Fermarsi al semaforo

Sono trent’anni che si parla di riformare il sistema giudiziario italiano, come sono trent’anni che si parla di riformare tante cose qui in Italia, peccato che negli ultimi vent’anni l’unico che voleva riformare la giustizia non era certo interessato a farlo per il paese. Ma non voglio fare un discorso populista. Il problema infatti non è tanto quello di riformare la “giustizia” – come fosse il principio ad essere sbagliato – quanto quello di lavare il capo a questo paese, far capire a tutti che il lassismo e la furbizia non sono sinonimo di intelligenza ma di grande ignoranza. Prima di tutto, basta fondare il welfare state sulla famiglia, è la nostra rovina, la base del clientelismo. Questa si che sarebbe una rivoluzione. 

Domani torno a Napoli dopo essere stato tra Saint Nazaire e Nantes a seguire un convegno sulle città portuali, e come ogni volta che si va all’estero pare di essere in un altro mondo. Non tanto per come sono usate le strisce pedonali, per come si pagano le tasse, ma per come si lavora. Non tanto per la qualità del lavoro, ma per un impegno e uno spirito di trasparenza che a me che vengo dall’Italia mi sembrano lontanissimi. Sono stato in mezzo a gente che viene da tutto il mondo. Poi sono andato a cena con la delegazione italiana e mi sembrava di uscire con quattro provinciali.  

L’altro giorno a un concorso pubblico per procuratore di stato i partecipanti hanno iniziato a cantare l’inno di Mameli, a mo di sfottò, per protestare contro un concorso truccato (poi annullato). E’ una reazione importante, ma è solo una reazione dettata dalla rabbia, senza nazionalismo. Ora non che il nazionalismo sia così importante, ma nel caso degli italiani mi sembra che sia qualcosa di altamente desiderabile. Non tanto per i contenuti in sé, ma per quegli effetti che ti portano ad essere orgoglioso del lavoro che fai e del posto dove vivi. Non è nazionalismo questo, ma più semplicemente cultura – della legalità, del rispetto delle regole? No, cultura e basta. Quella cosa che si forma col tempo e che porta le persone ad andare a vivere da soli, ad essere autonomi, ad emanciparsi dalla famiglia. 

Forse è una questione di clima. Il Mediterraneo è caldo e accogliente e non responsabilizza. Oppure ha ragione Pasolini: l’Italia è passata dal dopoguerra alla società dei consumi senza passare per la rivoluzione culturale borghese. E così oggi il lassismo è una virtù. Ma non tanto perché bisogna essere produttivi e competitivi, due parole da voltastomaco, quanto perché non bisogna smettere mai di essere pigri, smetterla di essere irresponsabili.

Ma basta con le semplificazioni antropologiche, diciamo che da noi si esagera. La nazione è un’invenzione, la cultura è un’invenzione. Ma il fatto è proprio questo: bisogna credere a queste invenzioni. Credere di appartenere a un popolo che parla una lingua e ha una cultura propria aiuta tantissimo a far funzionare una società, anche se sono tutte invenzioni, anzi proprio perché non sono contenuti oggettivi. Il principio di verità qui non c’entra proprio un bel niente: è la performatività dell’atto a fare tutto ciò. Hai voglia di dire globalizzazione e multiculturalismo, la prima è un’invenzione del mercato, la seconda pseudocolonialismo con la maschera razzista della tolleranza. 

Ma soprattutto, più di tutto, credere a tutte queste invenzioni quando si sta in mezzo agli altri, quando si sta da soli. Come quando ti fermi al semaforo rosso nel cuore della notte.

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