Perché non si può criticare, adesso, La grande bellezza

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Sostanzialmente perché è troppo tardi.
Sai cosa, il fatto che la critica italiana parli più adesso di Sorrentino&Co, ora che scorrazza per l’ammerica, e non quando il film è uscito, significherà pur qualcosa.
Da quando La grande bellezza è nella candidatura per la cinquina all’Oscar per il miglior film straniero saranno uscite altre settordici recensioni. Siamo onesti, il fatto che dopo otto mesi (oh, otto mesi), la critica italiana riprenda a discutere se è un film che si meriti l’Oscar o no, anzi, peggio, non ha ancora deciso se sia bello o brutto. Il fatto che il 14 gennaio mi fai un pezzo (prendo questo che è l’ultimo arrivato, oltre ad essere un buon paradigma dell’andazzo) che dice sostanzialmente: “Ah sì, ma comunque Sorrentino non è all’altezza di Fellini”, vuol dire che non c’è interesse nel film in sé, ma in qualcos’altro.
Sorrentino piace agli americani non perché racconta bene la borghesia romana, ma perché l’affresco che fa colpisce un po’ tutti. La critica italiana dovrebbe spiegarmi perché tutto ciò piace agli americani, perché potrebbe vincere l’Oscar, e non farmi una pippa fuori luogo su quanto ammicchi o non ammicchi allo spettatore. E’ una polemica sulla “qualità” perfettamente a suo agio nel salotto di Gambardella. E’ sgamata, è snobismo superficiale, per di più a scoppio ritardato. E poi ci fai una brutta figura: io posso interessarmi a un film se l’amico mio lo vede e me lo consiglia, ma un apparato critico non può “svegliarsi” quando a interessarsi a un film sono gli stranieri, e ancora stai a bocciare il film quando hai avuto tutta l’estate e l’autunno per farlo. E’ il sintomo di una grossa debolezza, se non di un complesso di inferiorità.

[Ovvio che poi Servillo ti risponde così. Sarà stato pure tamarro, ma a ragione]

Gravity, un film alla ricerca del centro. Recensione della scena finale

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Gravity è un film senza centro, come quando sei in assenza di gravità (più correttamente in caduta) a 600 chilometri sopra la terra. Non c’è sopra e sotto, né sinistra e destra. La trama rispecchia questa assenza. Già dieci minuti dopo l’inizio, il film ti dice: la storia è finita, ora si tratta solo di scoprire se l’astronauta sopravviverà.

E’ un film che trova il suo senso, la sua gravità, alla fine, quando l’astronauta ce l’ha fatta, mettendo piede sulla terraferma. E’ la scena più bella del film, l’unica con un’atmosfera, l’unica con la gravità. L’astronauta, che non aveva altro scopo che scendere verso la terra, rischia di morire perché scende troppo: ammarata, per poco non affoga, tirata giù insieme alla capsula che l’ha portata sana e salva sulla terra.

Da qui inizia la scena più intensa. Si toglie la tuta diventata zavorra, riemerge, qualche secondo per riprendere fiato, poi nuota verso la riva. Arriva. E’ pesante. Sgomita strisciando come un anfibio di milioni di anni fa in un mondo senza tempo: paesaggio tropicale, tanto verde, tanta terra.

Sembra avere le gambe paralizzate, ma è solo la gravità unita alla spossatezza. Sorride: se ne rende conto. L’inquadratura smette di esitare su di lei e si allarga leggermente, quel poco per permettere di vedere un po’ di questo mondo in cui è atterrata. Non sembra la terra, almeno non soltanto, potrebbe essere qualunque altro pianeta. L’astronauta è diventato esploratore, neo Cristoforo Colombo in un mondo che di nuovo non ha nulla. Si alza in piedi, smette di essere un anfibio, alla mercé degli aggeggi che l’hanno portata a terra, metà donna metà macchina. E’ autonoma, è in piedi, ritrova il suo centro e si incammina. Non importa se il luogo in cui si trova è sconosciuto, non siamo lontani da casa. E’ un mondo che non ha nulla di nuovo perché non è nulla che non possa essergli già familiare ora che ha lasciato lo spazio vuoto. Questo mondo è già casa.

