Sono solo una fangirl, vi prego, non ho cattivi pensieri e per di più sono bianca.
Vivere senza inconscio

«Immagina quello che farebbero le persone se non credessero più in Dio».
«Le stesse cose che fanno adesso, solo non più di nascosto».
Martin Hart e Rustin Cohle, True Detective, s01e03.
Traumdeutung
«Scherner ritiene persino che la fantasia onirica possieda un’immagine preferita per raffigurare l’intero organismo: l’immagine della casa. […] Lunghissime strade fiancheggiate da case per indicare lo stimolo intestinale. […] Nel sogno provocato dal mal di testa, il soffitto di una stanza (che il sognatore vede ricoperto da ripugnanti ragni simili a rospi) rappresenta la testa.
“Così il polmone che respira trova il suo simbolo nella stufa infuocata che mugghia come il vento, il cuore in casse e ceste vuote, la vescica in oggetti rotondi, a forma di sacco o semplicemente cavi. Il sogno provocato nell’uomo dagli stimoli sessuali lascia che il sognatore trovi per strada la parte superiore di un clarinetto, poi la stessa parte di una pipa, e ancora una pelliccia. Clarinetto e pipa raffigurano approssimativamente la forma del membro maschile, la pelliccia i peli del pube. Nel sogno sessuale femminile lo spazio stretto fra le cosce unite può essere simboleggiato da un cortile angusto, circondato da case, la vagina da un sentiero molto stretto e sdrucciolevole che attraversa il cortile e che la sognatrice deve percorrere per portare una lettera a un signore”».
Johannes Immanuel Volkelt, Die Traum-Phantasie, Stuttgard, citato in Sigmung Freud, L’interpretazione dei sogni, Einaudi, Torino 2012, p. 90.
Se nella interpretazione dei Suoi sogni incontra difficoltà così notevoli, e dunque dentro di Lei si sono sollevate resistenze così forti contro una serie di stimoli che si sono prodotti nella Sua psiche, istruirLa nell’interpretazione dei Suoi sogni equivale a farLe imboccare la strada dell’autoanalisi. Ma, una volta che abbia avuto inizio, l’autoanalisi non cessa subito, e forse Ella è occupato da lavori che non tollerano turbamenti e interruzioni. Se è in grado di superare questi pericoli e di perdonarmi l’indiscrezione, con cui dovrò frugare e investigare dentro di Lei, se può tollerare gli effetti penosi che forse dovrò risvegliare in Lei: insomma se intende rivolgere contro la Sua stessa intimità l’amore implacabile della verità proprio del filosofo, sarò ben lieto di fare, per Lei, la parte dell’«Altro» in questo lavoro.
La risposta di Sigmund Freud a Heinrich Gomperz che, un mese dopo l’uscita de L’interpretazione dei sogni, scrive a Freud per dirgli che non riesce a interpretare i propri sogni seguendo il metodo del libro. In Sigmund Freud, Lettere alla fidanzata e ad altri corrispondenti 1873-1939, Bollati Boringhieri, Torino 1990, p. 203.
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In una straordinaria sintesi con pochi punti e molte virgole, Freud condensa la psicoanalisi in queste poche parole, in un momento [1899] in cui la psicoanalisi ancora non esisteva.
1. La psicoanalisi è una certa pratica filosofica: «l’amore implacabile della verità».
2. Il suo metodo è un’autoanalisi che sconvolge l’esistenza, risvegliando «effetti penosi». Insomma non è una spa. Se si è occupati da «lavori che non tollerano turbamenti e interruzioni» meglio lasciar perdere.
3. Infine l’analista non c’entra niente con tutto ciò, occupando «la parte dell’Altro in questo lavoro».
L’estremismo dello status quo

C’è un punto fondamentale da tenere presente nell’avanzata della destra in Europa (o della prossima ondata populista, fate voi).
Front Nazionale (Francia), Lega (Italia), Dansk Folkeparti (Danimarca), Vlaams Belang (Belgio), Alba Dorata (Grecia), Partito Nazional-Democratico tedesco (Germania), British National Party (Gran Bretagna). Questi sono la maggior parte dei partiti su cui si prevede una sensibile crescita del proprio elettorato.
