Requiem for doppiaggio

L’altro giorno un mio amico regista ha fatto un’osservazione interessante a proposito della diatriba doppiaggio si/doppiaggio no. Il sonoro dei film moderni – mi ha detto – è molto diverso rispetto al passato. E’ più complesso, ricco, ha più profondità e dettagli. Per cui – osserva l’amico – il doppiaggio oggi risulta più traumatico di allora. E mi fa questo esempio: “Se hai il decoder e stai guardando un film, prova a cambiare i sottotitoli da italiano a originale e viceversa. Noterai che il suono dell’ambiente cambia sensibilmente”.

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Chiariamo subito. Il doppiaggio è tradimento, come ogni opera di traduzione. Il che di per sé non è un male. E’ uno scambio, una moneta. Nella traduzione qualcosa si perde e qualcos’altro si guadagna. E’ impossibile non tradire quando si traduce, di fatto lo facciamo continuamente quando parliamo. E’ quello che il filosofo francese del linguaggio Paul Ricœur riteneva uno splendido tradimento, un movimento della parola nelle sue oscillazioni di senso.

Gli italiani sono sempre stati maestri della traduzione, sarà una cosa connaturata al fatto che gli italici, fin da quando dominavano, sono sempre oscillati tra tutte le popolazioni del Mediterraneo, il mare che concentra. E’ una nostra attitudine, che risiede nel concetto di imperium. Imperium significa letteralmente esercitare il comando, ma si tratta di un comando particolare, che non schiaccia, piuttosto è, per usare la splendida etimologia di Heidegger, un ergersi sopra qualcosa mantenendola in piedi, lasciare che chi sta sotto si regga sulle sue gambe. Come quando si fa l’amore. E’ dare la cittadinanza romana insomma, dare un privilegio in cambio di un dovere. Proprio come nella traduzione: qualcosa perdi e qualcosa guadagni. Sarà forse per via di questa attitudine passata a mantenere-in-piedi-ciò-che-sta-sotto che gli italiani sono stati dei gran maestri del doppiaggio, l’arte di dare cittadinanza italiana ai film stranieri. Il doppiaggio ha questo scopo: farti sentire a casa pur essendo in terra straniera.

I sottotitoli al cinema sono quindi i benvenuti? Sì e no. Sì perché finalmente abbiamo l’autentico straniero con la sua voce, no perché distraggono. Sono una distrazione benvenuta, come quando si consulta la mappa della Terra di Mezzo: servono per orientarsi. Ma al cinema sono una distrazione disturbante, una piccola distruzione del cinema, perché spezzano la continuità delle immagini-movimento, rompono la magia onirica dello schermo, il buco pieno di luce. Quando legge i sottotitoli, l’occhio deve guardare di sbieco la scena, come quando si vuol guardare una stella poco luminosa fissando un punto subito affianco. Ma un film non è una costellazione, non va studiato e osservato, ma solo guardato, direttamente. E’ un viaggio. A questo serve il doppiaggio, a non spezzettare il viaggio, a mantenere la visione del sogno.

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L’epoca d’oro del doppiaggio è finita. Dopo anni di streaming online, per la generazione mastica-inglese nata dopo gli anni ‘80, ogni sfumatura di senso, ogni slittamento all’opera in un doppiaggio risulta fuori luogo, un tradimento intollerabile. Perché? Perché ormai si sa quello che vuole dire il film in lingua straniera, la sua lingua la conosciamo. Lo straniero non è più straniero, è già a casa nostra, non ha bisogno di essere doppiato. E’ un cittadino straniero che non ha bisogno di cittadinanza romana. Non ha bisogno di essere tradotto. Né tradito.

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