L’Utopia di Google

Il caso diplomatico scoppiato tra Stati Uniti e Cina in seguito alla reazione di Google di fronte alla censura del governo di Pechino è un classico esempio di liberalismo “sano”, quello che piaceva tanto ai teorici dell’economia del XIX e XX secolo. Non è vero che le azioni di google si fondano su principi etici. «Non capita spesso che una multinazionale metta le questioni etiche al di sopra dei suoi interessi commerciali» leggevo su un editoriale di Le Monde. E’ vero il contrario, anzi, è vera solo una cosa: le contromisure di Google all’ingerenza cinese sono spinte da interessi commerciali. Pechino viola come nessuno i server del’impresa di Montain View, minaccia costantemente la privacy dell’azienda e degli utenti che fruiscono dei suoi servizi. Tutto ciò non è tollerabile, Google rischia un serio danno alla sua immagine con pesanti ripercussioni sulla fiducia dell’utenza (e sugli introiti). Per questo ha minacciato di andarsene dalla Cina. Ma non è una mossa dettata da ideali di uguaglianza e libertà, semmai si tratta di un drastico cambio di strategia. Sempre su Le Monde leggevo che per entrare nel «gigantesco mercato statunitense, nel 2006 Google ha accettato un controllo politico sul suo motore di ricerca, pensando che la sua sola presenza nella rete cinese, anche se controllata, avrebbe compensato gli effetti della censura». Le cose sono cambiate e ora all’azienda non conviene più accettare questo compromesso. L’effetto di tutta questa situazione è positivamente importante, positivamente liberale. Abbiamo un ente, google, con un peso significativo sulla società (come lo erano le prime banche moderne del XVI secolo, le prime fabbriche tessili nella seconda rivoluzione industriale, l’industria dell’automobile negli anni ‘50), a cui non conviene più un determinato mercato perché rischia di ripercuotersi sulla sua intera utenza. Indirettamente (e qui sta tutta la potenza contraddittoria, miracolosa e catastrofica della realtà liberale) la contromossa di google spinge il governo di Pechino a chiedersi quanto gli convenga il rischio della perdita dell’unico motore di ricerca di internet, quindi quanto valga il fortissimo controllo censorio sulla rete internet nazionale. Non stiamo parlando di bruscolini, è in gioco parte dell’identità politica della Cina, ma per ora Pechino è inflessibile.

L’autoritarismo cinese non è in crisi, ci mancherebbe, eppure abbiamo di fronte l’incontro (forse fortuito) di interessi economici e politico-sociali. Google è un’azienda etica, non nel senso che rispetta l’ambiente ma nel senso che ha una sana etica che regolamenta l’organizzazione societaria e il suo rapporto con gli utenti e sicuramente non sarebbe così stupida da esportare la democrazia e i principi di uguaglianza e libertà in Cina, queste cose lasciamole agli Stati Uniti.

Amev

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