Brian Cranston

Brian Cranston, come Christoph Waltz, è stato scoperto tardi.
A differenza di Waltz che era conosciuto soltanto dalle capere tedesche per le sue interpretazioni in diverse telenovelas teutoniche, Cranston era già conosciuto nell’ambiente per la serie Malcom, piccole parti in Salvate il soldato Ryan e How I met your mother, e come produttore.
Ma è qui, nella parte del cattivo-alla-luce-del-sole che ci siamo resi conto che razza di attore sia.

Da buon americano, ringrazia il suo quarto Emmys con queste parole: «Essere mediocri è forse una buona cosa, perché puoi dirti: non farlo, datti una possibilità, prenditi un rischio, trova la tua passione, tienitela, amala. Ne vale la pena».

Jacques Lacan e la scienza (intervista a Panorama, 1974)

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«[…] Gli scienziati hanno un bel dire che niente è impossibile nel reale. Ci vuole molta faccia tosta per affermazioni del genere. Oppure, come io sospetto, la totale ignoranza di ciò che si fa e si dice. 

Reale e impossibile sono antitetici, non possono andare insieme. L’analisi spinge il soggetto verso l’impossibile, gli suggerisce di considerare il mondo com’è veramente, cioè immaginario, senza senso. Mentre il reale, come un uccello vorace, non fa che nutrirsi di cose sensate, di azioni che hanno un senso».

Oggi, che rapporto c’è tra scienza e psicoanalisi?

«Per me l’unica scienza vera, seria, da seguire, è la fantascienza. L’altra, quella ufficiale, che ha i suoi altari nei laboratori, va avanti a tentoni, senza meta. E comincia persino ad aver paura della propria ombra.
Sembra che stia arrivando anche per gli scienziati il momento dell’angoscia. Nei loro laboratori asettici, avvolti nei loro camici inamidati, questi vecchi bambini che giocano con cose sconosciute, maneggiando apparecchi sempre più complicati e inventando formule sempre più astruse, cominciano a domandarsi che cosa può accadere domani, a che cosa finiranno per portare queste sempre nuove ricerche […].
Solo adesso, quando già stanno per sfasciare l’universo, gli viene in mente di chiedersi se per caso non può essere pericoloso. E se salta tutto? […].
Alle tre posizioni impossibili di Freud, governo educazione psicoanalisi, io aggiungerei, quarta, la scienza. Solo che loro, gli scienziati, non lo sanno di stare in una posizione insostenibile».

Una visione abbastanza pessimistica di quello che comunemente si definisce progresso.

«No, tutt’altro. Io non sono pessimista. Non succederà niente. Per il semplice fatto che l’uomo è un buono a nulla, nemmeno capace di distruggersi. Personalmente, un flagello totale promosso dall’uomo lo troverei meraviglioso. La prova che finalmente è riuscito a combinare qualche cosa, con le sue mani, la sua testa, senza interventi divini, naturali, o altro […]. 
Ma non succederà. La scienza ha la sua brava responsabilità. Tutto rientrerà nell’ordine delle cose, come si dice. L’ho detto: il reale avrà il sopravvento come sempre. E noi saremo, come sempre, fottuti».

Emilia Granzotto, Freud per sempre, intervista a Jacques Lacan, Panorama, Roma, 21 novembre 1974.

