La privacy come istinto di morte

Thomas Hobbes

Thomas Hobbes, che ha inventato la privacy ma non la NSA

E quindi ci si chiede com’è possibile che nessuno si sia accorto che si volesse suicidare. Un po’ come chiedersi se quello ha fame. Che ne so, chiediglielo. Un po’ come se uno psicologo affermasse che i suicidi mettono i cartelloni prima di farlo.

Da adolescente persi un amico. Morì da solo, senza scarpe, sotto un treno, e ci sorprese tutti. Certo non si portò con sé nessun’altro, il delirio non ha avuto quel qualcosa in più che porta con sé un suicidio-strage come quello di Andreas Lubitz. Ma la domanda resta la stessa: perché nessuno se n’è accorto.

È molto probabile che uno dei passeggeri sull’autobus dove viaggiate abbia pensato almeno una volta di farla finita, magari l’autista. Se tracciate un raggio di un centinaio di metri in un quartiere affollato state sicuri che al proprio interno ci sarà tutta la fauna della psichiatria. Gente con la quale magari scambiate due battute al bar la mattina.

Perché nessuno se n’è accorto? La domanda rivela il segno dei nostri tempi. È una domanda-lapsus che ne nasconde un’altra più sincera: perché non possiamo non sapere chi sono tutti così da mantenere alla larga gli psicotici? Sapere tutto di tutti, cosa fanno, dove vanno, ma soprattutto cosa potrebbero fare a noi. Ecco un delirio molto più grande di quello di Lubitz.

È un terreno scivoloso nel quale coagulano le impellenze di questi tempi, in cui una medaglia mostra da un lato la necessità di nascondere la propria identità per tutelarla, dall’altro la necessità di mantenerla esposta proprio per tutelarla. Un’ambivalenza costitutiva del concetto stesso di privacy, un termine di qualche secolo, nuovissimo se paragonato a una storia della società vecchia di qualche millennio che della “privacy” se n’è sempre fregata.

Nella società dei metadati di oggi c’è l’esito estremo di quello che nel XVII secolo era posto ai suoi antipodi, come quella necessità di tutelare l’individuo dallo strapotere dello Stato che lascia vivere e fa morire. Oggi si dice che lo Stato, o forse proprio l’assenza di esso, non lascia più vivere e far morire ma lascia morire e fa vivere, ma non è in fondo la stessa cosa? L’esercizio struttural-retorico di questa quadriga foucaultiana (lasciare/fare-vivere/morire) mi ha sempre confuso, perché nella mia testa me la sono sempre raffigurata come una giustapposizione, quando il movimento è dialettico. Lo strapotere sull’individuo non è in contraddizione con la necessità di tutelarlo: l’uno è il rigurgito dell’altro perché se devo difendere l’individuo dal pubblico (di individui) devo sapere tutto di lui. Invaderlo per tutelarlo, distruggerlo per conservarlo.

Privacy è un confine autoincludente tracciato dall’individuo stesso, un’auto-immunizzazione dall’esterno che come un abuso di antibiotici ti rende immunodeficiente. Il confine, essendo artificiale, deve essere ridefinito costantemente, altrimenti svanirebbe.

Ma la vita, al cui interno risiede l’individuo, è proprio ciò che maltratta i confini. Come disse magnificamente Hans Jonas, vita è quell’oggetto in cui il rapporto tra interno ed esterno è indeterminato, che lascia uscire ed entrare qualcosa, tutto il contrario di quello che si vuole sia la polizia di frontiera, a cui qualcosa, ineluttabilmente, sfuggirà sempre. Defecare, godere, mangiare, respirare fanno la differenza tra una pietra e un organismo, e sono tutte azioni che implicano un’indistinzione tra interno ed esterno. L’assenza di uno solo di questi atti rende impossibile la vita stessa (se non si fa sesso ci si masturba). Nella vita c’è la messa in discussione di quella traccia che segna il confine tra ciò che è io e non-io. Individuo – inteso come quella cosa di cui possiamo conoscerne scientificamente l’oggetto – e vita si escludono a vicenda. La vita è ciò che trasforma il confine tra interno ed esterno in un’area, un campo magnetico.

Perciò un mondo “più sicuro”, come ormai si filastrocca dall’11 settembre del 2001, un mondo in cui possiamo sapere tempestivamente se quel pilota sta per fare una strage, se quell’emarginato è un terrorista, è un delirio di onnipotenza, un’enorme presa per il culo. Se la vita è proprio questa esposizione alle intemperie del mondo, sforzarsi di “tutelarla”, con la catalogazione delle vite di tutti, è frutto o dell’ignoranza o di un secondo fine (e la banalità del male ci insegna che l’atto malvagio non avviene nell’ignoranza né nella consapevolezza, perché il piano in cui si muove la moralità non è quello gnoseologico).

“Sicurezza” in politica è la volontà di esercitare un potere, il cui modo è quello dell’egemonia e il cui strumento è il controllo, il catalogo: delle cose, delle persone. In questa folle volontà di archivio rientra anche la vita, catalogata nel “diritto all’umanità”, un diritto magnifico e terribile che inventa umanità, rendendo a tal punto artificiale la natura dell’essere vivente da poter legiferare anche sul suo destino.

Per cui se la vita è ciò che determina l’impossibilità di stabilire confini, la privacy, con la sua ossessione di mantenere confini certi, di sapere in anticipo come un precog o un mentat cosa farà Andreas Lubitz, non è che un istinto di morte.

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