositivo secondo i suoi desideri. Questo comportamento, commenta il filosofo, contiene un paradigma più alto di quello corrente: la vera tecnica comincia non appena l’uomo è capace di opporsi all’automatismo cieco e ostile delle macchine e impara a spostarle in territori e usi imprevisti, come quel ragazzo che in una via di Capri aveva trasformato un motorino da motocicletta rotta in una apparecchio per montare la panna.
Giorgio Agamben, Nudità, Nottetempo, Roma 2010, pp. 140-141.
Nelle dimissioni del Papa l’alterazione del concetto di tempo

Il tempo, checchenedica Einstein, è una di quelle poche cose perfettamente prevedibili. Mi riferisco alla freccia, simbolo per antonomasia del tempo. Essa va avanti ma mai indietro, né più veloce né più lenta. E’ inalterabile. A meno che, come immagina Stephen Hawking, l’universo non inizi a contrarsi, e inizieremmo allora a vedere caduti erano dove da tavolo sul tornare per ricompongono si che bicchieri (leggetela al contrario). Ma in entrambi i casi, che la freccia vada in avanti o indietro, che la frase scritta poc’anzi abbia senso o meno, si tratta sempre di qualcosa di inesorabile, e per questo perfettamente prevedibile. In pratica il tempo non si ferma e non rallenta, checchenedicano gli artisti. Per esempio, se ora sono le 15.42 dell’11 febbraio 2013, posso dire con estrema certezza che tra 24 ore esatte saranno le 15.42 del 12 febbraio 2013. Ancora di più: tra 2556 giorni sarà il 13 febbraio 2017. Il tempo mette al centro non tanto i numeri, dominio della matematica, quanto l’ineluttabilità. Come la morte. Heidegger, l’ultimo filosofo di cui abbiamo notizia, dava così tanta importanza al tempo da farci un’ontologia, legandolo al concetto stesso di essere.
Benedetto XVI si dimetterà, o meglio, per essere più precisi, visto che siamo di fronte ad una carica d’altri tempi, abdicherà diventando non solo uno dei papi più vecchi ma anche tra i meno longevi della storia (tranquilli, Papa Urbano VII resta imbattibile). Dice che è troppo vecchio…si certo, troppo vecchio. A chi la dai a bere vecchio (senza offesa per Sua Magnificenza, è stesso lui ad aver appena detto che è vecchio)! Mi domando, ragionando come prima sul tempo, possibile che solo lui non sapeva che quando il 19 aprile 2005 fu eletto oggi avrebbe avuto 85 anni? Se davvero non aveva idea di quanti anni avrebbe avuto oggi, ci sarà sicuramente qualcuno pagato a suon di rosari che glielo ricordi.
Allora due sono le cose: o nel Vaticano il tempo è tutta un’altra cosa da quel concetto di freccia al quale tutto l’universo è legato -magari proprio quel tempo messianico di Cristo che annunciava duemila anni fa e un po’ frettolosamente l’imminenza del Regno di Dio sulla terra – oppure i motivi di questa lecita rinuncia sono bel altri. Certo, fu proprio un Papa a mettere mano al calendario che usiamo tutti quanti, ma da qui ad alterare il concetto di tempo ce ne vuole. I motivi in realtà sono strettamente politici. Non nel senso dispregiativo che si usa oggi, ma in quello etimologico che si usava un tempo: una ragione interna, legata alle dinamiche interne di Città del Vaticano. Presto si sapranno i motivi dietro questa scelta di Benedetto XVI, quando però non è possibile stabilirlo (è il tempo ad essere calcolabile, non gli eventi). Per ora, in ottemperanza alla volontà di Dio, l’abdicazione resta imperscrutabile.
Scoreggie musicali
Alcuni imitano i versi degli uccelli, degli animali e le voci degli altri uomini che non è possibile non esserne ingannati; altri, poi, emettono dall’ano a loro piacimento e senza alcun cattivo odore così tanti e così vari suoni, che sembrano quasi cantare con quella parte del corpo