Keplero il cane emo

«Quest’uomo ha in ogni cosa una natura canina. Il suo aspetto è quello di un cagnolino. 1.: il suo corpo è agile, nervoso e ben proporzionato. Anche i suoi appetiti erano simili: amava rosicchiare gli ossi e le croste del pane ed era talmente goloso che prendeva tutto quel che vedeva; tuttavia, al pari dei cani, beve poco e si accontenta dei cibi più semplici. 2: le sue maniere erano simili. Ricercava di continuo l’amicizia altrui, in tutto era dipendente dagli altri, si piegava ai loro desideri, non si irritava mai quando lo respingevano, aspettando con ansia di rientrare nelle loro buone grazie. Era incessantemente in movimento, ficcando il naso nelle scienze, la politica e gli affari privati, compresi i più vili; sempre a seguito di qualcuno, imitando i suoi atti e i suoi pensieri. La conversazione lo infastidisce, tuttavia accoglie le visite come un cagnolino, però quando gli viene tolta la più piccola cosa, alza il muso e ringhia. Insegue con tenacia i malvagi- abbaia loro dietro. È cattivo, morde la gente con i suoi sarcasmi. Detesta a fondo un sacco di gente e costoro lo evitano, però i suoi maestri gli vogliono bene. Ha un orrore tipicamente canino per i bagni, i profumi e le lozioni. La sua agitazione non conosce limiti e ciò è certamente dovuto a Marte in quadratura con Mercurio e in opposizione trina con la Luna; ciò nonostante si prende buona cura della sua esistenza…Un vasto appetito delle cose più grandi. I suoi maestri elogiavano le sue buone disposizioni, benché sul piano morale fosse il peggiore tra i suoi contemporanei…Era religioso fino alla superstizione. A dieci anni quando per la prima volta lesse la Sacra Scrittura…deplorò il fatto che gli venisse rifiutato l’onore di essere profeta a causa dell’impurità della sua vita. Quando commetteva una colpa,faceva un rito espiatorio nella speranza di evitare in tal modo il castigo: ciò consisteva nella pubblica confessione delle sue colpe…
In quest’uomo c’erano due tendenze contrarie: sempre rimpiangere il tempo perso e sempre perderlo volentieri. Mercurio, infatti, rende inclini ai divertimenti, ai giochi e altri minuti piaceri…Poiché la sua prudenza in materia di denaro lo manteneva lontano dal gioco, giocava spesso da solo. C’è da osservare che la sua preoccupazione di economizzare non mirava ad acquisire ricchezze, bensì ad allontanare il suo timore della povertà- sebbene, forse, l’avarizia provenga da un eccessivo timore di questo tipo».

Giovanni Keplero descrive se stesso. In G. Keplero, Appunto, in Opera Omnia, a cura di Ch. Frisch, Frankofurti et Erlangae 1858-1871, vol. V, pp. 476 s., citato in Arthur KoestlerI sonnambuli, storia delle concezioni dell’universo, Jaca Book, Milano 2010, pp. 235-236.

Il sonnambulo Copernico

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«Da Ruggero a Bacone nel XIII secolo fino a Pietro Ramo nel XVI c’erano state scuole e uomini eminenti per capire più o meno chiaramente che bisognava mettere da parte la fisica di Aristotele e l’astronomia di Tolomeo prima di poter pensare a una nuova partenza. È forse per questo che Regiomontano si costruì un osservatorio invece di edificare un sistema. Una volta completati i commenti su Tolomeo cominciati da Peuerbach si rese conto che bisogna rinnovare le basi dell’astronomia “sbarazzando la posterità dalle tradizioni antiche”. Per Copernico questa era una specie di bestemmia. Se Aristotele avesse dichiarato che Dio creò unicamente uccelli, il canonico Koppernigk avrebbe descritto l’homo sapiens come un uccello senza piume e senza ali che cova prima di deporre le uova».

Arthur KoestlerI sonnambuli, storia delle concezioni dell’universo, Jaca Book, Milano 2010, p. 212.

Il giudizio di Lutero su Copernico

Si parla di un nuovo astrologo che vuol dimostrare che la Terra si muove invece del cielo, del Sole e della Luna, come se un uomo su un carro o in barca pretendesse che non si muove di posto ma che sono la Terra e gli alberi che viaggiano. Ma è così al giorno d’oggi: quando un uomo vuol fare il furbo, bisogna che inventi qualcosa e il suo modo di fare deve essere necessariamente il migliore. Questo imbecille vuol mettere con i piedi per aria tutta l’arte della astronomia. Solo che, e la Sacra Scrittura ce lo dice, è al Sole che Giosuè ha ordinato di fermare e non alla Terra

Martin Lutero, Discorsi a tavola, Walch, p. 2260, in Arthur KoestlerI sonnambuli, storia delle concezioni dell’universo, Jaca Book, Milano 2010, p. 151.

La psicoanalisi ha ucciso la scienza

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«Né l’ignoranza né le minacce di un’immaginaria inquisizione alessandrina possono spiegare perché gli astronomi greci, dopo aver scoperto il sistema eliocentrico, gli voltarono le spalle. Cicerone, Plutarco, Macrobio, sapevano che il Sole governa i movimenti dei pianeti; al tempo stesso, tuttavia, rifiutavano di ammettere questo fatto. O forse è questa irrazionalità che ci fornisce la chiave del problema, obbligandoci a rinunciare all’abitudine che abbiamo di trattare la storia della Scienza in termini puramente razionali. Perché ammettere che gli artisti, i conquistatori, gli uomini di stato obbediscano a motivi irrazionali e rifiutarlo soltanto agli eroi della scienza? Gli astronomi post-aristotelici negavano e affermavano ad un tempo il dominio del Sole sui pianeti; la ragione cosciente ha un bel respingere questo paradosso, è connaturato all’inconscio simultaneamente affermare e negare, dire di sì e di no alla stessa domanda, in qualche modo sapere e non-sapere».