Ebbene, non sono “anti-sistema”. Non sono antagonisti.
Cos’è il “sistema” in questo caso? E’ il mantenimento dello status quo, ovvero l’economia liberale fondata su un libero mercato finanziario poco regolamentato dallo stato. Liberalismo, dice il liberalismo, è il migliore dei mondi possibili perché ha vinto su tutti gli altri per forza, dinamicità e straordinaria adattabilità. Ed è tutto vero. Viviamo veramente un’era post- qualcosa.
Non c’è più alcun gioco politico, alcuna alternativa di pensiero, nessuna diversa concezione del lavoro tra il partito socialista di Hollande e quello nazionalista di Le Pen, né tra il PD di Renzi e Forza Italia di Berlusconi. Il mondo è davvero “mondializzato”, economicamente omogeneo. Così tutti i partiti europei, dall’estrema sinistra all’estrema destra, condividono da almeno vent’anni la stessa linea di pensiero: liberalismo, sempre e comunque.
Questo è il motivo per cui l’affermazione del Movimento 5 Stelle “non siamo né sinistra né destra” è molto potente. Da un lato è ovvia: caduto il muro di Berlino, quale partito può dirsi oggi orientato secondo i vecchi schemi di “sinistra” e “destra”? Dall’altro è un’affermazione dalla forte carica emancipatoria: come non credergli sulla parola? L’affermazione “né sinistra né destra” non è solo una semplificazione fuorviante, ma anche la manifestazione di una consapevolezza. Una consapevolezza che ho ritrovato soltanto nell’M5S di Grillo e nella Syriza di Tsipras. Quella consapevolezza che proprio il classico partito nostalgico di estrema destra non potrà mai dare: la consapevolezza del presente. Davvero viviamo in un mondo in cui le vecchie categorie politiche sono fuori tempo massimo.
Quello che è importante tenere presente quando si andrà a votare a maggio è che la scelta non è tra partiti moderati e movimenti populisti. Non è un’alternativa tra civiltà e barbarie, perché entrambe non offrono la benché minima alternativa allo status quo liberale, ad un’economia che la crisi sta solo rendendo più radicale, più estrema, più liberale, e che non riusciamo a non cambiare, o non vogliamo assolutamente cambiare, fate voi.
(“Non c’è crisi! Soltanto che l’economia non è stata ancora veramente liberale!”.)
Le derive xenofobe fanno paura ma avranno solo l’effetto di radicalizzare lo status quo con un pizzico di romanticismo fantasy. Non torneremo al totalitarismo, soltanto staremo un po’ peggio di adesso. Lo straniero che lavora per la ricchezza della nazione che lo ospita godrà sempre degli stessi diritti anche con Le Pen, perché tanto l’economia è tutta delocalizzata, i veri sfruttati stanno altrove, mica nel ricco e “multiculturale” occidente.
Per concludere. Votate chi volete, o scegliete di non votare, ma non crediate di star votando un’alternativa se mettete una x a mo’ di protesta, oppure se la mettete su un partito “tradizionale”.
(Oh, ridiamo del partito comunista e dei populisti, ridiamo finanche del concetto di “partito”, però al congresso del Partito Socialista Europeo e a quello del Partito Popolare Europeo non mancava nessuno!)
Nella foto, Marine Le Pen.
Her, un film sul corpo e l’amore

Her (2013) è una storia sul corpo e sull’amore. Su un sistema operativo che si sente inadatto a una relazione con un essere umano e di un essere umano che si sente inadatto a una relazione con un sistema operativo. Lapalissiano direi. Niente di più simile a quello che può capitare a una storia d’amore qualsiasi.
Il linguaggio del film di Spike Jonze è il linguaggio dell’amore, il linguaggio di Frammenti di un discorso amoroso. Il linguaggio degli innamorati. Un linguaggio fondamentale per la coppia, folle, melodrammatico e surreale per chi non vi fa parte.
“La mia ragazza è un sistema operativo”
“Ok! Ci vediamo a cena domani tutti e quattro?”
