“You could escape Deimos with a bike and a ramp.” http://ow.ly/QLLE (via @nicolatwilley)
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Sharks, zombies, mysteries and 1 million spiders: Our most popular stories of 2009: http://bit.ly/6YuAsm
Amazing desert sand dunes as seen by astronauts and satellites from space: http://bit.ly/77INs3

(via murda)
La paura
La guerra fa più morti del terrorismo. Quest’ultimo impallidirebbe di fronte a quello che collezionano ogni anno nel mondo la fame, l’influenza, gli incidenti stradali, il colesterolo alto, l’alcool, il tabacco. Ma allora perché noi, grandi mangiatori, viaggiatori autostradali, spreconi, grandi bevitori e fumatori abbiamo paura del terrorismo? Nella vita personale di ogni individuo del mondo (ad eccezione di coloro che abitano nei pressi di Baghdad) la probabilità di morire in un attentato è bassissima. Agli occhi di uno statistico la paura del terrorismo è ridicola. Perché non abbiamo paura di cose che potrebbero annientarci veramente, mentre sentiamo la tensione per episodi che potrebbero quasi certamente non capitarci?
La domanda richiede una risposta che forse solo la storia potrebbe soddisfare a pieno. Posso solo dire che il terrorismo destabilizza l’equilibrio economico e politico, mentre gli incidenti autostradali no. Pare che l’influenza si presenti senza destabilizzare l’attività economico-politica. Tutti questi fenomeni hanno un ruolo come parte di un tutto, senza che quest’ultimo venga intossicato e influenzato significativamente dalle morti per la febbre stagionale, o dal numero di persone morte a causa del fumo. La loro presenza ha un senso. Il terrorismo, come la morte, non ce l’ha. E questo per l’uomo è determinante, più della certezza di morire per cause naturali piuttosto che per un attentato. Il terrorismo ha il suo ruolo nel sistema economico e politico, sia locale che internazionale, ma getta l’individuo singolo in una condizione particolare. Attraverso i media, che rappresentano per noi un piano della realtà significativo, e nella vita quotidiana di un cittadino di Baghdad, si instilla la sensazione che non tutto è al suo posto, qualcosa non quadra. Torno a casa e vengo a sapere che New York è stata bombardata, vado al mercato e perdo una gamba. Ho paura. Paura di cosa? Non della morte. Ma della de-significazione di eventi che, tuttavia, accadono. La morte non ha un senso che valga per la dimensione vitale visto che è il suo annientamento. Allo stesso modo il terrorismo non ha un senso che valga per il benessere e per l’equilibrio economico-politico. Temiamo gli attentati non perché abbiamo paura di morire ma perché instillano in noi la sensazione che c’è qualcosa che non va. Che la ricerca del benessere collettivo ha dei presupposti sbagliati. La strada che l’impero economico e politico moderno sta percorrendo ha un sottofondo indicibile, violento, ingiusto, insostenibile. Il colonnello Kurz lo chiama l’orrore. E il terrorismo erompe come una finestra sull’orrore.
Amev
Il nostro tempo è senza dubbio quella della sparizione senza ritorno degli dèi. Ma questa sparizione concerne tre processi distinti, poiché ci sono stati tre dèi capitali: quello delle religioni, quello della metafisica e quello dei poeti.
Rispetto al dio delle religioni bisogna solamente dichiarare la morte. Il problema, in ultima istanza politico, consiste nel difendersi dagli effetti disastrosi che porta con sé ogni soggettivazione oscura di questa morte.
Rispetto al dio della metafisica, è necessario compiere il percorso attraverso un pensiero dell’infinito che ne dissemina la risorsa sull’intera distesa delle molteplicità qualunque.
Per ciò che riguarda il dio della poesia, è necessario che la poesia sgombri la lingua, sottraendole il dispositivo della perdita e del ritorno.
Presi nella triplice destituzione degli dèi, possiamo già dire, noi, abitanti del soggiorno infinito della Terra, che tutto è qui, sempre qui, e che la risorsa del pensiero è nella pienezza egualitaria avvertita con fermezza, dichiarata con fermezza, di ciò che qui, a noi, avviene
Temo che questa solfa dell’ odio e dell’ amore ce la porteremo dietro ancora per un bel po’ , in tutta la sua insulsaggine. Perfino un gesto spiegabile solo clinicamente, come quello della signorina svizzera che ha fatto franare il corteo di Benedetto XVI, ha offerto il destro al presidente del Consiglio per mettere in guardia contro «l’ odio e l’ estremismo». Che esistano, in Svizzera, centrali dell’ odio? Che addestrino i loro adepti al balzo della transenna? Siamo forse di fronte a un gesto dimostrativo di una svizzera contro le guardie svizzere? E se così non è, perché non rimpiazzare i commenti a vanvera con un aureo silenzio? Gesti come questi (e come quello di Tartaglia) germinano dal rapporto abnorme, malsano, che la società dello spettacolo stabilisce tra le star e gli sconosciuti, tra i Divi e le nullità. Con la politica c’ entrano meno di zero, e se il nostro premier non è obbligato a leggere Guy Debord, o McLuhan, potrebbe almeno farsi ragguagliare da qualche amico psichiatra sulla devastazione mentale che, sui più fragili, l’ ipermediaticità può generare. Ci si occupi di più e meglio della cura della follia, che è un tema affascinante e fuori moda, piuttosto che blaterare di odio e amore come fossero bruscolini.


