Da sinistra, contro il pensiero debole

Che paese meraviglioso era l’Italia durante il periodo del fascismo e subito dopo! La vita era come la si era conosciuta da bambini, e per trent’anni non è più cambiata: non dico i suoi valori – che sono una parola troppo alta e ideologica per quello che voglio semplicemente dire – ma le apparenze parevano dotate del dono dell’eternità: si poteva appassionatamente credere nella rivolta o nella rivoluzione ché tanto quella meravigliosa cosa che era la forma della vita, non sarebbe cambiata…sarebbero giustamente migliorate soltanto le loro condizioni economiche e culturali, che non sono niente rispetto alla verità preesistente che regola meravigliosamente immutabile i gesti, gli sguardi, gli atteggiamenti del corpo di un uomo o di un ragazzo. Le città finivano con grandi viali, circondati da case, villette o palazzoni popolari dai «cari terribili colori» nella campagna folta.

Pier Paolo Pasolini, Sandro Penna: «Un po’ di febbre», Garzanti, 1973, in Scritti corsari, Garzanti, Milano 2011.

Una bella risposta nostalgica contro il pensiero debole.

S’i’ fosse foco

S’i’ fosse foco, arderei’ il mondo;
s’i’ fosse vento, lo tempestarei;
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
s’i’ fosse Dio, mandereil en profondo;
s’i’ fosse papa, serei allor giocondo,
ché tutti ’ cristiani embrigarei;
s’i’ fosse ‘mperator, sa’ che farei?
a tutti mozzarei lo capo a tondo.
S’i’ fosse morte, andarei da mio padre;
s’i’ fosse vita, fuggirei da lui:
similemente faria da mi’ madre.
S’i’ fosse Cecco com’i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le vecchie e laide lasserei altrui.

La cosa

La verità è che i romani hanno sbagliato tutto. Res Publica. Come si fa a chiamare una cosa così importante “res”, cosa. Cos’è questa “cosa”? Che nome generico! Che sciatteria! Immagino i senatori del VI secolo avanti cristo discutere: “Che nome dare a quella cosa che si fa quando ci si occupa dello Stato?” – “Mmh, si, quella cosa che serve a identificare gli affari pubblici, quella cosa…” –  ”Già, quella cosa…”. Già, quella cosa.

L’ultras ai tempi del Mercato

A sentire le ragioni di un ultras a proposito del caso Genoa, e di tutte le altre contestazioni simili, la sua logica non fa una piega. Alla base di tutto c’è lo spirito di abnegazione: “Io per la squadra do tutto, giro l’Italia con lei spendendo quello che c’è da spendere, in cambio voglio dai giocatori l’attaccamento alla maglia, e quando questi non rispettano la squadra per cui giocano, pensando già al prossimo ingaggio, allora la maglia se la devono togliere”. Tutto giusto, romantico, forte, passionale, vivo, peccato che non c’è niente di tutto questo nella serie A. I giocatori sono liberi professionisti stipendiati e sotto contratto. Nessun “attaccamento alla maglia”, nessuno spirito di sacrificio, tranne poche eccezioni. Ma sono eccezioni.

L’ultras e le squadre di calcio, due mondi troppo diversi: uno con una cultura e una mentalità buona per i campionati dalla serie C in giù, l’altro un’azienda con i suoi dipendenti. Ultras ultimo bastione contro un calcio dominato dal Mercato? Sarebbe bello, ma non è altro che l’ennesima messa in scena della schizofrenia del mercato con la sua totalizzazione, la sua tendenza a fagocitare le opposizioni trasformandole in un altro modo per fare soldi.

Questi due mondi che parlano lingue così diverse, quella degli ultras dagli “antichi valori” e quella delle squadre professioniste con atleti-dipendenti, stanno benissimo insieme. Basta che paghino il biglietto.