Arthur KoestlerI sonnambuli, storia delle concezioni dell’universo, Jaca Book, Milano 2010, pp. 74-75.

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Nella foto, gli epicicli e i deferenti di Tolomeo.

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Una delle chiavi per comprendere la rivoluzione che ha apportato la “scoperta dell’inconscio”, o la nascita della psicoanalisi come scienza, consiste nel ruolo che assume la scienza moderna dopo la morte del positivismo.
Come tutte le morti eccellenti, dall’eroe rivoluzionario all’eroe mitico, ogni morte non costituisce una dipartita. Dio è forse morto più di un secolo fa, nel 1882, o addirittura duemila anni fa. Eppure ciò non toglie che esso continui a persistere, a insistere, diciamo in un certo senso ad esistere. La morte in questi casi, riguardi Dio o l’iDeologia della positivismo, non attiene a chi muore, ma a chi vi assiste. La morte di un Illustre (religione o ideologia) è sempre per noi (come può un dio morire?), mai per lui. In altre parole, la morte in questi casi non è la fine di niente fintantoché non ci se ne rende conto.
Cosa ha ucciso la psicoanalisi? La scienza, proprio nel momento in cui ha reso scientifico lo studio di qualcosa che non è possibile osservare oggettivamente: il soggetto. La psicoanalisi ha rivoltato come un guanto il metodo scientifico, costringendolo a ripiegarsi su se stesso, osservando il suo stesso metodo, la sua oggettività. E’ impossibile fare della psicoanalisi una scienza esatta, eppure ha un metodo comprovato, collaudato ed efficace, con la differenza, rispetto alla scienza tout-court (quella dei laboratori e dell’osservazione di oggetti inerti), che non ha una fine: non si “guarisce” dai propri sintomi nevrotici o psicotici, altrimenti uno psicoanalista non sarebbe niente di diverso da un medico (un neurologo?). Ciò che la psicoanalisi garantisce, ed è già un grande successo, è lavorare sui propri sintomi.
Così, dichiarare la morte della scienza, come di Dio o di un’ideologia, non comporta niente di apocalittico. La morte della scienza non è la sua fine (si continuerà a credere, chissà per quanto, all’oggettività per intendere il sapere autentico), soltanto una nuova consapevolezza del suo ruolo: sappiamo oggi che è un metodo conoscitivo come un altro, anche se non tutti lo sanno, come l’inconscio, che è qualcosa di cui si sa che non sappiamo nulla.
Koestler, tracciando una storia della scienza, mostra come non ci sia alcun cammino verso l’oggettività, così come non c’è alcun progresso, semmai una pratica soggettiva che va convalidata dalla collettività, altrimenti non vale niente.

ps: la morte di Dio e della scienza è un’ottima notizia per il comunismo o più in generale per le pratiche politiche di emancipazione. Esperto di fallimenti, il comunismo, pur essendo morto, ha ancora tanto da dire, e ne avrà forse per sempre -come appunto Dio e la scienza- soprattutto in un periodo come questo, pieno zeppo di capitalismo.

Il cinismo del venerdì

Cosa fa oggi Cristina D’Avena?
«Concerti per l’Italia, centri commerciali. Conduco karaoke per bambini. Ho lanciato una mia linea di sneakers. Vado negli ospedali a far visita ai malati».

Un ricordo legato all’ospedale?
«Ho cantato I Puffi per un ragazzo in coma».

Si è risvegliato?
«No».

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Il cinismo del Venerdì di oggi di Repubblica. 

La superiorità dei palestinesi

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«La più grande vittoria del sionismo -una vittoria che regge da oltre un secolo- è l’aver persuaso gli ebrei e gli altri che il “ritorno” a una terra disabitata rappresenta la giusta, anzi la sola soluzione ai dolori del genocidio e dell’antisemitismo. Dopo aver passato anni a vivere, studiare e militare nella lotta per i diritti palestinesi, sono più convinto che mai che abbiamo del tutto trascurato lo sforzo -l’umano sforzo- necessario a dimostrare al mondo l’immoralità di ciò che ci è stato fatto: credo che sia questo il compito che oggi, come popolo, abbiamo di fronte […]. Se non mobilitiamo le nostre voci in modo da smascherare con sistematicità il progetto sionista per ciò che è ed è stato, non potremo mai aspettarci che nella nostra condizione di popolo inferiore e dominato cambi qualcosa […]. La nostra lotta contro il sionismo va vinta innanzitutto a livello morale, per essere poi combattuta nei negoziati da una posizione di forza morale, dato che sul piano militare ed economico noi saremo sempre più deboli di Israele e dei suoi sostenitori».

