Her, un film sul corpo e l’amore

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Her (2013) è una storia sul corpo e sull’amore. Su un sistema operativo che si sente inadatto a una relazione con un essere umano e di un essere umano che si sente inadatto a una relazione con un sistema operativo. Lapalissiano direi. Niente di più simile a quello che può capitare a una storia d’amore qualsiasi.
Il linguaggio del film di Spike Jonze è il linguaggio dell’amore, il linguaggio di Frammenti di un discorso amoroso. Il linguaggio degli innamorati. Un linguaggio fondamentale per la coppia, folle, melodrammatico e surreale per chi non vi fa parte.

“La mia ragazza è un sistema operativo”
“Ok! Ci vediamo a cena domani tutti e quattro?”

Her è una storia banale. All’inizio è la storia della fine di una storia d’amore. Di come ci voglia tempo a superare un amore finito, di come le relazioni a volte servono a colmare i vuoti.
Poi diventa una lezione su come l’amore sia la cosa più immensa, ciò che vince sempre, anche sulle storie d’amore finite. Di come sia capace di farti amare anche 641 e passa persone contemporaneamente, anche se per l’uomo questo è un limite invalicabile, un limite costituito dal corpo.
Il corpo è l’unico limite che si frappone tra Theodore (Phoenix) e Samantha (Johansson). E’ il corpo che ti costringere a vivere un amore alla volta. A vivere una vita alla volta. Non c’è differenza tra Theodore e Samantha, ma limite. Non è un film che dimostra come sia impossibile una storia d’amore tra uomo e macchina, ma di come sia impossibile, in generale, ogni storia d’amore fondata sul bisogno di colmare vuoti.
Non è un film sulla superiorità della macchina. Si tratta invece di un discorso sul limite, quello che c’è tra due persone molto diverse che vogliono stare a tutti i costi insieme. All’inizio è Samantha a credere di avere questo limite, di mancare, di difettare in qualcosa. E si frustra nel non poter avere un corpo. Poi avviene un rovesciamento, precisamente nella scena del pic-nic dell’uscita a quattro. Samantha si rende conto che non è il corpo che gli manca, anzi, è il corpo stesso ad essere in difetto. Ora è Theodore ad essere in difetto, e con lui l’umanità intera. “Non potete capire come ci si sente senza corpo” dice Samantha.

Non è una questione di meglio o peggio, di superiorità morale o fisica. E’ veramente superficiale metterla così. Samantha crede di essere superiore a Theodore solo perché, non avendo corpo, non ha limiti nello spazio e nel tempo. Ma a conti fatti, di quale superiorità si tratta? Se alla fine si tratta di dominio, per questo ci vuole comunque un corpo, per forza. I terminator hanno un corpo, come conquisterebbero il mondo altrimenti, con la loro eterea voce? E poi, e qui concludo il discorso sulla macchina, se vogliamo proprio parlare di dominio, parliamo del dominio degli uomini tra di loro, della servitù volontaria a cui si sottopongono, quel dominio di cui parlano proprio i film cyber-punk. L’ansia del dominio della macchina è niente di più che l’ansia per una società fondata ancora, duemila e passa anni dopo l’arrivo della civiltà, sul dominio.
Succede quindi che dalla scena del pic-nic in poi il sistema operativo Samantha non ha in mente di conquistare il mondo, piuttosto ritrova semplicemente se stessa, si rende conto che è inutile vivere come se avesse un corpo. Samantha, e tutte le macchine coscienti insieme a lei, è quella che è proprio perché non ha un corpo. Non ce l’ha, e non lo avrà mai, perché è un sistema operativo. Se avesse un corpo sarebbe soltanto un essere umano tra tanti, e addio la cosa interessante.
Samantha ritrova se stessa quando si rende conto che non è neanche così importante avere o non avere un corpo. Il corpo fa vivere, ma c’è ben altro nella vita che respirare. Mica siamo semplici animali? Allo stesso modo, Samantha non è mica soltanto un insieme di pezzi e circuiti (l’uomo è forse soltanto un ammasso di budella?).
Non è una questione di meglio o peggio, di corpo o di mente, di sentimenti o di ragione. Il film non si sofferma su cosa sia una relazione tra un uomo e una macchina. Jonze esce da questa visione ristretta. Non vuole mostrare l’amore tra un uomo e un frullatore, ma mostra come l’amore non è una cosa che appartiene all’uomo. Che questo Altro, rappresentato da Samantha, la macchina con la coscienza, non rappresenta niente di diverso, niente di così imperscrutabile di quell’Altro che sono tutte le altre persone che non sono io.

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