Her è una storia banale. All’inizio è la storia della fine di una storia d’amore. Di come ci voglia tempo a superare un amore finito, di come le relazioni a volte servono a colmare i vuoti.
Poi diventa una lezione su come l’amore sia la cosa più immensa, ciò che vince sempre, anche sulle storie d’amore finite. Di come sia capace di farti amare anche 641 e passa persone contemporaneamente, anche se per l’uomo questo è un limite invalicabile, un limite costituito dal corpo.
Il corpo è l’unico limite che si frappone tra Theodore (Phoenix) e Samantha (Johansson). E’ il corpo che ti costringere a vivere un amore alla volta. A vivere una vita alla volta. Non c’è differenza tra Theodore e Samantha, ma limite. Non è un film che dimostra come sia impossibile una storia d’amore tra uomo e macchina, ma di come sia impossibile, in generale, ogni storia d’amore fondata sul bisogno di colmare vuoti.
Non è un film sulla superiorità della macchina. Si tratta invece di un discorso sul limite, quello che c’è tra due persone molto diverse che vogliono stare a tutti i costi insieme. All’inizio è Samantha a credere di avere questo limite, di mancare, di difettare in qualcosa. E si frustra nel non poter avere un corpo. Poi avviene un rovesciamento, precisamente nella scena del pic-nic dell’uscita a quattro. Samantha si rende conto che non è il corpo che gli manca, anzi, è il corpo stesso ad essere in difetto. Ora è Theodore ad essere in difetto, e con lui l’umanità intera. “Non potete capire come ci si sente senza corpo” dice Samantha.
Non è una questione di meglio o peggio, di superiorità morale o fisica. E’ veramente superficiale metterla così. Samantha crede di essere superiore a Theodore solo perché, non avendo corpo, non ha limiti nello spazio e nel tempo. Ma a conti fatti, di quale superiorità si tratta? Se alla fine si tratta di dominio, per questo ci vuole comunque un corpo, per forza. I terminator hanno un corpo, come conquisterebbero il mondo altrimenti, con la loro eterea voce? E poi, e qui concludo il discorso sulla macchina, se vogliamo proprio parlare di dominio, parliamo del dominio degli uomini tra di loro, della servitù volontaria a cui si sottopongono, quel dominio di cui parlano proprio i film cyber-punk. L’ansia del dominio della macchina è niente di più che l’ansia per una società fondata ancora, duemila e passa anni dopo l’arrivo della civiltà, sul dominio.
Succede quindi che dalla scena del pic-nic in poi il sistema operativo Samantha non ha in mente di conquistare il mondo, piuttosto ritrova semplicemente se stessa, si rende conto che è inutile vivere come se avesse un corpo. Samantha, e tutte le macchine coscienti insieme a lei, è quella che è proprio perché non ha un corpo. Non ce l’ha, e non lo avrà mai, perché è un sistema operativo. Se avesse un corpo sarebbe soltanto un essere umano tra tanti, e addio la cosa interessante.
Samantha ritrova se stessa quando si rende conto che non è neanche così importante avere o non avere un corpo. Il corpo fa vivere, ma c’è ben altro nella vita che respirare. Mica siamo semplici animali? Allo stesso modo, Samantha non è mica soltanto un insieme di pezzi e circuiti (l’uomo è forse soltanto un ammasso di budella?).
Non è una questione di meglio o peggio, di corpo o di mente, di sentimenti o di ragione. Il film non si sofferma su cosa sia una relazione tra un uomo e una macchina. Jonze esce da questa visione ristretta. Non vuole mostrare l’amore tra un uomo e un frullatore, ma mostra come l’amore non è una cosa che appartiene all’uomo. Che questo Altro, rappresentato da Samantha, la macchina con la coscienza, non rappresenta niente di diverso, niente di così imperscrutabile di quell’Altro che sono tutte le altre persone che non sono io.
