La paura

La guerra fa più morti del terrorismo. Quest’ultimo impallidirebbe di fronte a quello che collezionano ogni anno nel mondo la fame, l’influenza, gli incidenti stradali, il colesterolo alto, l’alcool, il tabacco. Ma allora perché noi, grandi mangiatori, viaggiatori autostradali, spreconi, grandi bevitori e fumatori abbiamo paura del terrorismo? Nella vita personale di ogni individuo del mondo (ad eccezione di coloro che abitano nei pressi di Baghdad) la probabilità di morire in un attentato è bassissima. Agli occhi di uno statistico la paura del terrorismo è ridicola. Perché non abbiamo paura di cose che potrebbero annientarci veramente, mentre sentiamo la tensione per episodi che potrebbero quasi certamente non capitarci?

La domanda richiede una risposta che forse solo la storia potrebbe soddisfare a pieno. Posso solo dire che il terrorismo destabilizza l’equilibrio economico e politico, mentre gli incidenti autostradali no. Pare che l’influenza si presenti senza destabilizzare l’attività economico-politica. Tutti questi fenomeni hanno un ruolo come parte di un tutto, senza che quest’ultimo venga intossicato e influenzato significativamente dalle morti per la febbre stagionale, o dal numero di persone morte a causa del fumo. La loro presenza ha un senso. Il terrorismo, come la morte, non ce l’ha. E questo per l’uomo è determinante, più della certezza di morire per cause naturali piuttosto che per un attentato. Il terrorismo ha il suo ruolo nel sistema economico e politico, sia locale che internazionale, ma getta l’individuo singolo in una condizione particolare. Attraverso i media, che rappresentano per noi un piano della realtà significativo, e nella vita quotidiana di un cittadino di Baghdad, si instilla la sensazione che non tutto è al suo posto, qualcosa non quadra. Torno a casa e vengo a sapere che New York è stata bombardata, vado al mercato e perdo una gamba. Ho paura. Paura di cosa? Non della morte. Ma della de-significazione di eventi che, tuttavia, accadono. La morte non ha un senso che valga per la dimensione vitale visto che è il suo annientamento. Allo stesso modo il terrorismo non ha un senso che valga per il benessere e per l’equilibrio economico-politico. Temiamo gli attentati non perché abbiamo paura di morire ma perché instillano in noi la sensazione che c’è qualcosa che non va. Che la ricerca del benessere collettivo ha dei presupposti sbagliati. La strada che l’impero economico e politico moderno sta percorrendo ha un sottofondo indicibile, violento, ingiusto, insostenibile. Il colonnello Kurz lo chiama l’orrore. E il terrorismo erompe come una finestra sull’orrore.

Amev

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