[Schönberg e Strawinsky] esaltarono gli impulsi presenti nelle loro opere fino a trasformarli nelle idee dell’oggetto. Questo si verificò nelle costellazioni specifiche del loro procedimento creativo e non nell’abbozzo generico di stili. Questi, mentre vengono guidati da slogans culturali di vasta risonanza, lasciano via libera, nella loro genericità, proprio a quelle mitigazioni snaturatrici che impediscono la consequenzialità dell’idea non programmatica, tutta immanente alla cosa stessa. Ma la trattazione filosofica dell’arte riguarda proprio questa, e non i concetti di stile, per quanto poi con essi possa venire in contatto […]. Le categorie stilistiche precostituiste pagano la loro accessibilità col non esprimere la connessione intrinseca dell’immagine creativa, e restando al di qua della configurazione estetica, senza nessun carattere di necessità. Se invece ad esempio si esamina il neoclassicismo cercando di determinare quale necessità interna delle opere le spinga a questo stile, o come l’ideale stilistico si comporti verso il materiale dell’opera e la sua totalità costruttiva, diventa virtualmente possibile risolvere anche il problema della legittimità dello stile

Theodor W. Adorno, Filosofia della musica moderna, Einaudi, Torino 2002, p. 10.

In estrema sintesi: l’originalità di un brano musicale, la forza di un gruppo storico non sta nel fatto che essi siano stati rappresentativi di un genere, di un’epoca. Ma nel fatto che abbiamo intuito, colto e riversato in musica quel momento della vita del mondo. E’ questa tensione a causare la creazione di un genere musicale, o la partecipazione ad esso. Ed è così che un gruppo o un autore musicale diventano infine rappresentativi di un’epoca.

In Italia lo chiamano dibatto tra postmodernisti e neorealisti. Ma non è meglio dire semplicemente: “Marx ha sempre avuto ragione”?