Il Reale

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«C’è un’immagine che condensa tutta la sensibilità postmoderna di questo autore [David Lynch]. Penso alla scena iniziale di Blue Velvet quando, dopo l’attacco di cuore del padre, la camera da presa si avvicina al protagonista e poi guarda a terra, tra l’erba, da dove arrivano strani, ripugnanti rumori di vita. L’erba brulica di disgustosi vermi e di insetti vari. La realtà è qualcosa dalla quale bisogna mantenere una certa distanza, se ti avvicini troppo vedi questa specie di vita mortale, che è disgustosa. Dettagli come questi mi attraggono. Per relazionarti alla realtà hai bisogno di uno schermo che possa rendertela sopportabile. Se ti avvicini troppo, la realtà esplode. E per questo motivo sono diventato cine-dipendente».

Slavoj Žižek intervistato da Elisabetta D’Erme il 3 settembre del 1998 per Il Manifesto.

Requiem for doppiaggio

L’altro giorno un mio amico regista ha fatto un’osservazione interessante a proposito della diatriba doppiaggio si/doppiaggio no. Il sonoro dei film moderni – mi ha detto – è molto diverso rispetto al passato. E’ più complesso, ricco, ha più profondità e dettagli. Per cui – osserva l’amico – il doppiaggio oggi risulta più traumatico di allora. E mi fa questo esempio: “Se hai il decoder e stai guardando un film, prova a cambiare i sottotitoli da italiano a originale e viceversa. Noterai che il suono dell’ambiente cambia sensibilmente”.

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Chiariamo subito. Il doppiaggio è tradimento, come ogni opera di traduzione. Il che di per sé non è un male. E’ uno scambio, una moneta. Nella traduzione qualcosa si perde e qualcos’altro si guadagna. E’ impossibile non tradire quando si traduce, di fatto lo facciamo continuamente quando parliamo. E’ quello che il filosofo francese del linguaggio Paul Ricœur riteneva uno splendido tradimento, un movimento della parola nelle sue oscillazioni di senso.

Gli italiani sono sempre stati maestri della traduzione, sarà una cosa connaturata al fatto che gli italici, fin da quando dominavano, sono sempre oscillati tra tutte le popolazioni del Mediterraneo, il mare che concentra. E’ una nostra attitudine, che risiede nel concetto di imperium. Imperium significa letteralmente esercitare il comando, ma si tratta di un comando particolare, che non schiaccia, piuttosto è, per usare la splendida etimologia di Heidegger, un ergersi sopra qualcosa mantenendola in piedi, lasciare che chi sta sotto si regga sulle sue gambe. Come quando si fa l’amore. E’ dare la cittadinanza romana insomma, dare un privilegio in cambio di un dovere. Proprio come nella traduzione: qualcosa perdi e qualcosa guadagni. Sarà forse per via di questa attitudine passata a mantenere-in-piedi-ciò-che-sta-sotto che gli italiani sono stati dei gran maestri del doppiaggio, l’arte di dare cittadinanza italiana ai film stranieri. Il doppiaggio ha questo scopo: farti sentire a casa pur essendo in terra straniera.

I sottotitoli al cinema sono quindi i benvenuti? Sì e no. Sì perché finalmente abbiamo l’autentico straniero con la sua voce, no perché distraggono. Sono una distrazione benvenuta, come quando si consulta la mappa della Terra di Mezzo: servono per orientarsi. Ma al cinema sono una distrazione disturbante, una piccola distruzione del cinema, perché spezzano la continuità delle immagini-movimento, rompono la magia onirica dello schermo, il buco pieno di luce. Quando legge i sottotitoli, l’occhio deve guardare di sbieco la scena, come quando si vuol guardare una stella poco luminosa fissando un punto subito affianco. Ma un film non è una costellazione, non va studiato e osservato, ma solo guardato, direttamente. E’ un viaggio. A questo serve il doppiaggio, a non spezzettare il viaggio, a mantenere la visione del sogno.

