La cosmogonia di Ceram

Un disegno di albero di banana

Un disegno di albero di banana

Secondo un mito sulle origini del genere umano raccolto nell’isola di Ceram (Molucche) la pietra voleva che gli uomini avessero un braccio solo, una gamba sola, un occhio solo, e fossero immortali; l’albero di banane, che avessero due braccia, due gambe, due occhi, e fossero capaci di generare. Nella disputa l’albero di banane ebbe la meglio: ma la pietra pretese che gli uomini fossero soggetti alla morte.

Carlo Ginzburg, Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Einaudi, Torino 2008, p. 223.

Non c’è paragone

Non si paragona. E’ inutile paragonare gli atleti viventi a quelli passati col metro del “migliore”. Mi ricordano i litigi delle elementari tra chi diceva che Superman volava con i pugni chiusi e chi con la mano aperta. Tomba o Razzoli? Carnera o Cassius Cly? Alessandro Magno o Napoleone? Si elencano i trofei per poi rendersi conto che non è quanto hanno vinto ad averli resi dei miti, ma tante altre cose insieme. Non si paragona perché non c’è niente da paragonare. Dovremmo strapparli dal loro periodo storico e portarli in un non-luogo in cui finalmente si affronterebbero in un match finale. E poi? Messi ha spiegato benissimo questo nonsense. All’ennesimo paragone ha risposto: “Non riuscirò ad arrivare ai livelli di Maradona nemmeno tra un milione di anni. Io penso solo a me stesso, non ho alcuna intenzione di paragonarmi a lui”. Se ne frega del paragone. Non si può chiedere a un atleta vivente quanto somigli al suo mito. Così gli si chiederebbe di essere lui il suo proprio mito: una spersonalizzazione. Messi dovrebbe sacrificare la sua identità di calciatore-con-il-suo-passato alla figura di Maradona. Essere Maradona. Il Nuovo Maradona. Ma invece messi è Messi, “pensa a se stesso” e tra 20 anni sarà ricordato come “Messi”, una parola con un significato ancora più pregante di quanto lo sia ora. E poi, personalmente, godere di ben due miti invece di uno non è meglio?