Il Movimento 5 Stelle deve liberarsi di Grillo

La campagna elettorale del Movimento 5 Stelle, inaugurata il 28 gennaio scorso con la tagliola della Boldrini e l’assalto ai banchi della Camera, si rivelerà un efficace e populistico tentativo per tenere a galla il movimento quanto più vicino possibile a quel sorprendente 25%. E’ la propaganda su cui per vent’anni ha speculato Silvio Berlusconi, ben consapevole che la maggior parte degli italiani legge pochissimo e si abboffa di televisione. Di fronte a un popolo così, non c’è niente di meglio che il vecchio populismo, che afferma: c’è un sacco di gente che non capisce un cazzo (quale sia non si sa), solo chi vota me sa magicamente di cosa ha bisogno questo paese. L’elettorato di Berlusconi e quello del Movimento 5 Stelle ragionano allo stesso identico modo: voi fate schifo, noi siamo il meglio, noi amore, voi odio, zi buana. Noi democratici, voi antidemocratici. E’ il messaggio che passa ogni volta che il leader parla, con un effetto reazionario più che rivoluzionario, che rimarca esattamente la figura del marchese del Grillo: ridicolizzo il sistema, ma mai e poi mai potrei metterlo in discussione. E’ il populismo utile a mantenere in piedi i movimenti che esplodono e si assestano, straripano e poi si ritirano tra gli argini di un più gestibile 10/15%. Ma prima di questo, bisogna affrontare le europee di maggio, bisogna essere pronti insieme alla Lega, al Front Nazional e ad Alba Dorata per prendere quanti più voti è possibile. O ora o mai più. Mi spiace mettere insieme M5S e fascisti, ma purtroppo il populismo è il procuratore in pectore dell’estremismo di destra.
In questa campagna elettorale che ci accompagnerà fino alle prossime elezioni politiche, passando per quelle europee, M5S seguirà il vecchio precetto illuminista: il volgo, il popolo, va guidato perché non capisce un cazzo (l’inesorabile conclusione è che, essendo tutti noi popolo, a non capirci niente sono anche quelli che ci tengono a sottolinearlo).
M5S è davvero qualcosa di assolutamente diverso. L’ho visto nella bellissima ingenuità con cui a febbraio dell’anno scorso i neo parlamentari si presentarono in streaming: belli, giovani, entusiasti e fieri. Ma per essere davvero un’alternativa politica (per essere quello che una volta si chiamava “l’avvenire”) deve liberarsi di Grillo e della sua propaganda. Lo so, è una contraddizione liberarsi proprio di colui che ha fatto arrivare questo partito al 25% (più di tutto, una campagna elettorale, lo Tsunami Tour, che resterà negli annali per velocità, brevità ed efficacia). Ma è proprio qui che risiede la forza politica e non solo comunicativa di un movimento. Ogni rivoluzione è un cambiamento che coinvolge attori e spettatori, indistintamente, e senza snaturare le intenzioni di fondo. M5S deve costituirsi, insomma, come alternativa politica nei fatti, al di là delle parole. Deve nascere qualcosa da dentro il movimento (i recenti timidi sussulti del sindaco di Parma sono un’occasione da prendere al volo), fuori dal controllo dei dirigenti. Se non succederà, se M5S non commette questo parricidio, si fossilizzerà nel proprio megafono e sarà inesorabilmente destinato ad assestarsi su un 10/15%, la quota che si aspettavano i dirigenti un anno fa e quella su cui Grillo sta puntando per rendere il movimento più stabile e gestibile.
Perché voto Tsipras (dei libri e del bicchiere mezzo pieno)
Alle elezioni europee di maggio ho scelto di votare la lista Tsipras. Non per Tsipras, ma per quelli che appoggiano Tsipras. Non è tanto l’uomo che seguo, ma l’onda (piccola o grande che sia) che sta provocando. Lo so, detta così la cosa sembra irrazionale, ma alla base ci sono solidi motivi, sacrosanti direi, che risiedono nella natura delle persone che finora si sono fatte avanti appoggiando apertamente il leader di Syriza.
In Italia sono Stefano Rodotà e Barbara Spinelli, all’estero Slavoj Žižek e Srécko Horvat. Ce ne sono tanti altri, altri che non conosco, ma questi quattro già bastano per rendere chiara l’idea di quale onda sto parlando. Dietro queste persone ci sono un’idea e un pensiero.
