Joker favoleggia sulle cose serie. C’era una volta a…Hollywood le prende seriamente

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Margaret Qualley e Brad Pitt in una scena di “C’era na volta a…Hollywood (via)

Più di Joker, ho trovato che sia stato C’era una volta a…Hollywood il film che ha fatto i conti con più serietà con la nostra voglia di emancipazione. È facile celebrare la ribellione anarchica dal punto di vista degli ultimi (spoiler: fallisce sempre), più difficile è smontare l’immaginario che lo accompagna. Il cinema con l’immaginario ci fa i conti, li smonta e li rimonta, il fumetto li edifica.

Joker di Todd Phillips è una fan opera magistralmente recitata da un attore che ha portato nella violenta New York/Gotham City il suo schizofrenico Freddie Quell di The Master. Un film che accontenta le aspettative dello spettatore e non sorprende, non turba, non fa riflettere. Compiace come un fumetto di Frank Miller. Si regge su un solo attore, come Martin Eden di Pietro Marcello. È responsabile di un’apocalisse culturale, il Leone d’Oro (vedremo altri 40 film intimisti sui villains dei fumetti?). Indugia e dura più del dovuto, cita Durckheim in sociologia, Scorsese in Taxi driver e Re per una notte, Kubrick in Arancia Meccanica. Hanno tutti ragione. A un certo punto Arthur non gliela manda a dire a Murray, prima di spararlo, casomai non si fosse capito nell’ora e mezza precedente: se a un malato di mente appena al di sopra della soglia della povertà gli togli l’assistenza sanitaria questo acquista fiducia in se stesso e diventa un fichissimo criminale psicopatico.

Joker celebra l’impotenza della ribellione anarchica, la sua impossibilità. L’inattualità della ribellione, della protesta. La sua riduzione a performance estetica, a un’attività performativa. Joker è l’estremismo delle folk politics. Ti emancipa come una groupie di una band metallica. La ribellione come uno show. Come in La haine di Kassovitz, non resta che il vandalismo. La sollevazione di classe non esiste più, l’emancipazione è un’esperienza soggettiva fortuita che nulla trasforma di ciò che ci circonda. L’autorità vince sempre. Il Joker di Phillips è un serial-killer sociopatico senza empatia, leader politico a sua insaputa. In piedi, sopra l’automobile, osannato dalla folla, dopo essersi disegnato un sorriso di sangue sulle guance, finisce nella prigione psichiatrica di Arkham Asylum, da dove comanderà, in un epilogo che segue i solchi narrativi di The Killing Joke (Moore) e Arkham Asylum: A Serious House on Serious Earth (Morrison). Phillips ha studiato bene. È ruffiano nell’accarezzare quell’irresistibile voglia della società moderna repressa di sfasciare tutto come un ragazzino. Nell’accarezzare l’idea di ribellione come fosse un capriccio. Joker è il solipsismo dei drughi (droogs). Nella società moderna, più povera di ieri e più ricca di costose tecnologie, non resta che la farsa della protesta. Magari Batman metterà a posto le cose.

Esci dal cinema compiaciuto di come hai assistito alla messa in scena della fragilità del patto sociale. Quando i pazzi sono lasciati a sé stessi, e dagli ospedali sconfinano nelle strade, distruggono in un attimo tutto ciò che è stato accuratamente protetto e immunizzato, rivelando un’immensa precarietà. Foucault aveva ragione, la segregazione dei pazzi ha fatto sparire i giullari, gli scemi del villaggio, permettendo di istituzionalizzare la coercizione e liberalizzando l’autorità. La società è tappata, non sfiata. Ma dobbiamo stare al sicuro, i normali da una parte, gli a-normali dall’altra, salvo ridefinirli a ogni nuova generazione. Roba da diventar matti. Phillips, seguendo la strada tracciata da Moore e Morrison, ci racconta la vita di chi non farà mai parte della nostra opulenta e schizofrenica società del benessere precario. Gente invisibile, irrappresentabile, presentabile solo come una smorfia, un giullare sadico. E una volta palesata, per piacere fuori dai coglioni.

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Joaquim Phoenix e Zazie Beetz (via)

V for Vendetta è la ribellione terrorista pensata per distruggere una società fascista dalle fondamenta, con l’incognita (tipica degli ultimi 200 anni di storia degli Stati nazione) di cosa costruire dopo. Joker è la festa per una ribellione senza fiducia verso una società che non ti vede.

Tarantino, forse meglio di Phillips, ha fatto i conti con l’immaginario emancipante della società. Once upon a time…in Hollywood mette sul piatto tre cose: la gioia della recitazione, la libertà dell’hippie, la crescita economica trainata dall’industria dell’intrattenimento. E le smonta. Tre cose che una volta osservate con attenzione si rivelano ben più complesse dei giudizi stereotipici con cui vengono edulcorati. Già nel 1969 gli attori avevano il catarro e il fegato malandato, una professionalità precaria, una personalità fragile, zero valori familiari; il libertinismo della summer of love è stato per definizione storica la celebrazione dell’edonismo, più vicina a un Lorenzo De Medici e un Marchese De Sade che a un Martin Luther King; infine l’entertainment, il populismo che ti entra nel cervello e ti infetta la visione del mondo. Come raccontare questo orrore?, come una favola, c’era una volta. Sono cose troppo serie da permettersi di raffigurarle per quello che sono. Ma soprattutto sono cose che non vogliamo vedere per quello che sono. Il cinema arriva e ti fa fesso. Tarantino smaschera le favole mentre Phillips favoleggia sulle cose serie. Un personaggio monodimensionale in Philips, che si staglia con un tratto di china, fulmineo, devastante; tanti monodimensionali che rosicchiano le tue certezze culturali glorificandole, con Tarantino. Questo emoziona meno e fa ridere di più, quello è molto serio nell’edulcorare la vittima in una commedia dell’arte. Sotto questo punto di vista Tarantino, notoriamente conservatore (della cultura cinematografica) e per questo gran conoscitore del nostro immaginario, fa un film retromaniaco ma più progressista del Phillips che ti racconta la paralisi di questo nostro presente senza futuro.

La terribile verità del sogno americano viene svelata ad agosto del ‘69 ma ci rifiutiamo ancora oggi di dichiararlo morto, come un comico nevrotico mandiamo avanti il nostro sogno irrealizzabile. L’hippie è figlio della società dei consumi, è ribellione della classe media, emancipazione individualista, ascetismo urbano. L’attore è un lavoratore di teatro iperproduttivo, baciato dalla proporzione delle forme, con un senso dell’arte frammentato nei ciak. C’era una volta a…Hollywood celebra con larghi sorrisi senza edulcorare, senza celebrare il massacro di Cielo Drive, senza accontentare il nostro voyeurismo. Un buon film è una buona seduta di terapia e non accontenta i tuoi desideri. Più efficace è raccontare la quotidianità di un’attrice di seconda categoria, così da provare empatia e comprendere, ancora di più di quanto sarebbe stato possibile in una scena gore, la cosa immonda che l’è successa. Così le si rende giustizia.

Ora, la domanda è: dov’è più facile, immedesimarsi in questa mamma sessantottina, una bella attrice sposata con un ricco regista, o in un malato di mente sociopatico?