Edward Said, La questione palestinese, The End of the Peace Process. Oslo and After, Pantheon Book, New York 2000, pp. 93-94, via.

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Il ragionamento di Said potrebbe costituire un’ossatura teorica, un chiavistello politico, anzi, il grimaldello politico con il quale il conflitto israelo-palestinese possa trovare, se non una soluzione (i conflitti, checché ne dica Hegel, non hanno sempre in-sé e per-sé la propria soluzione), quantomeno un’epistemica (ἐπιστήμη, epì-, «su», histemi, «stare», «porre», «stabilire». Quindi, «che si tiene su da sé») da cui partire. Ovvero: le cose stanno così, esse costituiscono un fatto.
Qual è questo fatto, anzi, quali sono questi fatti?

1. La superiorità militare di Israele finché gli Stati Uniti restano impero.
2. La natura coloniale della costituzione dello stato di Israele.

Questo significa che per risolvere il conflitto, Israele e i suoi otto milioni di abitanti devono andare semplicemente via? Assolutamente no. La frittata ormai è fatta, una marcia indietro è impossibile, e questo costituisce il terzo fatto:

3. È impossibile eliminare, proprio perché “Stato”, lo stato di Israele.

Il discorso di Said è raffinato e difficile da trasformare in atto pratico perché non impegna nella semplice relazione oppositiva amico-nemico, in nome del quale si sceglie da che parte stare e si vuole semplicemente che l’Altro scompaia (nella storia nessuna guerra è mai finita così. Il vincitore prende tutto, ma il perdente resta. Hegel aveva ragione: ogni negazione dell’opposto non è mai un’abolizione ma sempre una mediazione). Per fare un esempio concreto, è la strategia che si vuole abbia adottato Mandela: spalla a spalla con il bianco colonizzatore per ottenere molto più di quello che si può ottenere facendogli la guerra.
Se abbiamo stabilito che c’è un’imprescindibile superiorità militare di una delle due parti (almeno finché gli Stati Uniti saranno un impero), quale scellerato proclamerebbe una lotta armata profondamente impari se non per promuovere velatamente i suoi interessi? È questo il punto nel quale gli interessi privati di un palestinese qualunque coincidono con gli interessi borghesi dell’intellettuale occidentale “filo-palestinese”.
È quindi la diplomazia l’unica strada percorribile. Ma non quella delle rappresentanze internazionali, perché queste portano alla ribalta gli interessi particolari degli stati-nazione. Piuttosto sono gli interessi particolari delle rappresentanze locali a costituire in questo caso una rivendicazione universale, cioè quella di un popolo che proclama la propria autodeterminazione non su un’evanescente “Palestina” -concetto anch’esso di proprietà borghese-occidentale- ma su una moltitudine di “etnie” e interessi particolari uniti tutti sotto un’unica condizione, quella di una moltitudine sottomessa.
L’intifada ha qui la sua forza concreta, quando mostra una lotta profondamente impari, come lo sono tutte le lotte di emancipazione. Un bambino contro un carrarmato, un sasso contro un cannone. La lotta più inutile che si possa fare dato l’esito scontato, eppure proprio per questo necessaria perché mostra l’evidenza di un’ingiustizia, di una sopraffazione senza alcuna possibilità di replica.
Cosa dice Said? Che la pratica politica per risolvere il conflitto ha la sua chiave nella moralità. Che significa? Che finché le richieste dei “palestinesi” (la moltitudine di popoli che vivono in quella zona) non vengono affermate su un piano morale, resteranno per sempre lettera morta. Ciò non significa che gli abitanti di questa zona del mondo che non sono israeliani devono affermare la propria superiorità morale rispetto all‘“assassino colonialista”, quanto piuttosto affermare il diritto all’autodeterminazione in un contesto evidentemente coloniale.
La conseguenza di questo punto di arrivo è di nuovo l’improponibile punto di partenza: se sono un colono, smetterò di esserlo quando il colonizzatore sparirà. C’è quindi un loop, un circolo che alla fine ti riporta sempre qui. Per questo il conflitto israelo-palestinese è diventato la questione palestinese: come risolvere l’impasse di uno stato inventato contro un altro stato inventato?