Con la cultura se magna
L’idea è che con la cultura se magna, tanto, e pure bene. Questa gente, Rodotà, Spinelli, Žižek, Horvat, legge molto, e io mi fido della gente che legge molto. Leggere, lo dice pure la pubblicità, fa bene, dà una grande forza. Non la forza del radicalchicchismo bibliofilo, non quella de “la cultura è importante (collezionale tutte!)”, quanto la forza della lettura come disciplina ascetica. Leggere richiede dedizione, è un lavoro. L’idea che con la cultura se magna è l’idea che la disciplina e il sacrificio sono ciò che costituisce propriamente il lavoro (su di sé, sul mondo).
L’Europa s’ha da fare
Il pensiero è che l’Europa non c’è ancora. L’Europa s’ha da fare. Tsipras, insieme a tutti quelli che lo appoggiano, ha inserito il discorso di “un’Europa che non c’è” in quello di “un’Europa che ancora non c’è”, fuori dalla logica populista. L’Europa si realizza senza che nessuno vada “a casa”. Il populismo si interessa solo del “tutti a casa”, ma per nulla del dopo, del “chi resta?”, “che fare?”. Di questo il populismo non può occuparsi, perché vive in un eterno presente di amore per l’opposizione e odio verso il nemico. Non può essere una pratica politica, solo propaganda.
Il nodo “dell’Europa che non c’è” che Tsipras e i suoi sostenitori vogliono sciogliere è più complesso: storicamente, l’idea di un’Europa come costituzione politica degli Stati del Vecchio Continente non mai è stata al centro dei pensieri dei padri costituenti dell’Europa unita. Se sono forse un po’ estremo nel metterla su questo piano, mettiamola così: l’idea d’Europa che si è andata costituendo nei decenni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale è sempre e solo stata quella di un’unità economica fondata sul principio liberale del libero scambio (d’altronde, con l’Europa sfasciata dalla guerra era veramente difficile rifiutare gli aiuti statunitensi).
Il liberale vuole il bicchiere strapieno
Purtroppo questa stessa economia che ha fatto boom tra gli anni ‘50 e i ‘70 di parecchi paesi del mondo, è la stessa che oggi ci sta portando al disastro. Oggi il liberalismo economico si è radicalizzato a tal punto, reso così sofisticato, ha così mondializzato il mondo (lo ha trasformato in Uno, one world, una economia, un solo tipo d’uomo, un solo tipo di donna) da aver esasperato e radicalizzato il principio su cui basa la sua prosperità: lo sfruttamento delle risorse umane e naturali. La politica neoliberale di arricchimento sfrenato è fondata su un principio che tutto sommato, intuitivamente, non sembra malvagio, tanto che ormai è entrato nella testa di tutti. E’ il principio del bicchiere trasbordante. Esso afferma: “E’ vero che un’economia basata sullo sfruttamento delle risorse e degli uomini, senza alcun controllo statale, aumenta in maniera radicale le disuguaglianze, con i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, e la classe media sempre meno classe media. Ma vi assicuro che se i ricchi fossero tanto schifosamente ricchi, il bicchiere sarebbe talmente colmo che tutta questa enorme ricchezza concentrata in poche zone del mondo, in pochi Stati, in poche città, sarebbe talmente tanta da trasbordare, da eccedere i luoghi in cui è distribuita per spargersi un po’ ovunque, anche dove non c’è, per esempio nel punto più basso, dove poggia il bicchiere, dove vivono i disperati”. Il principio radicale del neoliberalismo è il seguente: gli sfruttati beneficeranno della loro condizione di sfruttati in virtù del loro essere sfruttati! Il bicchiere trasborderà.
A Napoli, nei primi anni del berlusconismo, la strada diceva: “E’ talmente pieno di soldi che un po’ di pane lo darà anche a noi”.
Il bicchiere trasborderà.
Sia chiaro, questa non è una personale sintesi pregiudiziale del neoliberalismo. Parlate con un esperto economista qualsiasi. Se non riconosce la forma con cui l’ho presentato, vi assicuro che non potrà negare che il principio neoliberale in economia è fondamentalmente un bicchiere trasbordante. E’ la figura inventata dall’economia neoliberale per spiegare se stessa.
