Iñárritu e la suggestione della Frontiera

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Un secolo dopo gli eventi, il Milwaukee Journal pubblica un articolo sulle gesta di Glass (via)

La vendetta è come il senso di colpa: persiste. Non è vero che è una cosa che deve diventare fredda, è sempre stata fredda. Non va servita, non si può servire, non c’è niente da servire. Niente colmerà il vuoto, niente ripara. Non c’è debito da onorare, c’è soltanto il debito.

Fitzgerald è chiaro: niente riporterà indietro il figlio di Hugh Glass come niente cancellerà l’espropriazione dei nativi e il loro sterminio. Non c’è vendetta, c’è solo quel cumulo di ossa che sogna Glass. Non c’è niente da guardare, solo orrore, niente che si possa riparare. Si tratta di torti che sono successi, che non possono più andare diversamente, sono già successi. Non c’è vendetta, anche quando è compiuta: persisterà sempre il fatto che sarebbe potuta andare diversamente.

[Da qui la sana pratica dell’oblio. La rinuncia alla vendetta, al persistente e infestante morto vivente, comporta il perdono, ma non nei termini dell’opportunistico perdoniamoci, piuttosto è soltanto una delle parti che perdona, e bisogna sperare che lo faccia].

Iñárritu è l’entusiasmo per il cinema. Ti entusiasma per il cinema. Un entusiasmo che, come mi hanno fatto notare, è il suo punto debole.

Il cinema è Frontiera. Per quanto sia nata in Europa, per quanto si possa fare cinema anche con le storie del Vecchio continente, è nel Nuovo che accade la magia di un’immagine movimento che si fa arte. Forse sto esagerando, ma alla fine cos’è che emoziona di più su grande schermo dell’evocazione mistica dell’alterità coloniale? «Proprio perché fa così tanto per il cinema – mi spiega un amico – Iñárritu potrebbe fare di più, anzi dovrebbe fare di meno. Non mettere in mezzo una moglie e un figlio. Meno giustapposizioni di storie e più racconti per immagini. Cuarón, un altro messicano, fa la stessa cosa in Gravity piazzando l’ironia di Clooney e la voglia di tornare dalla famiglia. Tutti abbiamo una famiglia. L’astronauta ha la terra sotto di lei, su cui cerca disperatamente di rimetterci i piedi, perché banalizzare la cosa con la famiglia?».

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Al posto del figlio, Iñárritu avrebbe dovuto mettere in scena l’Anstadt del trapper. «Quel fucile – scrive Punke – era l’unico lusso che si fosse mai concesso e, quando strofinava il grasso nel sensibile meccanismo a molla del grilletto, lo faceva con la tenera premura che altri uomini avrebbero riservato a una moglie o a un figlio». Il discorso è chiaro: il fucile sta a Glass come un figlio a un padre. La questione dei nativi sarebbe stata più autentica se fosse stata presentata così, con questo fucile-figlio piuttosto che con un figlio meticcio di madre Pawnee che, seppur verosimile, appare inverosimile per un cacciatore che vive di rivendita all’ingrosso di pellicce. Iñárritu sottovaluta lo spettatore e vuole essere proprio sicuro che abbiamo capito cosa rappresenta lo straordinario ritorno di Glass, il bianco che ha strisciato, zoppicato, camminato e rincorso i suoi creditori senza riuscire alla fine a essere ripagato, come nella maggior parte delle vendette. Una storia con protagonista la natura, i trapper, i coloni e i selvaggi piuttosto che il confortevole binomio natura-cultura/famiglia tanto caro a Hollywood.

Ci sarebbe quindi poco spazio per la Frontiera in Revenant. Iñárritu non mostrerebbe Frontiera ma solo le virtù del cinema. Revenant starebbe a Barry Lyndon come Interstellar 2001:Odissea nello spazio: a differenza del maestro, non si mettono in scena le suggestioni ma si suggestiona soltanto.

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One Comment

  1. un tempo leggevo questo forum con interesse.
    a quanto ho capito l’autore è un profugo iraniano di razza nubiana.
    Ma da un pò di tempo si è politicizzato troppo, sempre a parlare di razze,supremazia, e complotti sionistici !
    no, davvero ! non ci siamo !
    peccato perchè poi l’autore è un pervertito proprio come me !!!

    Rispondi

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