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L’epoca d’oro del doppiaggio è finita. Dopo anni di streaming online, per la generazione mastica-inglese nata dopo gli anni ‘80, ogni sfumatura di senso, ogni slittamento all’opera in un doppiaggio risulta fuori luogo, un tradimento intollerabile. Perché? Perché ormai si sa quello che vuole dire il film in lingua straniera, la sua lingua la conosciamo. Lo straniero non è più straniero, è già a casa nostra, non ha bisogno di essere doppiato. E’ un cittadino straniero che non ha bisogno di cittadinanza romana. Non ha bisogno di essere tradotto. Né tradito.

Non abbiamo intenzione di annunciarlo, non abbiamo intenzione di annunciare quando avremo intenzione di annunciarlo, e non abbiamo intenzione di annunciare una strategia circa il suo annuncio e neanche circa quando avremo intenzione di annunciarla, o circa la strategia di comunicazione che circonda l’annuncio della strategia

Strauss Zelnick, Take-Two boss sull’uscita di GTA V

Breve guida alla morale di Batman

sale

Solo Nolan e Burton hanno saputo finora trasporre sul grande schermo il Batman dei fumetti. I due registi mettono insieme le due epoche che hanno caratterizzato nel corso della storia lo stile grafico dell’eroe senza superpoteri. Da un lato Burton con quel suo sapore pop che attraversa i vari Schwartz e gli O’Neil, dall’altro Nolan con quel tono più (o)scuro che si rifà all’epoca moderna del personaggio, quella inaugurata nel 1986 da Frank Miller con Il ritorno del Cavaliere Oscuro e proseguita con Il lungo Halloween di Loeb e Sale. Quella tra i due registi è una differenza di stile, non di sostanza, in comune c’è il Batman di sempre, quello che in settant’anni è rimasto sempre lo stesso: il rampollo di Gotham che in un mondo oscuro decide di combattere la decadenza dei costumi della sua città trasformandosi in un poliziotto “buono”.

batman miller

Purtroppo in Italia le recensioni dei film tratti dai fumetti brillano per pochezza e superficialità, un po’ perché spesso si parla effettivamente di filmacci, ma anche perché chi scrive ha spesso una sommaria conoscenza del personaggio o addirittura un malcelato disinteresse per l’arte del romanzo grafico. Per esempio, per quanto riguarda Batman, a volte si insiste sul luogo comune della figura dell‘“eroe ambiguo”, il che fa sorridere: Batman è tutto fuorché un eroe con dubbi morali, mai nel fumetto e nei film si rintracciano indizi in tal senso. Tutt’al più, se c’è una questione morale, essa è scatenata dalla sua stessa presenza in città: Batman è un “guardiano silenzioso”, il custode di Gotham, ma la sua presenza attira come un fiore le api una fiumana di folli criminali che puntalmente piombano in città per confrontarsi con l’uomo pipistrello. Il Jocker incarna questo fenomeno nella novella Arkham Asylum ed è uno dei temi ricorrenti de Il Cavaliere oscuro, il secondo film di Nolan. In entrambe le storie, il fumetto di Morrison e il secondo film di Nolan, si mette in scena l’esasperazione dello scontro tra l’Ordine e il Caos. Il Jocker è la nemesi di Batman, Batman l’anti-caos, ma non sono due mondi che si scontrano, bensì due facce della stessa medaglia che si rincorrono a vicenda. Il clown pazzo cerca di mettere in crisi l’Eroe, mostrandogli la follia e il non-senso del mondo, senza riuscirci però, non tanto perché Batman alla fine lo batte sempre, ma soprattutto perché non lo convince. Insomma, l’universo di Batman, come tutti gli universi dei supereroi dei fumetti, è bello ricco. Proviamo allora a fare un’esegesi di questo territorio tagliando di traverso per i campi della morale, della psicologia e della filosofia.

