Post-verità non è il contrario di fact-checking

È se l’epoca della post-verità – lo sguazzar dolce e consapevole nel mar delle cazzate – fosse stata in qualche modo sospinta dall’ossessione per il fact-checking?

L’intuizione mi viene da questa immagine vera con didascalia post-veritiera:

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La quantità di cazzate che dice è scientifica, tutt’altro che sibillina. La sintassi è regolare e quello che argomenta (ne siano esclusi gli etologi) è perfettamente credibile. Tutto totalmente inventato e tutto totalmente credibile. Un taglio estetico a queste stesse parole avrebbe avuto un effetto decisamente più onesto e poetico:

Immaginiamo che questa bella immagine di un branco di lupi in viaggio sia la fotografia di un gruppo sociale utopico dove, dalla testa alla coda, i più deboli capeggiano la fila, i più forti subito dietro, i più fecondi al centro e il leader, come nelle carovane, alla fine. Non sarebbe un bel quadretto? Non ci farebbe ben sperare di fare altrettanto nella società umana? Purtroppo una composizione di questo tipo darebbe ben poche speranze di sopravvivenza a un branco di lupi. Questo significa che anche noi dovremmo abbandonare i più deboli per sopravvivere? Lasciar naufragare gli immigrati in mare per vivere al sicuro? Tutto al contrario, nelle società umane le cose possono andare diversamente: la potenza dell’uomo è proprio questa sua capacità di andare contro natura, contro la legge di natura.

Non male eh? Bastava dire questo per esprimere la stessa cosa: il desiderio di sentirsi protetti e nello stesso tempo capaci di fronteggiare le avversità. Proteggere i deboli senza indebolirsi. Essere di sinistra senza perdere vigore. Non è un caso che il post l’ho trovato nella bacheca di una mamma incinta. Purtroppo, come riferisce la CNN, la foto è solo un branco – guidato dalla femmina alpha – di 25 lupi timberwolf a caccia di bisonti nel nord del Canada che viaggia su un’unica fila attraverso la neve per risparmiare energie. Stop. Il resto sono proiezioni di angosce personali, figlie dell’epoca del trionfo della solitudine. Così cerchiamo barlumi di associazionismo gerarchico nei lupi, e se non li troviamo ce li inventiamo, sti cazzi che se fossero veri comporterebbero l’estinzione di tutti i lupi, assiderati dal freddo e dalla fame a seguire un trio di moribondi mentre il leader langue nelle retrovie.

Mammamia sempre in prima linea tutti quanti…vabbe anche se irreale dovrebbe essere così. Domani inizio una campagna tra i lupi per insegnarglielo!!!

Risponde la postatrice dell’immagine dei lupi a chi le spiega, con le prove, che si tratta di una bufala.

Dovrebbe essere così. Non c’è frase migliore per spiegare la post-verità. Dovrebbe essere così nella società umana, che vive in città e si ripara dal freddo, no di certo in un branco di lupi, poveretti.

Anche il fact-checking puro, l’ossessione per la verifica, è di per sé una bufala, un’ossessione appunto. Non esiste l’articolo totalmente veritiero. In ogni pezzo ci sarà sempre un’imprecisione, un non detto, un’approssimazione. È naturale. È impossibile strutturare un articolo in una totalitaria verità assoluta. L’unico modo per farlo è esperire il fatto, trovarsi davanti a ciò che accade. Fact-checking, quindi, di per sé, è un nonsense: si verificano sempre parole che riferiscono fatti, mai i fatti. Una delle prime cose che ti insegnano alla scuola di giornalismo (non è assolutamente vero, ma dovrebbe essere così) è che non esiste l’articolo vero. Questo non significa che gli articoli sono falsi. Significa che la verità si trova soltanto fuori dalla finestra e quando leggi il giornale, considerando che chi scrive è bravo e in buona fede, puoi solo limitarti a sapere ciò che è accaduto, senza esperirlo, senza vederlo. E non è poco. Ci si deve fidare di chi scrive, non tanto come si avrebbe fede in dio quanto come si crederebbe a un articolo scritto bene. Non sarà la Verità ma sarà certamente vero ciò che riferisce di accaduto. Hegel ha scritto che la lettura del giornale è una sorta di preghiera mattutina, ovvero che il quotidiano, il culto dei fatti accaduti, dei media, ha sostituito la chiesa. Rendiamoci conto dell’incredibile intuizione profetica che ha avuto un tizio vissuto nel XIX secolo (non è profetica: probabilmente già nel XIX ci abboffavamo di media, altrimenti non l’avrebbe potuto pensare).