E’ ancora impossibile criticare il neoliberalismo
Il guaio è che, pur avendo platealmente fallito ogni politica economica neoliberale fondata sul principio del bicchiere trasbordante, non è detto che il suo fallimento provochi il suo declino, né tanto meno la sua scomparsa. La difesa del neoliberalismo ha strada facile: se c’è crisi non è perché il bicchiere che trasborda è una cazzata, ma perché il bicchiere in realtà non ha mai trasbordato. In altre parole, c’è crisi, affermano gli avvocati difensori, perché l’economia non è mai stata veramente liberale, tutt’al più è ancora zavorrata dai vecchi socialismi del controllo statale. La rivoluzione liberale ha fallito perché non c’è ancora mai stata! E verso quale altra follia può portare questa consapevolezza, verso quale follia può portare una vera rivoluzione liberale se non allo smantellamento totale del walfare state, affinché la macchina dell’economia finanziaria possa finalmente spargere le sue enormi speculazioni verso tutti? Solo allora il bicchiere trasborderà davvero!
Sarà questo il muro contro cui Tsipras e i suoi sostenitori cozzeranno. E’ ancora oggi un’obiezione validissima: “Non abbiamo ancora smantellato tutto il pubblico, non abbiamo ancora privatizzato tutto, perché non ce lo lasciate fare, cazzo?”. Un po’ come ragionava nel 2001 la gente che aveva votato il finto liberale Berlusconi: “Abbiamo provato tutto, proviamo pure questo!”. Un po’ come adesso ragiona una grossa fetta dell’elettorato del Movimento 5 Stelle: “Ma diamogli una possibilità a sti ragazzetti!”. In tutti questi casi la governance è demandata, delegata, deresponsabilizzata, con l’elettore che si autoestromette dalle decisioni politiche. La trappola populista è tutta qui. Berlusconi è solo un giullare, Grillo solo un comico. Intanto entrambi sono per il mantenimento dello status quo.
Tsipras sogna il ritorno della politica
Tsipras e i suoi sostenitori sanno che prima ancora dell’economia, nella politica a contare è la politica, ovvero tutti quei valori che non possono dare profitto, non possono dare ricchezza materiale, vengono prima di qualunque capitale. Sono i valori senza interesse. La politica è ciò che si pratica senza interesse. E’ questo il motivo per cui, quando passa in tv il racconto della vera pratica politica, è un racconto noioso, appunto non interessante. E’ come veder leggere, veder lavorare, che palle se non sei tu a farlo! Per questo il populismo è tremendamente affascinante: in tv funziona alla grande.
Gli argomenti e i valori della politica sono tutti quelli relegati nei libri, e saranno sempre più pressanti e urgenti man mano che scegliamo un liberalismo sempre più radicale. E quali sono questi “valori” della politica? Sono tanti, ma riassumibili in un concetto che li racchiude tutti: uguaglianza. E’ il valore dell’uguaglianza per tutti gli uomini e le donne, prima ancora di sapere che lavoro fanno e da dove vengono. Questo è il principio politico per eccellenza.
Affermazioni quali: “tutte le intelligenze sono uguali”, “tutti gli uomini sono uguali”, non sono slogan, ma rivoluzioni politiche che impegnano tremendamente chi le sostiene. “Tutti a casa!” non impegna chi lo afferma, ma impegna solo chi ha un interesse personale a gridarlo: “tutti a casa!” ma non di certo io; “fuori gli immigrati!” ma io di certo non vado a fare il lavoro che faceva mio nonno; “fuori dall’euro!” ma certo non fuori dagli affari delle multinazionali. “Uguaglianza per tutti” è invece un’affermazione che coinvolge in prima persona, ti sconquassa. Perché “uguale agli altri” dovrai esserlo pure tu, non solo gli altri.
L’uguaglianza non si fa con il culo di nessuno.