Gotham come la Terra di Mezzo

In primo luogo precisiamo la natura di questo mondo immaginario, quello della città di Gotham – nonché più in generale degli universi dove si svolgono le storie a fumetti dei supereroi. Il suo meccanismo è simile a quello della Terra di Mezzo di Tolkien: un mondo “storicamente possibile” intriso di magia. Nel caso di Gotham gli elementi magici sono la finzione scenica (l’uomo pipistrello le prende a destra e a manca, rischia costantemente la vita ma non è mai veramente in pericolo) e l’onnipresenza tempestiva dell’eroe (sempre al posto giusto al momento giusto). Batman emerge così come un ninja saggio, un incrocio tra Odisseo e Polifemo: astuto stratega e forte combattente, due virtù che gli permettono di battere incredibilmente Superman, l’alieno indistruttibile ma ingenuo.

batman maroni

Il mondo è folle

Passiamo ora all’argomento più pregnante, la morale di Batman. L’uomo pipistrello viene in genere pubblicizzato come un eroe ambiguo, fraintendimento dovuto al suo evocativo soprannome datogli da Frank Miller: Cavaliere Oscuro. Ma se non è oscuro il cavaliere, cosa è oscuro? Il mondo in cui vive, la città di Gotham. Essa da un lato è manichea nella narrazione – il lettore sa benissimo chi è il buono e chi è il cattivo, a parte qualche eccezione – dall’altro opportunista e ambigua, popolata com’è da sindaci, commissari, uomini d’affari, famiglie di mafiosi e alta borghesia. Su tutto questo prorompe il magico trio composto da Batman, il commissario Gordon e il procuratore distrettuale Harvey Dent (finché non impazzisce). Tutti e tre fanno una squadra di Intoccabili, uomini tutti di un pezzo che consacrano la loro vita più che alla causa del bene a quella dell’Ordine e della Legge, il che appare un po’ fascista, ma non è così. Abbiamo detto che il mondo di Gotham è oscuro, caotico, in crisi, sempre sull’orlo del baratro, ragion per cui la volontà di ristabilire un equilibrio deve essere la contrapposizione violenta di un ordine. Ma più che un ordine totalitario, Batman segue piuttosto l’idea di un ordine platonico, un’idea, un progetto, un impegno che, nonostante siano impossibili da realizzare (non esiste un mondo moralmente puro e perfetto), restano ciò a cui si deve aspirare. Se il mondo è corrotto e rischia la catastrofe ogni volta che un supercattivo minaccia la sua distruzione (Bane del terzo film di Nolan), a Batman non resta altra scelta di presentarsi come colui che ristabilisce l’Ordine piuttosto che il Bene.

La differenza sostanziale tra Batman e tutti gli altri personaggi del suo universo la fa proprio quel cosa fare?. Di fronte a un mondo siffatto, tendente per sua natura al caos, è la scelta che fa la differenza. I cattivi affermano: “Il mondo è oscuro e caotico, quindi non ho dirette responsabilità morali se seguo cinicamente i miei interessi”. Batman invece afferma: “Il mondo è oscuro e caotico ma non per questo non posso prendermene cura fungendo da esempio per tutti”. Quell’essere “esempio per tutti” non è però l’aspirazione di Batman, semmai una conseguenza indiretta delle sue azioni. Il suo fine non è il bene della collettività ma il sollevamento da un fardello personale, un senso di colpa – quale lo vedremo più avanti – generato da un trauma che lo spinge a lottare – tema centrale di Batman Begins – contro la sua stessa paura, decidendo così di incarnarla. “I criminali sono codardi e superstiziosi. Il mio travestimento dovrà infondere terrore nei loro cuori. Dovrò essere una creatura della notte, nera, terribile”, risponde Bruce Wayne ad Alfred, il suo maggiordomo, che gli chiede perché il pipistrello (nella versione di Nolan: «Perché i pipistrelli, signor Wayne? – Perché mi fanno paura. Che li temano anche i miei avversari»). Ecco il motivo per cui Batman sceglie questo travestimento e non piuttosto quello di un Paladino: non deve opporre la Luce alle Tenebre, il mondo resta la composizione caotica di questi due elementi che pur restano separati. Non deve trascendere alla Bontà ma ispirarla, e grazie alle sue gesta e al suo coraggio essere un esempio morale per tutti. Non è un caso che gli unici che adorano Batman sono i ragazzi.