È più facile di quello che sembra verificare l’attendibilità di un articolo, capire se quello che leggi è una cazzata o meno. Tornate un po’ più su e andate a leggere che ho scritto poc’anzi: RIFERISCE LA CNN, significa che ti sto dicendo che quello che è accaduto (una foto) esiste e puoi andare a verificarlo tu stesso. Perché io giornalista credo in te, caro lettore, ti rispetto e ti reputo una persona intelligente. In sostanza, basta soffermarsi su due cose per capire se un articolo è attendibile o meno: la sintassi e la fonte, se scrive bene e riferisce (“dichiara tizio”, “secondo una ricerca di”, “afferma caio”) quello che sostiene a qualcuno o qualcosa di facilmente googlabile, l’articolo state certi che è attendibile. La didascalia post-fattuale della foto dei lupi rispetta il primo criterio ma non il secondo: è scritta bene ma non mi dice assolutamente nulla su whowhenwhy, where (what lo dice la foto). Chi ha detto sta tiritera sui malati d’avanti, i forti subito dietro, le femmine al centro e il leader in coda? Dove sta scritto, dov’è stato proclamato?, quando è successo? Perché me lo dici? Se in un articolo non c’è risposta per lo meno a tre di queste cinque W state certi che è una cazzata.

Pugnette, non fatti
I trollisti del web, i pigroni polemici sono dei nietzschiani perversi: non credono nei fatti ma solo nelle interpretazioni che gli fanno comodo. Ma Nietzsche affermava questa cosa in un senso del tutto diverso. Non esistono fatti ma solo interpretazioni significa essere consapevoli di essere dei soggetti, che tutto ciò che accade passa attraverso un resoconto, un racconto, un filtro soggettivo. Questo non significa che tutto ciò che accade è impossibile da comprendere perché passa sotto la lente dell’interpretazione ma, al contrario, che tutto ciò che accade è perfettamente comprensibile perché interpretabile, e pure in modo corretto, arricchito inoltre dall’esperienza soggettiva di un’esperienza vissuta. Significa che la verità non è solo vera, pura, fattuale, nuda, morta come un’oggetto, ma anche viva grazie a chi la proclama, la afferma, la sostiene. Ma il nietzschismo perverso dei post-veritieri dice addio ai fatti e dà il benvenuto alle invenzioni.

Comunque, in conclusione, quello che volevo dire all’inizio di questo post è che l’ossessione in sé per il fact-checking potrebbe portare alla post-verità (non il fact-checkin in sé, che è sacrosanto, ma l’ossessione) seguendo questa parabola: il fact-checker ossessionato dalla verifica scopre che è impossibile totalizzare la verità in un articolo e così, invece di accontentarsi del resoconto, si converte disilluso alle bufale perché tanto “la verità non esiste”. Ma aveva solo capito male che cos’è la verità dei fatti quando questi non ti accadono davanti agli occhi ma ti vengono soltanto riferiti.

Il punto è che c’è un’approssimazione intrinseca alla verità quando si raccontano i fatti, un’interpretazione appunto. Si è solo capaci di sfiorare la verità quando si parla, e già questo basta a capire cos’è successo davvero, a fare giornalismo. Pensate allo sfiorare il fuoco: è già una bella esperienza veritiera del fuoco, non serve che ci si bruci, giusto? Il giornalismo non racconta la verità, quella è fuori dalla finestra. Il giornalismo è l’esperienza di quello che succede e che non vedi l’ora di raccontare a qualcuno senza dimenticare mai di riferire le fonti. Perché chi ascolta va rispettato.

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