Il sindacato dei capitani: “Gli inchini si fanno per divertire le passeggere. Ci sono più morti nel weekend per le strade”. La nave della libertà

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Eroe?

Non mi piace la retorica populistica dietro la telefonata tra De Falco e Schettino. Non chiamiamo eroe uno che fa semplicemente il suo dovere, la sua professione. L’eroe è tutt’altro che un uomo che sveglia e riprende un uomo paralizzato dalla paura e dall’incompetenza. L’eroe è un folle, perché mette a repentaglio la sua vita e poco si cura di sé stesso. Allora come dovremmo chiamare chi compie un atto straordinario, come quelli che sottobordo hanno recuperato sopravvissuti e cadaveri, superuomini? Gli italiani sono esausti dopo anni di idolatria di un uomo mediocre. Così la fermezza e la lucidità di un professionista viene scambiata per eroismo, e la normalità di una telefonata in un momento di grande tensione viene scambiata per qualcosa di straordinario.   

It’s business baby!

Diciamolo subito, chiaro e tondo: la crociera è un grosso business. E dove girano molti soldi l’etica vacilla. Incrociando le testimonianze confuse dei passeggeri con le conversazioni tra Schettino e la Capitaneria di Porto, emerge la figura di un comandante molto preoccupato delle personali conseguenze legali per un incidente di queste proporzioni, piuttosto che dell’immediato: fare il comandante di una nave che affonda.

Quanto guadagna un comandante di una nave da crociera da 4mila passeggeri? Non ne ho la più pallida idea. E non è questo il problema. Il problema è quando diventa l’unico criterio per cui si sceglie un mestiere del genere.