L’ultras ai tempi del Mercato

A sentire le ragioni di un ultras a proposito del caso Genoa, e di tutte le altre contestazioni simili, la sua logica non fa una piega. Alla base di tutto c’è lo spirito di abnegazione: “Io per la squadra do tutto, giro l’Italia con lei spendendo quello che c’è da spendere, in cambio voglio dai giocatori l’attaccamento alla maglia, e quando questi non rispettano la squadra per cui giocano, pensando già al prossimo ingaggio, allora la maglia se la devono togliere”. Tutto giusto, romantico, forte, passionale, vivo, peccato che non c’è niente di tutto questo nella serie A. I giocatori sono liberi professionisti stipendiati e sotto contratto. Nessun “attaccamento alla maglia”, nessuno spirito di sacrificio, tranne poche eccezioni. Ma sono eccezioni.

L’ultras e le squadre di calcio, due mondi troppo diversi: uno con una cultura e una mentalità buona per i campionati dalla serie C in giù, l’altro un’azienda con i suoi dipendenti. Ultras ultimo bastione contro un calcio dominato dal Mercato? Sarebbe bello, ma non è altro che l’ennesima messa in scena della schizofrenia del mercato con la sua totalizzazione, la sua tendenza a fagocitare le opposizioni trasformandole in un altro modo per fare soldi.

Questi due mondi che parlano lingue così diverse, quella degli ultras dagli “antichi valori” e quella delle squadre professioniste con atleti-dipendenti, stanno benissimo insieme. Basta che paghino il biglietto. 

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