Temo che questa solfa dell’ odio e dell’ amore ce la porteremo dietro ancora per un bel po’ , in tutta la sua insulsaggine. Perfino un gesto spiegabile solo clinicamente, come quello della signorina svizzera che ha fatto franare il corteo di Benedetto XVI, ha offerto il destro al presidente del Consiglio per mettere in guardia contro «l’ odio e l’ estremismo». Che esistano, in Svizzera, centrali dell’ odio? Che addestrino i loro adepti al balzo della transenna? Siamo forse di fronte a un gesto dimostrativo di una svizzera contro le guardie svizzere? E se così non è, perché non rimpiazzare i commenti a vanvera con un aureo silenzio? Gesti come questi (e come quello di Tartaglia) germinano dal rapporto abnorme, malsano, che la società dello spettacolo stabilisce tra le star e gli sconosciuti, tra i Divi e le nullità. Con la politica c’ entrano meno di zero, e se il nostro premier non è obbligato a leggere Guy Debord, o McLuhan, potrebbe almeno farsi ragguagliare da qualche amico psichiatra sulla devastazione mentale che, sui più fragili, l’ ipermediaticità può generare. Ci si occupi di più e meglio della cura della follia, che è un tema affascinante e fuori moda, piuttosto che blaterare di odio e amore come fossero bruscolini.

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