Capitalismo ruffiano

Che sia chiaro: inquinare a casa propria e piantare alberi a 10mila chilometri non è ecologia. Se mettessi a bruciare plastica dal camino di casa mia e contemporaneamente circondassi l’abitazione con una foresta pluviale sarei un ecologista? L’esempio non sarà proporzionato ma il principio è lo stesso. Internazionale ha avviato una politica verde per cui ad ogni nuovo abbonato sarà piantato un albero in Niger. Il motore di ricerca Ecosia finanzia con la maggior parte del suo ricavato un progetto Wwf in Amazzonia. Per non parlare delle campagne verdi gialle e rosse delle case automobilistiche. Tutte belle cose, per carità, ma non tiriamo in ballo l’etica verde e la sostenibilità. Per carità. Fa tanto capitalismo ruffiano.

Tecnicamente si può già parlare di dittatura. Forse non ce ne siamo accorti perché siamo abituati ai colonnelli greci o alla giunta militare cilena. Ma quello che conta è la sostanza, non la forma. Oggi è inutile mandare i carri armati per prendere il controllo delle principali reti televisive, basta cambiare i direttori. Non c’è bisogno di annunciare la sospensione di giudici e tribunali, basta ignorarli. Non vale la pena di nazionalizzare le più importanti aziende del paese, basta una telefonata ai manager che risiedono nei consigli di amministrazione. E l’opposizione? E i sindacati? Davvero c’è chi pensa che questa opposizione e questi sindacati possano impensierire qualcuno? Gli unici davvero pericolosi sono i mafiosi e i criminali, ma con quelli ci si siede intorno a un tavolo e si trova un accordo. Poi si può lasciare in circolazione qualche giornale, autorizzare ogni tanto una manifestazione. Così nessuno si spaventa. E anche la forma è salva