La cura di Batman

Batman è un realista. Il mondo è un luogo dove la morale è in chiaroscuro pur restando possibile il comportamento virtuoso. Un mondo folle con i cattivi che lo cavalcano allegramente. Ma se l’impegno è quello di evitare il collasso di un mondo per natura precario bisogna opporvigli non un elemento trascendente, come la Luce o il Bene, ma qualcosa che componga questo stesso mondo: un lavoro, un impegno, un progetto, una responsabilità, in una parola la cura heideggeriana del mondo. Batman non si illude di “ordinare” e “legiferare” sul mondo, la volontà di ordinare e legiferare è tale solo dal punto di vista dello stato di natura del mondo gothamiano: caos e sopraffazione. Egli vuole soltanto riscattare la sua colpa nella consapevolezza che il mondo ha per sua stessa struttura un equilibrio precario. Per questo è Ordine, per questo è un pipistrello. Si può scegliere di lasciare il mondo così com’è, o prendersene cura. I cattivi, Jocker e Due Facce più di tutti, godono allegramente della precarietà del mondo cavalcando il primo la sua follia, il secondo la sua casualità. Come dargli torto? E’ Batman che gli da torto, mostrandogli la possibilità di una scelta frutto di una castrazione del desiderio: quella di lasciarsi andare al caso.

due facce

Il trauma

Qual è la colpa di Batman, perché due facce è Due Facce, e jocker il Jocker? Sono tre deliri di onnipotenza generati da un trauma. Bruce Wayne ha visto morire i suoi genitori per mano di uno scippatore ed è dilaniato da un senso di colpa dovuto al fatto che è stato lui a portare involontariamente la famiglia sul luogo della rapina. Il Jocker era un marito squattrinato che va fuori di testa dopo aver perso la moglie incinta ed esser rimasto sfigurato a causa di un colpo andato male. Infine, Due Facce era un onesto e brillante procuratore distrettuale frustrato dall’impossibilità di sconfiggere definitivamente la mafia, ed impazzisce dopo che il suo viso rimane per metà bruciato dall’acido. Insomma, tre casi clinici. Jocker cade nella follia dopo che il suo mondo si sgretola da un giorno all’altro, Due Facce abbraccia consapevolmente il principio di casualità dopo esser arrivato alla conclusione che la Legge non può fare niente contro chi è fuori-Legge. Batman è l’unico che si mette in terapia: si prende cura di sé facendosi carico del suo trauma: vuole redimersi dalla responsabilità della morte dei suoi genitori. La versione di Nolan sulla genesi di Batman è a mio avviso quella più riuscita: quella sera a teatro i ballerini che ruotavano su sé stessi somigliavano a pipistrelli e il piccolo Bruce aveva paura. Così lui, suo padre e sua madre decidono di abbandonare lo spettacolo e uscire dal retro del palazzo…Batman elabora il lutto, si maschera da pipistrello, incarna la Paura.

superman

E’ più forte Superman o Batman?

Un altro grande supereroe per onestà e moralità è Superman. I due non possono essere più diversi per intenzioni e origini, pur restando due eroi. La differenza la fa l’elemento di trascendenza dell’Uomo di Acciaio: Superman è un alieno, viene da un altro pianeta, non è umano. E’ un cristo redentore, l’unico che può amare l’umanità più degli uomini. Il mondo in cui si muove è a tutti gli effetti manicheo: da un lato gli abitanti della terra, dall’altro i cattivi, in genere anch’essi alieni (l’unico che è stato capace di uccidere Superman non è umano). Con la sua purezza d’animo e le sue gesta al di là dell’umano, l’Uomo del Domani afferma che l’umanità è fondamentalmente buona. Batman invece più che dirci l’opposto – l’umanità è fondamentalmente cattiva – fa svanire ogni opposizione: non c’è il Bene e il Male. «Guardatemi – sembra dire – sono un paladino vestito da pipistrello che fotte di paura le persone, come posso dire che il mondo è buono o cattivo?». Nel mondo di Gotham i concetti assoluti di bene e male non esistono, non nel senso olistico del termine che si mischiano e si bilanciano, ma piuttosto nietzschianamente sono concetti alla stregua di giudizi di valore, etichette che non dicono nulla di più di uno stato di cose che resta indistinto: al di là del bene e del male (ovvero al di qua del mondo) c’è il caos che genera casualmente azioni degne di essere chiamate buone o cattive. E poi c’è Batman.