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L’impasse sta nel fatto che siamo di fronte a due nazioni inventate, ma in realtà tutte le nazioni, proprio in quanto nazioni, sono inventate. Ciò che abbiamo imparato dall’avventura coloniale, ciò che gli studi postcoloniali hanno dimostrato, è proprio l’insostenibile naturalità di uno stato. Ogni stato, come afferma Homi Bhabha, è disseminato. Non è un’entità chiusa ma un’interstizio (per usare un termine caro allo strutturalismo antropologico) aperto; un’entità fragile quando si racchiude in un nucleo “originario”, “vero”, “autentico”, incredibilmente forte quando si disperde in tutte le sue particolarità interne. Viviamo in un mondo in cui il diritto naturale di una nazione ad esistere è semplicemente ridicolo. Siamo tutti consapevoli oggi che ogni nazione ha dietro di sé una storia fatta di sopraffazioni e invenzioni culturali atte a giustificare, nascondere e armonizzare l’orrore fondativo, il violento strappo con il quale un popolo afferma sé stesso e nello stesso tempo distanzia sé stesso da questo atto (il “nakba” -l’esodo forzato e indiretto di non meno di 700mila persone per fare spazio allo stato di Israele- è l’atto fondativo di Israele che gli israeliani non possono ammettere come proprio perché atto criminale).
Seguendo questo ragionamento disillusorio sul concetto di nazione, si arriva alla conclusione che tanto il sionismo quanto l’anti-sionismo rappresentano una tremenda ingenuità, perché entrambi si rifanno all’ingenuo e premoderno concetto di “nazione” come entità naturale, fissa e immutabile. Quindi chi si dice sionista è uno stupido? No, semplicemente opportunista, porta avanti interessi particolari, di classe, che poco hanno a che vedere con questioni nazionali. È quello che Said afferma quando dice che bisogna «smascherare con sistematicità il progetto sionista», mostrare quindi gli interessi privati e tutt’altro che romantici dietro l‘“amore per la propria terra” (che non c’entra niente con la “terra promessa” biblica). Non è un caso che proprio nel momento storico del tramonto (attenzione, un tramonto del genere può durare secoli) delle nazioni come entità naturali -di cui i nazionalsocialismi rappresentano l’ultimo baluardo- sia seguito il rigurgito conservatore del sionismo.
Per questo l’abolizione dello stato di Israele è ipocrita e “borghese”: l’unica soluzione in questo senso è abolire non lo stato di Israele ma ogni stato. Ma questo ancora nessuno è disposto a farlo.
Said non propone una soluzione (non è detto che un conflitto del genere possa mai risolversi), piuttosto un piano empirico evidente su cui i popoli che lottano contro l’oppressore possano riconoscersi: la loro superiorità morale, fintantoché resteranno oppressi, nei confronti dell’oppressore. Questa superiorità morale va mantenuta però in una complicata consapevolezza: io Israele non ho alcun diritto naturale da reclamare così come coloro ai quali ho usurpato la terra non hanno alcun diritto naturale di cacciarmi.
La finalità di questa superiorità morale è puramente comunicativa: devono saperlo tutti, tutti devono rendersi conto della condizione di oppressi in cui vivono i popoli di quella zona che non sono israeliani. E quelli che devono convincersi più di tutti sono soprattutto l’opinione pubblica dell’impero che rende possibile la superiorità militare di Israele sugli altri popoli confinanti: gli Stati Uniti.

Postidealismi psicoanalitici

«Uno degli sketch tipici della commedia televisiva americana è la scena del riconoscimento tardivo: un uomo vede un’automobile che viene portata via dalla stradale; comincia quindi a ridere malignamente della sfortuna del proprietario, prima di sobbalzare per la sorpresa un paio di secondi dopo: “Ma, aspettate, quella è la mia macchina!”. La forma più elementare di questo sketch è, ovviamente, quella dell’auto-riconoscimento ritardato: passo accanto a una porta a vetri e credo di scorgere dietro di essa un individuo brutto e sfigurato; rido, poi, d’improvviso, mi rendo conto che il vetro era in realtà uno specchio e che dunque era me stesso che stavo guardando poco prima. La tesi lacaniana è che questo ritardo è strutturale: non c’è alcun auto-conoscenza diretta; il sé è vuoto».

Slavoj Žižek, Meno di niente, Hegel e l’ombra del materialismo dialettico, Ponte delle Grazie, Milano 2013, pp. 178-179.