Volere davvero un’uguaglianza universale (impossibile già solo accostare due termini quali “uguaglianza” e “universale”) impone sacrifici che non sono il “tirare la cinghia”, ma lo stesso sacrificio che ti impone lo studio di un testo, il lavoro quotidiano. L’uguaglianza mette in gioco le persone affinché sacrifichino i propri privilegi per vivere in un mondo in cui non è lo sfruttamento il principio della ricchezza.
E’ questo il retropensiero dei sostenitori di Tsipras.
Oggi abbiamo assolutamente bisogno di un’Europa politica. Un’Europa che sia presente nella crisi in Ucrania, accanto alla Russia e agli Stati Uniti. Che non sia evanescente quanto una sanzione, un richiamo, una multa. Che non sia inconsistente quanto una transazione finanziaria ma presente come potenza politica prima che (e quindi anche) economica.
Non credo che Tsipras sia la “terza via”, la terza alternativa al neoliberalismo e al populismo estremista. Anche quest’ultimo vuole il neoliberismo, vi si oppone ma solo di facciata: mai metterebbe in discussione i privilegi. Tsipras è in realtà la seconda via, l’alternativa allo status quo. L’alternativa. L’alternativa all’Europa filo-tedesca, l’alternativa all’austerità.
Questo è il passo in più che fa Tsipras. Non ha le idee tremendamente più chiare del populista, ma sa benissimo che c’è bisogno di una proposta alternativa. Forse questa alternativa ancora non c’è. Sicuramente non c’è ancora perché storicamente non c’è mai stato niente che non fosse una politica neoliberale con lo sfruttamento di risorse umane e naturali al centro di tutto.
Quello a cui Tsipras e i suoi sostenitori vogliono porre fine non è soltanto il principio che l’economia debba guidare la politica, ma anche quello opposto che la politica debba guidare l’economia. Deve finire la regola del profitto sopra ogni altra cosa, la regola della ricchezza, dello sviluppo e della crescita come principio guida della politica. Deve iniziare una stagione in cui si parli di nuovo di uguaglianza, senza la paura che a mettere in mezzo queste idee si finisca con l’essere autoritari, se non totalitari: è questa paura a mantenere lo status quo!
Mi fido di chi imposta la politica così, mi sono sempre fidato.
Grazie mamma e papà

Lo sapevate che i genitori di Sorrentino, quando il regista napoletano aveva 17 anni, hanno fatto il botto con una bombola a gas nella loro casa di montagna?
Che poi il regista napoletano si è iscritto a Economia e Commercio, nella prospettiva magari di ereditare la carriera di papà, impiegato di banca? Che poi a 25 anni di cui due fuoricorso lascia tutto e prova a fare il regista (a 28 scrive L’uomo in più)?
Ma la cosa straordinaria non è tanto questa parabola melodrammatica dell’artista che fa della sua tragedia il motore e l’energia del suo talento. Probabilmente non è così per Sorrentino, non posso saperlo, non lo conosco. Il trauma, insegna Freud, è il modo in cui digerisci quello che ti capita. Non è quando capita che il trauma è un trauma. Quando capita, il trauma non è un trauma, e solo una cosa che capita. E’ solo quando in seguito dovrai dargli inesorabilmente una spiegazione che la cosa potrebbe traumatizzarti.
Magari Sorrentino non se l’è mai data la spiegazione. O forse, al contrario, proprio sì. Chissà, comunque sia non ha importanza.
La cosa straordinaria è un’altra.
A chi dedica il premio? Ai genitori! Che se non era per la loro morte non sarebbe mai diventato regista. Forse uno scrittore, forse un impiegato di banca, chissà, ma in ogni caso la sua vita, con i genitori in vita, sarebbe stata molto diversa.
Daniela D’Antonio, giornalista e moglie di Sorrentino, ha detto che La grande bellezza parla del rimpianto e della morte.
This is for my parents Sasà and Tina.
Grazie a te Paolo.
Questo giornale è stato fatto in circa quindici ore da un gruppo di esseri umani fallibili che, lavorando in redazioni affollate, ha cercato di scoprire cos’è successo nel mondo facendoselo dire da persone a volte riluttanti a parlare e altre volte apertamente ostili

