Diritto all’omosessualità o alla sessualità?

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Il dibattito mondiale sui diritti dei gay fa un altro passo da gigante: alcuni artisti che amano vestire di marca boicotteranno una famosa marca di vestiti fondata da un’ex coppia omosessuale.

L’appiccico su twitter e instagram di Courtney Love ed Elthon John contra le dichiarazioni di Domenico Dolce in un’intervista su Panorama dona un tocco glamour al dibattito sui “diritti dei gay”. È un segno di questi tempi dove la privacy è scoperta come un guanto rivoltato, esposta alle intemperie e alle infezioni, e lentamente sparisce come una ferita cauterizzata. Per cui se hai un’opinione tua personale e la dici a un giornale diventa subito una questione ideologica. È il piano politico e privato che fa cortocircuito. Cazzo devi essere d’accordo nel dare ai gay il diritto di sposarsi e avere figli, si porta, altrimenti sei una merda bigotta. «Saremmo contrari alle adozioni gay. Non è vero. Domenico – lo difende Stefano Gabbana – ha semplicemente espresso la sua opinione sulla famiglia tradizionale e sulla fecondazione assistita. Altri fanno scelte diverse? Liberissimi». Ora non lo so quanto è opportunista sta difesa del socio in affari, non so se lo stilista Domenico Dolce è così illuminista da essere pronto a vivere in un mondo dove le coppie gay hanno un figlio pur volendo vivere in un mondo dove esiste solo la famiglia tradizionale. Una posizione di questo tipo, così tollerante, è difficile da mantenere nel mondo di oggi così intollerante. Se c’era bisogno di dirlo, la sua posizione è ovviamente una paraculata visto che i consumatori di prodotti D&G sono anche omosessuali omofobi per cui bisogna stare attenti alle vendite.

Ma Domenico Dolce, nell’intervista oggetto di scandalo per Sir John, dice una cosa interessante: i figli di una coppia omossessuale sono «artificiali» (synthetic). Il che è un’affermazione filosofica, antropologica, più che bigotta. Senza dilungarmi troppo, c’è un’artificialità connaturata alla specie uomo, si pensi al mondo simbolico del senso e del linguaggio che lo emancipa dalle necessità naturali e insieme lo danna. Una natura dell’uomo che proprio nella fecondazione assistita, artificiale, spunta fuori come un’istanza che brucia e fa male, perché ancora non ci abbiamo fatto i conti. Domenico Dolce, filosofo della natura suo malgrado.

Questa polemica fashion solleva un problema non da poco: un mondo che riconosce famiglie omosessuali è un mondo più giusto? È una domanda parziale, mal posta, la stessa che si pongono Elton John e Courtney Love. Lo so, c’è l’insopprimibile voglia di rispondere “sì!”, ma stiamo attenti, non per essere omofobi o di quelli per cui ci sono “problemi più importanti”, ma perché in genere quando rispondiamo entusiasti a domande così facili in realtà abbiamo già l’ano inumidito di vasellina. La questione della sessualità è centrale, ma è solo strumentale se viene posta così, mancando di un pezzetto fondamentale: cos’è una società giusta, uguale? La risposta della logica è secca: non è una società giusta quella che dà diritti ai gay, ma una società giusta e uguale darà necessariamente un diritto universale a vivere la propria sessualità.

Fa figo supportare i diritti dei gay, ma quanto siamo disposti ad andare al fondo di una questione superficiale come i “diritti dei gay” e approdare alla questione capitale: come la politica deve gestire i corpi e la sessualità. Una società che riconosce matrimoni omosessuali non è il segno di una società democratica, se questa è la stessa società che decide anche quando devi partorire; che dà un “libero uso del corpo” sposando i gay e insieme garantisce prosperità a un pugno di società informatiche nel gestire le nostre identità reali in un formidabile flusso di metadati; che ti permette di acquistare qualunque cosa da qualunque parte del mondo comodamente seduto sulla tua sedia da ufficio grazie a un esercito di schiavi che garantisce una logistica della distribuzione impeccabile (è facile poi dire che le poste italiane fanno schifo). Così facendo i pregiudizi atavici sull’omosessualità vengono distrutti solo sul piano istituzionale, lasciando intatte le resistenze culturali, e la libertà di Salvini di esistere.

Viviamo insomma in un mondo profondamente disuguale nel quale una parte del mondo ricco lotta per il diritto a farsi riconoscere la sessualità dal comune di residenza. Il fatto non è che non è democratico un mondo che riconosce diritti ai gay ma, al contrario, è soltanto in un mondo democratico, libero e uguale, dove il governo dei corpi è limitato, la ricchezza ben distribuita, che ognuno è libero di vivere la propria sessualità. La questione è la società libera e uguale, non la libertà di una società di riconoscere quello che gli pare. E no, o l’emancipazione è universale o non è emancipazione, ciccio, altrimenti sembra che la scelta è soltanto tra la posizione “fascista” di Elton John e quella ipocrita degli stilisti italiani.

La coazione a ripetere delle polemiche fashion sui diritti dei gay è il sintomo di una resistenza, il fatto che la questione della sessualità non viene nemmeno sfiorata, ridotta com’è a una questione puramente politica, di classe. Elton John e il suo agente attuano un efficace marketing comunicativo, boicottano stilisti omosessuali omofobi, sperando di sensibilizzare l’opinione pubblica verso un maggior riconoscimento dei diritti dei gay. E il piano culturale, ovvero la persistenza, nel privato – come per Domenico Dolce che, educato alla maniera cattolica, non può sopprimere l’idea che amare lo stesso sesso è peccato – di preconcetti e condizionamenti resta irrisolto. Elton John, che con le sue splendide canzoni e il suo stile contribuisce allo stereotipo del gay (il gay si veste un po’ come Elton John, no?), avrà le sue ragioni, personali, di ottenere i diritti di una coppia gay benestante. Ma la società e le sue libertà, la politica e la sua pratica sono qualcosina di più di tutto questo.

Il problema è che si crede che solo la politica debba occuparsi della sessualità. È una cosa tragica, perché vuol dire che accettiamo il governo dei corpi, il controllo delle identità, ma cazzo vogliamo che in Comune debba sposarsi chiunque. Certo, è ormai ineluttabile la natura bio-politica della politica, con il suo enorme controllo delle nascite, della vita, del sesso e della morte, ma pretendere che debba fare tutto da sola senza coinvolgere educazione e coscienza, significa illudersi di emancipare la società anteponendo radicalchicchismo e conservatorismo di destra. È ovvio che i diritti dei gay si conquistano, proprio in quanto diritti, sul piano politico prima di tutto, ma, proprio in quanto si tratta di un piano politico, il presupposto deve essere universale e non riguardare solo chi si può permettere un fantastico matrimonio gay. La finalità dell’emancipazione sessuale è molto più ambiziosa di una semplice legge.

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